29 novembre 2009

COME RUGIADA, LA GIUSTIZIA DAL CIELO

Foto: 1)Riapertura del monastero: rito di accoglienza; 2) I due "piccoli fratelli" che gestiranno la casa; 3) L´assemblea dei fedeli. 4)Una ragazza di Maserno che sale sulle montagne del Cile: suo padre mi ha mandato la foto pochi giorni fa.

Chi desidera vedere le foto della riapertura del monastero, puó utilizzare questa link: http://cid-3b4a395ce4efcac3.skydrive.live.com/browse.aspx/apertura%20mosteiro%2029%20novembre%202009

Durante la notte mi ero svegliato con un´idea é mi ero alzato per scrivere la solita pagina di blog per non dimenticare, ma non ero del tutto soddisfatto. Perció avevo avvertito che ci sarebbero stati dei cambiamenti. Ed eccoli: a cominciare dal titolo. Stamattina é stato riaperto ufficialmente il monastero di Goias, ed io ho partecipato alla celebrazione. L´ho fatto senza i paramenti, per essere libero di fotografare. Vedete nella prima foto come sta bene il clero, sempre in bella mostra. Siamo una casta, no? Dio ha creato il mondo, le caste se ne sono impadronite! Ma c´erano anche parecchi laici e laiche affezionati del monastero: perfino un nutrito gruppo di oblati benedettini.

Il monastero, per volontá del vescovo che ora é responsabile amministrativo, continuerá col nome di monastero dell´annunciazione, ma non é piú benedettino. Al posto dei monaci, c´é una comunitá formata da due "piccoli fratelli di Charles de Foucault", Gabriel e Marcos. Sono giá arrivati da quindici giorni e hanno giá dimostrato di essere dei gran lavoratori. Hanno ripulito perbene gli edifici e i giardini, che non é cosa da poco: "Abbiamo lavorato dalle 6 del mattino alle 8 di sera" - sostiene André, il prete della fraternitá, che é in comunitá a San Paolo ma per l´occasione é venuto ad aiutarli. I piccoli fratelli avranno la responsabilitá dell´accoglienza e delle relazioni con la gente del quartiere, che é la zona piú povera della cittá di Goiás. Questo é il loro carisma, e sono stati ben contenti di accettare la proposta della diocesi anche con la speranza di ingrossare quí le file della fraternitá di de Foucault, che in Brasile é ancora molto piccola. Inoltre, la casa funzionerá anche come centro di spiritualitá per la diocesi: per ritiri ed esercizi spirituali, ma anche per chi, laico-religioso o prete, voglia passare una giornata di riposo, preghiera e riflessione fuori programma. Per cominciare abbiamo giá fissato un ritiro spirituale per preti e operatori pastorali nel prossimo febbraio. Abbiamo cantato "Dalla terra secca spunterá un fiore". Testo parafrasato dal libro di Isaia, che é il profeta piú letto nella liturgia di Avvento e Natale. Infatti oggi é la prima domenica di Avvento. "Avvento non é attesa di un futuro lontano, ma avviene ogni giorno e ogni momento: Cristo é tra noi, e rinnova la vita". La rinascita di questo luogo ne é la prova: finita una comunitá, ne comincia un´altra. Noi, peró, sappiamo bene che la giustizia non cade dal cielo come rugiada: é venuto con Gesú, ma cresce soltanto quando ci lasciamo condurre da lui.

Al nostro vescovo che nell´omelia gli chiedeva di raccontare come era nato il monastero benedettino di Goiás, dom Tomás, vescovo emerito, ha risposto sagacemente: "La comunitá nacque naturalmente come quando una cosa é chiusa in un contenitore che non la contiene piú. Tre benedettini erano in un monastero di Curitiba e hanno cercato la nostra diocesi perché amavano la nostra scelta preferenziali per i poveri. In realtá é stata un´occupazione: il popolo, con loro, ha occupato uno spazio in questa chiesa. Ed é rimasto fino a quando non é stato sfrattato, come accade per gli accampamenti dei senza terra".

Anche la pastorale ha bisogno di rinnovarsi. Ha bisogno di Avvento e di Natale. Per questo a fine anno si fanno bilanci e programmi per l´anno seguente. Noi l´abbiamo fatto nella riunione di coordinamento diocesano del 21-22 novembre. Poche novitá: ci sono le tensioni e contraddizioni tipiche del nostro tempo. La tendenza ad una pratica religiosa che fugge dai problemi reali é sempre forte. Laici che sognano una bella tunica per servire all´altare. Preti giovani che preferiscono assecondare le devozioni private e lo stile caratteristico deo carismatici e delle chiese pentecostali. Ci siamo preoccupati un pó, ma non ci scandalizziamo. Vengono da contesti diversi dai nostri e sentono meno le questioni sociali: di piú il problema di salvare la gente dalla droga e dall´alcool facendo leva sul fervore religioso. Non possiamo dimenticare che anche la presa di coscienza del progetto di Gesú é frutto di un processo. Ma ho visto anche la determinazione del Vescovo, delle religiose, dei laici a resistere. "Vogliamo dare ai laici una formazione socio-politica, seguendo la linea "fede e politica", a livello parrocchiale e regionale (nei vicariati, che quí si chiamano regioni). "Vogliamo lavorare anche con la gioventú universitaria". "Vogliamo la marcia per la terra e l´acqua" e la marcia "in memoria dei nostri martiri". Le due manifestazioni sono giá state fissate in agenda: la prima il 5 giugno prossimo, ad Anicuns (fuori diocesi perché é di tutto lo Stato di Goiás). La seconda, per il 23 ottobre, sará in una nostra parrocchia, in occasione dei 25 anni della morte di Nativo da Natividade, un giovane delle nostre comunitá che fu assassinato perché, da sindacalista, difendeva i diritti dei tagliatori di canna da zucchero. Per l´occasione saranno invitati anche don Giuliano Barattini, che fu uno dei piú decisi sostenitori di Nativo e promosse il processo agli assassini (per l´occasione compose una bella canzone che é ancora in uso e sará cantata nella Romaria). E Padre Francesco Cavazzuti, che é il nostro martire-vivo.

