25 ottobre 2010

PRIORITÁ E AMBIGUITÁ

Foto: 1-2) Romaria dei martiri; 3) Suore coreane e indonesiane; 4) Le immagini dei nostri martiri sul palco.

Quali sono le nostre prioritá? La mia, personalissima, é aprirmi sempre di piú a Gesú Cristo che vuole salvarmi. Penso di avere bisogno di vivere la "gioia di essere salvo". Lo si puó dire in altri modi e con altre parole. San Paolo, ad esempio, nel brano della lettera a Timoteo che era la seconda lettura della messa di ieri - 24 ottobre - usava espressioni ancora piú forti: "Tutti mi hanno abbandonato, nessuno mi ha difeso né si é messo dalla mia parte nel processo. Ma il Signore é rimasto accanto a me e mi ha riempito di forza, affinché io potessi annunciare tutto il messaggio, ed esso arrivasse all´orecchio di tutti i popoli. Cosí io sono stato liberato dalla bocca del leone. Il Signore mi libererá da ogni male!".

Era prigioniero a Roma, poveretto, e chiamava Timoteo per averlo accanto a sé come amico in quel periodo durissimo della sua vita, quando giá si sentiva alla fine della corsa. (2a a Timoteo 4, 16-18). Si aggrappava alla forza della fede in Cristo, che é sempre gioiosa anche quando non é allegra, ma anche all´amicizia di chi piú lo amava. Mi piace questa umanitá di Paolo. Lo fa assomigliare a noi. Ho sentito dire che in un secondo momento, sempre a Roma, fu di nuovo denunciato da qualcuno della sua stessa comunitá cristiana, per essere arrestato definitivamente e ucciso. Non so se é vero ma, se cosí fosse, potrei commentare: niente di nuovo sotto il sole, succedeva allora come oggi. Il diavolo é di casa anche nella Chiesa. La leggenda vuole che la testa di Paolo, tagliata, abbia rimbalzato tre volte formando tre fontane: perché i credenti in Cristo hanno la testa dura.

Devo ammettere, tuttavia, che vivo le prioritá di fede e di pastorale come una sfida, non come un traguardo giá raggiunto e stabile. Quante infedeltá e ambiguitá! Sono cosí solo io, o é un male comune? Tanto per cominciare, ci dedichiamo ad esse soltanto quando non sono a rischio le prioritá piú naturali come: il cibo quotidiano, la salute, una casa dignitosa e altre necessitá basiche. Ho provato la fame qualche volta. Mi sono trovato in posti isolati e solo. Abbiamo sperimentato tutti, piú o meno gravemente, le malattie. La fame e la solitudine sono molto brutte, ma quando sono solo occasionali possono anche fare bene alla salute e all´autostima: abbiamo qualcosa in piú da raccontare. Lo stesso si dica delle malattie. Ma se la fame diventa una situazione abituale, o se un problema di salute si aggrava e ci costringe a una dipendenza continua, cominciamo ad affondare nella depressione come Pietro sul lago, e dimentichiamo il nostro rapporto di fiducia con Dio. La nostra mente diventa prigioniera di necessitá piú urgenti e piú terra a terra.

Cosí é per tanti che sono nati e cresciuti nella fame e schiavi delle necessitá fisiche. Molti di loro non hanno nemmeno avuto notizia la dimensione di crescita in Cristo : il messaggio non é arrivato fino a loro, occupati com´erano dalla ricerca della sopravvivenza. Ogni tanti ci capita di battezzare adulti che da qualche tempo hanno raggiunto una condizione di vita piú dignitosa, e chiediamo: "Abitavi quí a due passi, come mai hai atteso fino ad ora a battezzarti?" Rispondono: "Lí da noi nessuno sapeva, nessuno ci pensava!" La realtá non detta é che vivevano nella miseria, e la loro prioritá erano i bisogni fisici. Per questo é fondamentale coniugare la nostra crescita spirituale con la solidarietá fraterna verso gli oppressi ed esclusi, se no andiamo fuori strada. I poveri, quando sono troppo poveri, possono non conoscere e non riconoscere Dio o dimenticarsi di lui, e talvolta gridare senza pensare a Lui: ma Lui lo sa e non li dimentica. Domenica scorsa abbiamo letto nel libro dell´Ecclesiastico che la preghiera degli umili é come una nave spaziale: oltrepassa le nuvole e va direttamente all´Altissimo. Ed Egli accorre subito in loro soccorso. Se non siamo accanto a loro nella loro lotta per la vita, siamo tagliati fuori e le nostre riflessioni spirituali diventano monologhi di autocompiacimento che Dio non ascolta nemmeno.

