17 settembre 2011

ORA RIMANIAMO IN DUE

Foto: il pranzo di saluto a don Eligio nella casa parrocchiale di Itaberai.

Nel 2004, in occasione dei 40 anni della missione modenese in Brasile, ne raccontai la storia in quattro o cinque puntate, con una serie di articoli che fu pubblicata sul settimanale diocesano di Modena. Chi non la conosce la cerchi lá, se lo desidera. Oggi voglio solo registrare (non comunicare, perché lo sanno giá tutti) che stamattina, sabato 17 settembre 2011, con un aereo della TAP, don Eligio Silvestri parte per l´Itaslia. Ha il biglietto di andatas e ritorno, e non ha definito che il suo rientro in Italia sia definitivo, ma credo che lo abbia fatto per non sottomettersi una sequela interminabile di celebrazioni di commiato, che non gli piacciono. Volevamo organizzare una messa solenne come segno di affetto di tutta la parrocchia e lui ha chiesto di non farlo. Per l´etá e le condizioni di salute ho l´impressione che le sue intenzioni siano di restare lí. Se ne va un altro del gruppo modenese a Goiás, e sicuramente il piú significativo per personalitá e passione missionaria.

A Modena questo gemellaggio con Goiás fu un movimento. Ora rimaniamo in due, don Maurizio ostinato ed io recidivo. Siamo il resto d´Israele! Questa iniziativa nata dalla Fidei Donum sembra arrivata al tramonto quando mancano 3 anni al cinquantesimo anniversario.

Quando terminerá non sará una tragedia. Nessuno ha mai detto che questo tipo di collaborazione diretta tra due Chiese Particolari dovesse durare per sempre. É stata concepita come un aiuto temporaneo per sopperire alla mancanza di clero. Ora la Diocesi di Goiás ha il suo clero. Lo scopo a breve termine é stato raggiunto. La motivazione piú profonda della missione, quella che secondo il Papa che ha scritto la Fidei Donum é un elemento costitutivo della Chiesa stessa, é la comunione e solidarietá fra le Chiese locali. Esso dovrá e potrá continuare, ed é giá in atto, in diverse missioni verso altre aree del mondo e in modi diversi.

Nel mondo di oggi si é diffuso un notevole discredito, o quantomeno diffidenza, nei confronti delle missioni. Il clima é assai diverso da quello degli anni sessanta, quando la missione Fidei Donum cominció. Partimmo spinti da un´onda emotiva che contagiava tutta la societá e che sentiva le missioni come un atto d´amore. Il nostro pensiero era forse un pó ingenuo, ma semplice: Gesú, Figlio di Dio é sceso dal cielo e si é donato all´umanitá come pane spezzato per dare a tutti la vita piena. Noi, che amiamo questo suo progetto di salvezza, siamo chiamati ad offrirci a lui per continuarlo. Pure io, quando partii nel 67, pensavo solo questo. La missione era una conseguenza della fede. Credo che questo pensiero rimanga ancora valido, e sia incrollabile, perché é ció che ha fatto Gesú e che tutti gli scritti del Nuovo Testamento affermano con forza.

Poco alla volta ci hanno fatto scoprire ideologie conscie o inconscie che, nel passato e talvolta anche nel presenta, minano questo concetto di missione. La “modernitá” guarda alle missioni usando come unico criterio una visione illuminista, e noi siamo tutti un poco illuministi. É un criterio che ci sottopone all´analisi dell´eurocentrismo, neocolonialismo, violazione delle culture e dei modi di vivere, strumentalizzazione della fede per imporre in modo suadente il modello unico di societá. Sono critiche non prive di fondamento e corroborate dalla storia del vecchio colonialismo che sottomise molti popoli con la spada e la croce. Sono convinto che queste analisi abbiano un fondamento, e che sia doveroso dialogare con il mondo moderno per liberarse completamente la Chiesa e le sue missioni da simili piaghe. Non possiamo rinunciare, tuttavia, alla ragione profonda delle missioni che sono un elemento fondamentale della fede in Gesú Cristo.

Del resto, di tutto ció abbiamo giá preso coscienza da molto tempo. Il Consiglio Indigenista Missionario (CIMI) del Brasile e la teologia della liberazione ne hanno tenuto conto fin dagli anni sessanta, cercando in tutti i modi di essere al servizio dei popoli e non del sistema economico capitalista. Noi avevamo un principio che consideravamo assoluto: la missione é per aiutare ognuno a scoprire, attaverso l´incontro con Gesú Cristo, sé stesso e diventare soggetto della propria vita e della propria storia. E dal punto di vista storico, anche i piú illuministi dovrebbero fare attenzione alla presenza di questa forte ispirazione evangelica nella stessa vicenda delle conquiste coloniali. I gesuiti, i domenicani, e altre congregazioni religiose, ad esempio, non si adeguarono mai alla catechizzazione forzata degli indios, fino a divenire i piú strenui difensori dei loro diritti e dignitá. Dietro di loro c´era la societá cristiana dell´Europa che faceva di ogni erba un fascio considerando la diffusione del cristianesimo come un corollario e un buon pretesto: convertire e civilizzare per conquistare e sottomettere. Ma quei missionari non la pensavano cosí: si sentivano portatori di Cristo e di vita e dignitá umana. Naturalmente i vescovi spagnoli e portoghesi lavoravano su una linea diversa.

Mi fermo qui. A scrivere questi appunti dopo aver letto i giornali italiani sembra di vivere sulle nuvole. Ma l´Italia di oggi é un caso a parte.

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