Per il Natale del mercato globale, l´Avvento é giá cominciato da un pezzo nella pubblicitá: panettone, porchetta, spumante, regali, ferie tropicali. É un´occasione d´oro per accelerare l´economia capitalista. Questo é un natale-morte: non fa nascere nulla di nuovo. Arricchisce chi é giá ricco. Uccide il pianeta con l´inquinamento e lo sfruttamento accanito delle risorse a scopo di lucro. Fa morire di fame gli africani. Produce le migrazioni di tante "famiglie di Nazaret" a cui, poi, diremo: "Non c´é posto per voi". Per il Natale dei devoti, invece, l´Avvento comincia oggi. Ma anche questo é discutibile, se serve solo a raccontarcelo come una favoletta per sentirci piú buoni. Il motto dell´Avvento é non dormire: e noi, spesso, si dorme con la coscienza tranquilla, evitando di guardare in faccia la realtá.

Scrive il monaco Marcelo Barros, in una lettera agli amici: " "La notte é quasi finita e il giorno giá si schiarisce. Vinciamo ogni torpore di sonno e alziamoci, perché la nostra salvezza é piú vicina a noi..." (Paulo aos romanos 13, 12- 13). Cari fratelli e sorelle, in questa domenica che le antiche Chiese d´Occidente chiamano prima domenica di Avvento, inizio del nuovo anno liturgico, questa lettura di Paolo é proclamata nell´ufficio del mattino. É importante notare che i cristiani di Roma cominciavano giá ad essere perseguitati dall´Impero, ed emarginati dal giudaismo ufficiale dei rabbini del tempo. Stavano affrontando ogni tipo di difficoltá interne ed esterne. É in questo contesto che Paolo scrive: "La notte sta passando e il giorno sta quasi schiarendosi". Nella Bibbia, notte e giorno sono simboli e dire che il giorno é quasi chiaro significa affermare che le cose si chiariranno e miglioreranno". E da questo viene l´appello: superiamo ogni tipo di sonnolenza e svegliamoci per un nuovo giorno". E il monaco aggiunge: "Condivido con voi questo appello, oggi, che io stesso ascolto per me. Nel contesto nuovo del mondo. Niente ripetizione di riti e consolazioni illusorie di una fede ingenua".

Ieri mattina ho condotto l´incontro dei dirigenti delle comunitá rurali in preparazione della Novena di Natale, e Arcangelo ha commentato cosí la frase del Vangelo: "Vegliate e pregate!": "Restare svegli, per non entrare ingenuamente e inavvertitamente nello spirito del mercato, che fa del Natale di Gesú una festa del consumismo che distrugge la vita nel mondo. Essere vigilanti e non dormire, per poter accogliere prontamente e gioiosamente nella nostra vita la speranza che Egli ci porta".E ancora: "Riconoscere i segni del Regno, che é il progetto di Dio, per il quale Gesú ci viene incontro. Non dormire sugli allori della nostra fede e identitá cristiana, come se la nostra coscienza potesse sentirsi a posto con un bel presepio e una messa, mentre la disuguaglianza e la violenza dimostrano che siamo ancora complici di un sistema di morte e di una vita non fraterna e non condivisa".

"L´invocazione piú ripetuta nella liturgia dell´Avvento é: Maranatha, vieni Signore Gesú: invocazione aperta a tutte le novitá che rigenerano la speranza e l´impegno". Katiuska, la suora venezuelana, spiegando i simboli dell´Avvento, ha commentato: "La corona di rami verde speranza, che rappresenta il nostro universo su cui incombono sempre le tenebre e l´oscuritá. La venuta di Gesú ci fa accendere, dentro alla corona, le quattro candele dell´avvento, o le nove candele della novena, perché crediamo che Lui é la Luce che squarcia quelle tenebre. I colori tristi e tenui degli arredi sacri, il viola e il rosa; l´assenza di ornamenti sull´altare: per creare un vuoto che fará esplodere l´allegria del giorno di Natale".