A causa delle disuguaglianze e ingiustizie dell´attuale sistema mondiale, si sente sempre di piú la necessitá di chiarire chi é Dio, qual´é il suo vero volto, e qual´é il ruolo delle religioni. L´espressione di Marx, "oppio dei popoli", é ancora molto usata da "militanti" ben intenzionati, che credono di affermare il Dio di Gesú Cristo e della giustizia negando il Dio delle religioni dei popoli. Qualche volta ho aderito anch´io a questo modo di pensare erroneo. É tempo sprecato e puó anche recare molto danno. Il mondo delle religioni é legato a quello delle culture e fa parte dei bisogni umani: combatterle é stoltezza pura. Gesú combatteva i farisei e gli approfittatori, mai le convinzioni religiose (e ce n´erano tante anche al suo tempo). Dio é sempre lo stesso anche se lo vediamo in diversi modi. La scoperta del suo vero volto é un processo pedagogico e di crescita umana. Se ne distruggiamo uno, involontariamente ne va di mezzo anche l´altro. L´ambiguitá sta nelle diverse fasi della coscienza e della comprensione. La parola "salvezza" evoca raffigurazioni di Dio che suonano come bestemmie inaccettabili di fronte alla realtá della vita oggi. É necessario evangelizzare senza superbia e senza disprezzare. L´agenda latino-americana 2011, diretta da dom Pedro Casaldáliga, quest´anno é uscita con un pieno di interventi e riflessioni favolose sul tema "Dio e le religioni". Ne consiglio l´acquisto, credo che esca pure in italiano. Non aspettatevi una vera agenda: ha un calendario mensile cosí complicato che ci vuole una mente superiore per capirlo. (Io mi ci perdo, perció per l´uso quotidiano ne tengo una "normale", magari di quelle con le letture quotidiane della liturgia). É ottima, invece, come distribuzione di buone letture nel corso dell´anno é eccellente.

Interrogativi di questo tipo, su quale sia il vero volto di Dio e quali siano le prioritá della nostra evangelizzazione e della nostra vita ecclesiale, sono emersi nella riunione parrocchiale di preti e suore che abbiamo tenuto venerdí scorso, 22 ottobre, in casa mia. Ve l´ho giá detto altre volte: noi di Goiás ci rappresentiamo Dio come il liberatore. Quello di Mosé, che vede e conosce le sofferenze degli oppressi e ascolta i loro clamori. Quello che é il Padre di Gesú Cristo, che vuole vita in pienezza per tutti. Quello che ci dá una nuova vita in Cristo, e che ci trasforma in figli suoi se ci lasciamo guidare dalla Parola di Cristo e dallo Spirito. Quello che ha chiamato e inviato Gesú a vivere e morire per la giustizia e la redenzione di ogni essere umano, e chiama e invia anche noi a seguire lo stesso cammino. Quello definito dall´Assemblea dell´episcopato dell´America Latina ad Aparecida nel 2007 (la quinta Assemblea), che la gente riassume cosí: "Siamo comunitá di discepoli che vogliono seguire la stessa strada di Gesú e diventare come lui".