Suor Katiuska ha poi ricordato gli impegni presi dalle Comunitá Ecclesiali di Base nell´incontro nazionale (interecclesiale) di Porto Velho, in Rondonia (a cui lei ha partecipato): "Ci impegniamo a rafforzare le lotte dei movimenti sociali popolari: dei popoli indigeni per la demarcazione delle loro terre e il rispetto della loro cultura; degli afro-discendenti, per il riconoscimento legale dei loro "quilombos"; delle donne, per la loro dignitá e la crescita delle loro organizzazioni; degli abitanti delle rive, per la legalizzazione dei loro poderi; degli espropriati dalle dighe, per il diritto ad una terra equivalente e per indennizzazioni congrue; dei senza-terra, per la Riforma Agraria; dei Movimenti Ecologici, contro la devastazione della natura e la difesa dei fiumi e degli animali".

Un Natale cristiano non é, quindi, un "Bianco Natale", come una favoletta idilliaca e consolatoria per passare una giornata fuori dalla competizione ed egoismo quotidiano. Oppure (tanto meno) da usare per difendere l´identitá di una fede cristiana senza Gesú e senza Vangelo, o contro Gesú e il Vangelo. Un Natale cristiano, per le Comunitá Ecclesiali di Base, é una militanza che dura tutto l´anno, per un progetto politico contro l´ingiustizia, la disuguaglianza e l´esclusione. Sono impegnate in un cammino tutto in salita. Oggi sono quasi sempre indebolite da una ripresa religiosa che vuole ignorare i conflitti, bearsi di una spiritualitá di fuga dai problemi concreti, e proteggere la propria identitá cristiana fatta di pregiudizi e discriminazioni: ma sono vive e rivendicano: "Creare comunitá ecologiche di base nei quartieri di cittá. Rafforzare la formazione biblica. Stimolare una chiesa tutta ministeriale in cui laici e laiche siano protagonisti e soggetti della missione. Dialogo ecumenico e inter-religioso superando l´intolleranza e i pregiudizi". É un cristianesimo che non ha paura del futuro, né dei diversi. "Un altro mondo é possibile". Gesú é venuto per aiutarci a fare questo, e non puó accontentarsi di un´identitá cattolica in cui "non c´era posto per loro".

Per i poveri, l´unica ricchezza del Natale é questo rinnovarsi della speranza. Lo dicevano, l´altra sera, quelli della comunitá Lago Primavera: "Per me il giorno di Natale é come gli altri giorni". Perché uno é in attesa di un trapianto di rene, l´altra é disoccupata e deve chiedere aiuto anche solo per mangiare, tutti hanno vite difficili. Penso che la sfida piú grande della nostra fede sia questa venuta di Gesú, che mostra un Dio impotente (perché non dona la salute al marito di Nilda, che é una persona cosí umile e buona? Perché lascia Marcelo a lottare contro il tumore, invece di curarlo?) che si offre per aiutarci, sta accanto a noi, fa tifo per noi, ma aspetta che siamo noi ad affrontare il male. Il Gesú del Natale é debole, ma l´impegno a cui ci chiama é forte: superiore alle nostre forze. Eppure San Paolo scrive che l´intervento di Cristo trasforma la nostra debolezza in forza. Il Natale dell´identitá cattolica é per i ricchi. Lo usano, talvolta, come un muro per impedire che i poveri disturbino i loro lauti pranzi. Per i poveri é l´irruzione nella storia umana di un Dio che vuole sovvertire l´ordine ingiusto, e aprire un cammino per una umanitá di fratelli che vivono, pensano e agiscono da figli di Dio.

19 novembre 2009

POVERI E LIBERI?

Foto: 1 e 2)Hemerocallis del mio giardino; 3) Un dettaglio dell´incontro diocesano dei sindaci e consiglieri comunali.

Riprendiamo dalla notizia dell´ultimo post: "Una chiesa «povera e libera», «così dev'essere la comunità ecclesiale, per riuscire a parlare all'umanità contemporanea» ed essere vicina alle sfide di oggi: crisi economica, immigrazione, educazione dei giovani. Lo ha detto papa Benedetto XVI nell'omelia della messa celebrata nel Duomo di Brescia, culmine di una sua visita pastorale nella diocesi. (ANSA)". É vero, ma é complicato, no? La Chiesa é una istituzione molto grande, fortemente centralizzata. É quasi un impero: religioso, s´intende. Retta da un ordine sacerdotale che é come un esercito, e costa molto. Ha bisogno di molto denaro per far funzionare tutte le sue strutture. Come si fa a predicare in piena libertá il vangelo che denuncia l´oppressione sistematica dei potenti sui poveri, quando si dipende dal loro finanziamento? E la gente é disposta a sopportare una Chiesa povera e che sta dalla parte dei poveri?

Giá negli anni 60, durante il Vaticano II, dom Helder Câmara assieme a un nutrito gruppo di vescovi (circa 300), aveva fatto proposte concrete per un percorso di conversione della Chiesa alla povertá. Nel 64, dom Helder scrisse in una lettera: "Ho mostrato che piú grave ancora del trovarsi coinvolti dall´ingranaggio del denaro, é di essere prigionieri dell´ingranaggio del prestigio e della forza" (da "As noites de um profeta - Dom Helder Camara no Vaticano II, di José de Broucker, pag. 91, Paulus).

Mi fa venire in mente una vecchia canzone italiana il cui testo era: "E allora dái, e allora dái - le cose giuste tu le sai - e allora dái - e allora dái - dimmi perché tu non le fai?" Un amico mi ha mandato, dall´Appennino modenese, un testo sulla questione del crocefisso (in Italia c´é pure una questione del crocefisso), in cui conclude: "Tocca a tutti noi, ma in particolare tocca a voi, “colonne della chiesa”, mettervi alla testa del Popolo di Dio. Fate un bel passo indietro e datevi da fare ( demosi da far), come disse Giovanni Paolo secondo, scherzando in romanesco. Non c’è tanto da scherzare. Datevi da fare sul serio. Tocca a voi. Non so come, ma so con esattezza che c’è un modo solo: quello di quel tal Francesco da Assisi, Patrono d’Europa, che non volle mai far parte del clero del suo tempo. Fate in fretta prima che anche il suo ordine sia intaccato dal tarlo delle ricchezze. Non dite più che la chiesa è dei poveri: dimostratelo con la vita, e vedrete che mai nessuno metterà più in discussione il Cristo nelle scuole. Pace e bene a tutti!"

Lasciamo perdere, almeno per il momento, e occupiamoci di cose piú facili. Domenica scorsa sono andato a celebrare la messa a Calcilandia, tra le montagne, in un paesaggio da idillio. Una signora mi ha fatto notare quella meraviglia: davanti a una finestra della cappella isolata in mezzo alla steppa, un´immensa distesa verde con il bestiame intento a pascolare, e sullo sfondo le montagne della Serra Dourada, suggestive, che si innalzano fino ai mille metri di quota. Faceva un caldo terribile, ed io sudavo e sudavo. Ad un tratto, durante il canto, ho pensato bene di sedermi per un pó, per riprendere fiato. Immediatamente una signora mi ha portato un bicchiere di acqua fresca. In quell´istante mi sono reso conto di quanto siano cambiati i tempi. In quel posto alla fine del mondo, fino a poco tempo fa non avevano nemmeno l´energia elettrica. Ho costruito io il primo rustico di quella chiesina, quasi 40 anni or sono. Si celebrava la messa alle tre del pomeriggio, e si moriva di caldo. I bambini erano molti, allora, e di solito piangevano in coro. Se mi fossi seduto a quel modo, probabilmente mi avrebbero preso per un frocio. Ora che si celebra di sera, i bambini sono pochi e ben nutriti, la gente ha installato in chiesa una macchinetta che fornisce acqua naturale e acqua fresca: e me la portano all´altare.

Calcilandia mi ricorda don Graziano Botti. Prima di me, nel 67, era lui a celebrare in quel paese che, a quei tempi, di chiamava Caiera (é il nome popolare per designare una cava di pietra da calce). Gli uomini lavoravano alla cava. Lavoro infame, e molti erano fuggitivi della giustizia di altri Stati del Brasile. Quello che guadagnavano, finiva quasi tutto in favolose bevute di "cachaça". Non c´era la cappella, e la messa era nell´unica sala grande della scuola elementare, al centro della borgata. Di fronte c´erano due o tre "botecos", botteghe in cui si vendeva di tutto e che servivano anche da bar. Gli uomini arrivavano a messa con il "macete" alla cintura. C´era uno che quando era ubriaco piangeva come un bimbo e voleva confessarsi: veniva da me, e io non sapevo come trattarlo. Guardavo quel macete alla sua cintura, e proferivo parole amichevoli. Mi raccontavano che don Graziano, una volta, dovette scappare in uno stanzino perché cominció una sparatoria intorno alla piazza mentre celebrava, e i fedeli si sparpagliarono da ogni parte. Adesso io critico il progresso che distrugge l´ambiente, il capitalismo che ha sconvolto la cultura contadina: e la gente sta attenta, molti sono d´accordo. Ma lo possiamo fare perché c´é stato il progresso. Me la chiarite, voi, questa contraddizione?

Un episodio molto simile mi é accaduto martedí sera, nella Fazenda Maria Alves, assai piú vicina e meno impervia. Confessioni dei cresimandi (tutti adulti) in una cappella nuovissima, ampia e confortata da grandi ventilatori. Intorno, aranceti bellissimi e piantagioni di soia, irrigati da un impianto centrale a pivot. La serata era afosa e la chiesina era un forno, nonostante la ventilazione artificiale. Ad un certo punto entra un giovanotto per confessarsi e mi fa: "Padre, lei quí muore dal caldo. Bisognerá che montiamo un condizionatore, se no uccidiamo i nostri preti!". Io, che non ho mai amato l´aria condizionata, gli ho fatto notare: "Hai mai pensato che cosa accadrebbe se la gente, in tutti i posti caldi del mondo, installasse un condizionatore? Quanta energia bisognerebbe produrre? Quanto inquinamento e devastazione ambientale in piú? Non é meglio sopportare un pó di caldo?" Ci ha pensato un pó, e poi mi ha risposto: "Ha ragione. Nei vostri paesi c´é giá questo problema. É meglio il caldo, tanto tra poco cade la pioggia".