Nonostante queste linee chiare, abbiamo fatto una verifica, intrecciando la riflessione sulle prioritá personali con quella sulle prioritá pastorali, e sono emersi dubbi anche molto sofferti. Qualcuno, abbastanza spesso, rimane sconcertato di fronte all´impressione che tra le scelte proclamate e quelle effettive ci sia come un abisso. É impressionante. Tuttavia ogni sofferenza é scomparsa quando io ho scodellato la pastasciutto al ragú, e abbiamo messo in tavola diverse altre portate - letteralmente - portate da ciascun gruppo: arrosto di pollo, insalate di verdure, frappé, la birra di don Eligio, eccetera. Il cibo, anche per noi religiosi, é capace di indurre a rimandare senza traumi le soluzioni di problemi gravissimi, compresi quelli che riguardano le "prioritá".

Sabato mattina, 23 ottobre, nella riunione dei rappresentanti delle Comunitá Ecclesiali di base e delle equipes di pastorale, si é ritornati sulla stessa verifica: "Come stiamo andando?" Purtroppo c´erano molte assenze, ma il campione era buono. La risposta: "Stiamo tutti tentando di seguire questo impegno preso, di capirlo meglio, di riflettere sul Vangelo nelle nostre riunioni e celebrazioni". E poi giú un lungo elenco di limitazioni, contraddizioni, ambiguitá, dubbi, sofferenze, insuccessi. Ma la certezza é la medesima di Paolo: "Gesú é accanto a noi, andiamo avanti!".

Bisogna, a volte,in mezzo al marasma e al rumore di ogni momento, fissare gli occhi sui segni inattesi di una cosa grande che sta nascendo. Sabato pomeriggio, alla "Romaria dos mártires" di Carmo do Rio Verde, ci saranno state due o tre mila persone. Sono poche per una diocesi come la nostra, impegnata e identificata coi poveri e con i fratelli che hanno pagato con la vita: ma in un paesino come quello sembravano una marea. A un certo punto abbiamo riempito tutto il viale centrale del paese da punta a punta, per un mezzo chilometro. Per la gente di Carmo dev´essere stato un impatto notevole. Il sindaco (successore di uno dei mandanti dell´assassinio di Nativo) ha avuto la parola per qualche minuto. Si é dichiarato onorato di ricevere una visita cosí importante e numerosa. Quanto alle ragioni, é sgusciato via con la frase:"Sono fatti che ci rattristano". E´ arrivata parecchia gente da fuori: ho incontrato suore della Corea del Sud e Indonesiane, preti africani, un pó di tutto. Un saggio della comunione di popoli che la Chiesa missionaria riesce a fare, che l´evangelizzazione riesce a creare. Qualcosa che ha davvero il sapore di Vangelo del Regno di Dio, se si pensa a quanti avversari abbiamo...e alcuni dei quali erano lí, presenti e paramentati.

Spero che abbiate letto l´articolo che ho mandato, su richiesta, a Nostro Tempo: cosí saprete chi sono i martiri di Goiás, e perché sono martiri. (Quegli articoli, lo so, li leggono in pochi). La "opzione fondamentale della Diocesi di Goiás" puó aiutare a capire il nostro modo di leggere i segni dei tempi. "Obbedienti al Vangelo, noi, Chiesa di Goiás, Popolo di Dio, vivendo il Regno di Dio, optiamo per una grande rete di Comunitá ecclesiali di Base, che uniscono fede e vita. Discepoli e discepole di Gesú Cristo, vogliamo costruire relazioni di solidarietá, giustizia e comunione, aperti alla diversitá. Convocati dal Battesimo ad essere missionari e missionarie, rinnoviamo, con tutte le persone escluse dei campi e della cittá, l´evangelica opzione per i poveri, lottando assieme a loro per una urgente difesa dell´ambiente e per la vita in pienezza. La compassione, a Parola, e la pratica di Gesú risorto animeranno il nostro cammino".