Sono aneddoti banali, ma rivelano un problema assai reale e importante: la tecnologia e il nuovo modo di vivere avanzano alla velocitá della luce. Dove ci portano? Non si torna indietro, non ci si ferma. L´unica alternativa é formare una coscienza nuova per i tempi nuovi: in caso contrario il futuro, se c´é, sará un inferno. Pensate se dovessimo affrontare il futuro mondializzato che si prospetta, con la mentalitá di quel comune italiano che, se é vero ció che ho letto su un quotidiano, ha organizzato l´operazione Bianco Natale: "Vigili casa per casa per togliere la residenza a chi non è in regola. L'assessore: "Natale non è la festa dell'accoglienza, ma della nostra identità cristiana" (di SANDRO DE RICCARDIS). Proprio il Natale dovevano scegliere, per combattere l´accoglienza: "Ella lo fasció e lo pose nella mangiatoia, poiché non c´era posto per loro dentro casa" - Luca, 2, 7). Siamo indietro con la coscienza planetaria! Per questo anche la Chiesa Brasiliana ha sentito il bisogno di lanciare una riflessione sull´economia nella prossima Campagna della Fraternitá. Vi trascrivo in anteprima la presentazione della campagna della Conferenza Nazionale dei Vescovi (CNBB).

"La Campagna della Fraternitá del 2010, la terza campagna ecumenica, ha come tema “Economia e Vita” e come motto “Voi non potete servire a Dio e al denaro". Una frase ricorrente nel testo base riassume bene il suo messaggio: una economia al servizio della vita. Creare un´economia al servizio della vita, questo é un enorme programma di conversione, individuale e collettivo, locale e regionale, nazionale e internazionale, planetario. L´obiettivo é immenso: si tratta nientemeno che della salvezza, ben concretamente. E la sfida non é da meno: spingere il cambiamento del sistema del modo in cui l´umanitá organizza il sostentamento delle proprie necessitá e la sua convivenza su questo pianeta. Cosí il tema della Campagna della Fraternitá ha la sua messa a fuoco diretta nella costruzione del Regno di Dio, nella costruzione di relazioni basate nel riconoscere che siamo parte della creazione, che in Dio siamo una cosa sola e siamo uguali, fratelli e sorelle. É da questo riconoscimento che nascono la solidarietá e la giustizia, capaci di provocare il cambiamento di direzione nel capitalismo sfrenato e predatore, i cui effetti piú perversi sono la miseria, la disuguaglianza smisurata e la degradazione della natura fino al punto di minacciare la vita sul pianeta. (Suor Rita Petra Kallabis mc[1)
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[1] Economista, master in Sviluppo Economico nella Unicamp, email: rita_kallabis@yahoo.com.br

13 novembre 2009

SOLO NOTIZIE IN BREVE

Foto: un dettaglio del battesimo nell´accampamento degli zingari.

Nella nostra cittá continua l´ondata di violenza. In questi giorni un giovane é stato accoltellato in pieno centro. La gente é impressionata, e nella "preghiera dei fedeli" ripete invocazioni per la pace delle famiglie. Chiedere a Dio é ottimo, ma bisogna che ci mettiamo la nostra parte: e come si fa?

Lunedí 10 novembre la cittá ha festeggiato il compleanno: 141 di amministrazione comunale. Il Reforço Escolar ha partecipato attivamente alla sfilata. Padre Maurizio ha pubblicato sul web un album di foto sull´argomento. Cosí ne approfitto per darvi la url del sito del Reforço, di cui non vi avevo ancora dato notizia. Annotate e guardatevi le foto:
http://cecafp-itaberai.spaces.live.com/

Sabato scorso Padre Severino e Don Eligio sono andati a battezzare 5 ragazzi nell´accampamento degli zingari. 4 adolescenti e una bimba. Severino ha celebrato pure un matrimonio. É stata una festa di colori, in stile molto popolare, in uno spiazzo fangoso ai margini della cittá. Ho pubblicato le foto sul mio spazio window live. Io non so insegnarvi come arrivarci, ma se ci riuscite (é aperta a tutti quelli che sono nella mia lista di contatti mail) lo troverete con la url
http://home.live.com/

In settimana abbiamo ricevuto la visita di due comunitá di religiose, interessate a conoscere la cittá in vista di un servizio pastorale tra la gente. Puó darsi che almeno una di queste si decida a svolgere la sua attivitá in una di queste periferie.

E ora una notizia un pó piú grossa, che pare sia uscita anche nei giornali italiani: per la prima volta da tanti anni la distruzione della foresta amazzonica é diminuita. Vi traduco una frase del lungo articolo uscito su Folha online, e scritto da LORENNA RODRIGUES, em Brasília: "Il governo ha annunciato giovedí scorso la riduzione del 45% di area disboscata in Amazzonia, dal 2008 al 2009. Secondo dati di INPE (Istituto Nazionale di Ricerche Spaziali), l´area é passata da 12.911 kmq ad un totale stimato in 7008 Kmq quest´anno. Secondo il Ministero dell´Ambiente é il minore disboscamento giá registrato negli ultimi 20 anni. Alcuni attribuiscono il merito alla crisi economica. Il Governo sostiene che é dovuto anche a una sua politica piú rigorosa: da notare che l´annuncio ufficiale é stato fatto in una manifestazione improntata a pré-campagna elettorale, con la presenza di Dilma candidata di Lula. La quale (dicono) da quando Marina si é candidata alla presidenza, si é messa a frequentare corsi e incontri su temi ecologici per mostrarsi all´altezza.

Un´altra notizia, bruttissima, l´ho raccolta domenica mattina in un incontro di studio della pastorale carceraria: secondo un sondaggio scientifico, 30% dei bambini brasiliani non conosce il padre o, comunque, é educato solo dalla mamma. E 80% dei giovani che affollano le prigioni sono stati figli senza padre.

Ma non perdiamoci questa: BRESCIA, 8 NOV - Una chiesa «povera e libera», «così dev'essere la comunità ecclesiale, per riuscire a parlare all'umanità contemporanea» ed essere vicina alle sfide di oggi: crisi economica, immigrazione, educazione dei giovani. Lo ha detto papa Benedetto XVI nell'omelia della messa celebrata nel Duomo di Brescia, culmine di una sua visita pastorale nella diocesi. (ANSA).

6 novembre 2009

TANTO PER INTENDERCI

Ho letto nel sito di don Augusto Fontana (http://www.chiesanews.myblog.it), ho gradito, e molto volentieri vi ritrasmetto. Per Bartimeo, il cieco che gridó fino ad importunare i discepoli: "Gesú, figlio di Davide, abbi pietá di me!" - é una precisazione troppo importante.

MA IO DIFENDO QUELLA CROCE

Dipendesse da me, il crocifisso resterebbe appeso nelle scuole. E non per le penose ragioni accampate da politici e tromboni di destra, centro, sinistra e persino dal Vaticano. Anzi, se fosse per quelle, lo leverei anch´io.

Fa ridere Feltri quando, con ignoranza sesquipedale, accusa i giudici di Strasburgo di combattere il crocifisso anziché occuparsi di lotta alla droga e all´immigrazione selvaggia: non sa che la Corte può occuparsi soltanto dei ricorsi degli Stati e dei cittadini per le presunte violazioni della Convenzione sui diritti dell´uomo. Fa tristezza Bersani che parla di simbolo inoffensivo, come dire: è una statuetta che non fa male a nessuno, lasciatela lì appesa, guardate altrove. Fa ribrezzo Berlusconi, il massone puttaniere che ieri pontificava di radici cattoliche. Fanno schifo i leghisti che a giorni alterni impugnano la spada delle Crociate e poi si dedicano ai riti pagani del Dio Po e ai matrimoni celtici con inni a Odino. Fa pena la cosiddetta ministra Gelmini che difende il simbolo della nostra tradizione contro i genitori ideologizzati e la Corte europea ideologizzata tirando in ballo la Costituzione che riconosce valore particolare alla religione cattolica. La racconti giusta: la Costituzione non dice un bel nulla sul crocifisso, che non è previsto da alcuna legge, ma solo dal regolamento ministeriale sugli arredi scolastici.

Alla stregua di cattedre, banchi, lavagne, gessetti, cancellini e ramazze. Se dobbiamo difendere il crocifisso come arredo, tanto vale staccarlo subito. Gesù in croce non è nemmeno il simbolo di una tradizione (come Santa Klaus o la zucca di Halloween) o della presunta civiltà ebraico-cristiana (furbesco gingillo dei Pera, dei Ferrara e altri ateoclericali che poi non dicono una parola sulle leggi razziali contro i bambini rom e sui profughi respinti in alto mare).


Gesù Cristo è un fatto storico e una persona reale, morta ammazzata dopo indicibili torture, pur potendosi agevolmente salvare con qualche parola ambigua, accomodante, politichese, paracula. È, da duemila anni, uno scandalo sia per chi crede alla resurrezione, sia per chi si ferma al dato storico della crocifissione. L´immagine vivente di libertà e umanità, di sofferenza e speranza, di resistenza inerme all´ingiustizia, ma soprattutto di laicità (date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio) e gratuità (Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno).

Gratuità: la parola più scandalosa per questi tempi dominati dagli interessi, dove tutto è in vendita e troppi sono all´asta. Gesù Cristo è riconosciuto non solo dai cristiani, ma anche dagli ebrei e dai musulmani, come un grande profeta. Infatti fu proprio l´ideologia più pagana della storia, il nazismo - lo ha ricordato Antonio Socci - a scatenare la guerra ai crocifissi. È significativo che oggi nessun politico né la Chiesa riescano a trovare le parole giuste per raccontarlo.

Eppure basta prendere a prestito il lessico familiare di Natalia Ginzburg, ebrea e atea, che negli anni Ottanta scrisse: "Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l´immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l´idea dell´uguaglianza fra gli uomini fino ad allora assente. Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli scolari ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato morto nel martirio come milioni di ebrei nei lager? Nessuno prima di lui aveva mai detto che gli uomini sono tutti uguali e fratelli.