Nel nostro contesto, ogni parola di questa dichiarazione va pesata, perché ha un preciso significato teologico, pastorale, sociale. Ed é una sfida immensa. Non abbiamo la capacitá di essere e di fare tutto ció che é scritto lí, ma siamo coscienti che é l´inizio di un processo. L´opzione é prima di tutto una profezia: non ce la facciamo, ma con l´aiuto di Dio siamo all´opera. Ci sono molti altri piccoli segni incoraggianti. Una comunitá ha rimandato la cresima dei suoi ragazzi, che era giá prefissata, per prepararli meglio: cresce la consapevolezza e la volontá di rompere con un sacramentalismo senza conversione. É come una gestazione che promette il parto di un nuovo modo di essere Chiesa e di un nuovo rapporto col mondo. Vediamo i segni di ció che potrebbe essere e ancora non é. Come la vita naturale, anche quella spirituale dei popoli non finisce mai di sorprendere: apparentemente vecchia e decadente, culla e alimente nel suo grembo germogli di rinascita.

Un vescovo che la settimana scorsa sbraveggiava contro i calunniatori della Dilma, ora ha pubblicato una riflessione che mi sembra rispondere coerentemente agli interrogativi sulle prioritá. Ve ne traduco e trasmetto un brano. Non sono concetti nuovi, ma chiari e forti.

"Evangelizzare é fare e insegnare tutto ció che Gesú ha fatto e insegnato. Credo che sia questa la definizione migliore. Una persona é evangelizzata quando si lascia convertire e incantare dalla persona di Gesú. Questo diventa percettibile, soprattutto, dal cambiamento di mentalitá, che si riflette sul modo di essere e di agire. Posso anche sapere a memoria il Vangelo e, tuttavia, non essere evangelizzato. Non basta conoscere Gesú e nemmeno credere. Il diavolo conosce e crede in Gesú: "Che cosa vuoi da noi; sei venuto per rovinarci? So chi sei tu: il Santo di Dio!". Il diavolo crede, ma fa il contrario di ció che il Signore vuole da noi, per questo é diavolo.

Non basta nemmeno andare in chiesa per provare che siamo cristiani. Albert Schweitzer diceva: "Andare in chiesa non ti fa cristiano, cosí come fermarti in un parcheggio non ti trasforma in automobile". Prima di andare in chiesa é necessario essere Chiesa, far parte del Popolo di Dio, vivendo come Gesú visse, cercando la liberazione e la salvezza. La persona convertita é Chiesa e per questo sente il bisogno di andare in chiesa per alimentarsi della Parola e dell´Eucaristia assieme ai fratelli e sorelle. La persona evangelizzata é cosciente della propria transitorietá in questo mondo, E mentre si trova nel mondo, cerca di migliorarlo facendo il bene, ad esempio del nostro Maestro e Signore. Tutta l´evangelizzazione che non produce un impegno nella costruzione di una societá giusta e di uguaglianza é falsa.

La persona convertita é umile, tollerante verso gli altri; propone e non impone, come il pubblicano del Vangelo, del quale Gesú ascolta la preghiera. Il pubblicano rappresenta i piccoli che chiedono misericordia per i loro peccati. La persona che crede di essere convertita, in realtá é autoritaria, padrona della veritá, intollerante, si ritiene perfetta e giusta, come il fariseo del Vangelo, di cui Gesú non ascolta la preghiera. I farisei rappresentano i falsi cristiani, che sperano compensi alle loro vaneglorie. Vedono la pagliuzza nell´occhio del fratello e non vedono la trave nel proprio occhio. (cf. Lc 18,9ss). La persona convertita ha convinzioni, mentre quella che pensa di essere evangelizzata ha ossessioni e ha bisogno di essere seguita dal punto di vista psicologico". Caçador, 22 de outubro de 2010 - Dom Luiz Carlos Eccel - Bispo Diocesano.

Anche vescovi che parlano e scrivono cosí, in stridente contrasto con altre voci ecclesiali sintonizzate sulle onde del denaro e del potere, sono segni della nuova vita che si prepara a venire alla luce.

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