A me sembra un bene che i bambini, i ragazzi lo sappiano fin dai banchi di scuola. Basterebbe raccontarlo a tanti ignorantissimi genitori, insegnanti, ragazzi: e nessuno ateo, cristiano, islamico, ebreo, buddista che sia - si sentirebbe minimamente offeso dal crocifisso. Ma, all´uscita della sentenza europea, nessun uomo di Chiesa è riuscito a farlo. Forse la gerarchia è troppo occupata a fare spot per l´8 per mille, a batter cassa per le scuole private e le esenzioni fiscali, a combattere Dan Brown e Halloween, e le manca il tempo per quell´uomo in croce. Anzi, le mancano proprio le parole. Oggi i peggiori nemici del crocifisso sono proprio i chierici. E i clericali.

Marco Travaglio.

Articolo da Il Fatto Quotidiano n°38 del 5 novembre 2009 - La foto é dal sito miguell.giovani.it

3 novembre 2009

REQUIEM - DE PROFUNDIS

Foto: paesaggio nordestino della regione semi-arida.

Il titolo non é per via della giornata di ieri, dedicata ai morti. Dom Tomás Balduino, in occasione della visita di Lula alla regione nordestina del Rio São Francisco (di cui vi ho dato notizia il mese scorso) ha pubblicato questo articolo intitolato: "Requiem per la trasposizione del Rio São Francisco". Non contento di segnalarvelo, lo copio e traduco per voi dal sito ADITAL. Per chi non ne fosse informato, la deviazione delle acque del grande fiume provocó, negli ultimi anni, un duro conflitto col governo Lula da parte dell´associazione di abitanti delle rive sostenuta addirittura dal Vescovo, Dom Luís Cappio, che contro quest´opera faraonica e giudicata da molti inutile e dannosa, corse il rischio di due lunghi scioperi della fame.

É naturale che i capi di Stato sognino di legare la propria memoria ad una grande opera perenne. Brasília é il monumento che ha immortalato Juscelino Kubitschek. Immagino che Lula, nordestino che ha sofferto la sete nella regione semiarida e ha portato anfore d´acqua sulla testa, stia sognando di stabilire un legame personale col nordestino fiume São Francisco, simbolo di integrazione nazionale, trasformando il grande sertão della siccitá in un´oasi benedetta, grazie a un gigantesco progetto di trasposizione delle sue acque. Il progetto non avrebbe nulla da invidiare alla Transamazônica e nemmeno a Itaipu. Questo spiega, chissá, la sua appassionata cocciutaggine nel volere portare avanti quest´opera nonostante le innumerevoli reazioni contrarie da parte del Potere Giudiziario, del Ministero Pubblico, dei midia, di scienziati, dell´episcopato cattolico, di organizzazioni sociali, dei colpiti dalle opere: contadini, abitanti dei quilombos, gruppi indigeni.

Nella sua escursione lungo il canale progettato, portando sulla tribuna Ciro Gomes (suo avversario politico, ndt), oltre alla sua candidata Dilma Rousseff, non é mancato, da parte del presidente, l´iroso messaggio riguardo a quelli che lui considera gli ostacoli alla trasposizione. Nel frattempo, l´attenzione di molti é stata attratta dal gesto del vescovo di Barra, dom Luiz Cappio, che ha fatto suonare le campane a morto nella cattedrale mentre Lula passeggiava per quella cittá. Le campane sono il secolare e inconfondibile contrassegno della cultura cristiana nei templi delle grandi metropoli e nelle piccole cappelle dell´interno. Accompagnano le gioie e le speranze, le tristezze e le angustie della comunitá nei maggiori eventi locali o annunciano, col loro rintocco lugubre, la morte di persone care e il Giorno dei Morti.

Conoscendo personalmente i sentimenti di quell´uomo, che non ha esitato a mettere la sua vita a disposizione del popolo della riva e della rivitalizzazione del fiume, posso dire che quel gesto, di suonare le campane, cosí come quello del digiuno, hanno il peso di una profezia. Questi simboli vogliono dire che la trasposizione del São Francisco non terminerá. Morirá. Riposerá in pace. Perció, requiem per lei! Molta gente é convinta che il mega-progetto non é realizzabile. Ecco le ragioni. La trasposizione pretende sollevare in modo continuo, con un dislivello di 300 metri, 2,1 miliardi di metri cubi dell´acqua piú cara del mondo verso il Nordest, che per conto suo accumula giá 37 miliardi di m3 a costo zero. Se il problema della siccitá del Nordest non si risolve con questi 37 miliardi di metri cubi immagazzinati, sará risolto con i 2,1 miliardi di metri cubi della trasposizione?

Una certezza che hanno in molti: i 70 mila laghetti artificiali del Nordest costruiti in questi cento anni dimostrano che lá non c´é mancanza di acqua. Ció che manca é la distribuzione di quest´acqua. Basta impiantare un vigoroso sistema di condutture, come é stato proposto dall´Agência Nacional de Águas per mezzo dell´"Atlante del Nordest"che é stato ridotto al silenzio dal governo. Si tratta di portare l´acqua, per mezzo di una maglia di tubi e condotti, a tutta la popolazione sparsa del semi-arido, per il rifornimento umano, senza la trasposizione. Mentre la trasposizione servirebbe 12 milioni di persone in quattro Stati, secondo dati ufficiali, il progetto alternativo ne rifornirebbe 44 milioni in dieci Stati. Costo: la metá del prezzo della trasposizione. Nel mezzo di questo intreccio di conflitti, esiste un rintocco di campane foriero di speranza.


Mentre da un lato prevale l´industria della siccitá (la trasposizione ne fa parte), che rende una fortuna ai politici e impresari e mantiene il popolo nella situazione di disastrato e migrante, secondo l´espressione lirica di Luis Gonzaga (cantautore famoso per le sue popolarissime canzoni sulle vittime dei periodi di siccitá del nordest, ndt), di Portinari (pittore famoso per i quadri sullo stesso tema, ndt), di Graciliano Ramos (scrittore famoso per il romanzo "Vite Secche", ndt.), di João Cabral de Melo Neto (autore del poema "Morte e vita Severina" ambientato in quella regione, ndt.), eccetera, dall´altra parte sta nascendo una nuova coscienza nelle comunitá popolari carica di speranza liberatrice.

Si tratta di convivere col semi-arido. Come i popoli del ghiaccio, delle isole e del deserto vivono bene convivendo col loro habitat, cosí questo popolo comincia a scoprire la straordinaria ricchezza della vita nel Nordest. La questione non é "farla finita con la siccitá", ma adattarsi all´ambiente in modo intelligente. Su questo percorso, un muratore del Sergipe ha inventato la tecnologia rivoluzionaria delle chiamate cisterne familiari di captazione dell´acqua della pioggia per il consumo umano. Sta arrivando, perció, la trasfigurazione del popolo e della terra costruita dal basso verso l´alto, nel rispetto della convivenza, liberandosi dai progetti faraonici devastatori, imposti autoritariamente dall´alto al basso. Questo umile rintocco di campane, allegro e festivo, giá puó essere udito con nitidezza, poiché questo cambiamento, pieno di vita e speranza, é un fatto compiuto nel grande sertão nordestino
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D. Tomás Balduino

Per gli amanti della poesia (che capiscono la lingua) segue un piccolo brano del poeta nordestino João Cabral de Melo Neto.

O RETIRANTE EXPLICA AO LEITOR QUEM É E A QUE VAI

— O meu nome é Severino,
como não tenho outro de pia.
Como há muitos Severinos,
que é santo de romaria,
deram então de me chamar
Severino de Maria
como há muitos Severinos
com mães chamadas Maria,
fiquei sendo o da Maria
do finado Zacarias.

Mas isso ainda diz pouco:
há muitos na freguesia,
por causa de um coronel
que se chamou Zacarias
e que foi o mais antigo
senhor desta sesmaria.

Como então dizer quem falo
ora a Vossas Senhorias?
Vejamos: é o Severino
da Maria do Zacarias,
lá da serra da Costela,
limites da Paraíba.

Mas isso ainda diz pouco:
se ao menos mais cinco havia
com nome de Severino
filhos de tantas Marias
mulheres de outros tantos,
já finados, Zacarias,
vivendo na mesma serra
magra e ossuda em que eu vivia.

Somos muitos Severinos
iguais em tudo na vida:
na mesma cabeça grande
que a custo é que se equilibra,
no mesmo ventre crescido
sobre as mesmas pernas finas
e iguais também porque o sangue,
que usamos tem pouca tinta.

E se somos Severinos
iguais em tudo na vida,
morremos de morte igual,
mesma morte severina:
que é a morte de que se morre
de velhice antes dos trinta,
de emboscada antes dos vinte
de fome um pouco por dia
(de fraqueza e de doença
é que a morte severina
ataca em qualquer idade,
e até gente não nascida).

Traduzione in prosa: "LO SFOLLATO DELLA SECCA SPIEGA AL LETTORE CHI É E VERSO CHE COSA CAMMINA" - Il mio nome é Severino - non ne ho altri di battesimo - e siccome ci sono molti Severino - che é un santo da pellegrinaggi - si sono messi a chiamarmi - Severino della Maria - e poiché ci sono molti severini - con madri chiamate Maria - sono diventato quello della Maria - del defunto Zaccaria.
Ma questo dice ancora poco - perché ce n´erano almeno altri cinque - con nome di Severino - figli di altrettante marie - mogli di altrettanti - giá defunti Zaccaria - che vivevano sulla stessa collina - magra e scheletrita in cui io vivevo. - Siamo molti Severino - uguali in tutto nella vita: - con la stessa testa grande - che a stenta si mantiene in equilibrio - con la stessa pancia gonfia - sulle stesse gambe sottili - e uguali anche perché il sangue - che usiamo ha poco colore.
E se siamo Severini - uguali in tutto nella vita - moriamo della stessa morte - stessa morte severina: - che é la morte di cui si muore - di vecchiaia prima dei trenta - di imboscata prima dei venti - di fame un pó tutti i giorni - (di debolezza e malattia - é che la morte severina - attacca a qualsiasi etá - e perfino gente non nata).