28 maggio 2014
DOGMI E IDOLATRIA
Foto 1: Il 20 maggio scorso é stata inaugurata una ristrutturazione del Centro (doposcuola) Fernanda Park - la sala di informatica della scuola é stata intitolata a don Maurizio Setti, fondatore e promotore. In mancanza di foto dell´evento, vi pubblico una foto di repertorio. Foto 2 e 3: istantanee di una messa in campagna. Foto 4: immagine a ricordo della romaria da terra di Itaberaí, nel 2000 (il parroco era don Eligio).
Stamattina é arrivato il freddo: siamo scesi a 14 gradi. Un vento gelido direttamente dalla Siberia (o forse dalla catena Andina?) ha fischiato tra le piante del mio giardino. É durato poche ore. Sono andato in centro a comprare una giacca a vento, perché l´ultima l´ho dimenticata parecchio tempo fa da qualche parte. Roba di marca, ho speso la bella somma di 67 reali, circa 20 euro. Al ritorno non era piú freddo.
Poi ho visitato i miei nuovi vicini di casa: una famiglia di zingari. Hanno comprato il lotto quí accanto, l´hanno allestito e vi abitano giá. Sotto un ampio telone, dopo aver spianato il terreno, hanno sistemato la cucina, i giacigli, alcuni mobili indispensabili, il frigo e la televisione. Ora, stanno facendo l´unica costruzione in mattoni: gabinetti moderni, ampi e comodi. Sono zingari nostrani: raccontano di essere discendenti di una tribú di zingari egiziani. Da quando conosco Itaberaí hanno avuto sempre quí alcuni dei loro accampamenti, pur conservando le loro tradizioni di nomadi. Amano vivere in tenda, una vita estremamente semplice, e viaggiare. I viaggi sono pure la loro attivitá economica, e per questo hanno una scuderia di camionette e suv fiammanti, di ultima generazione. Sono simpatici e accoglienti. Per i matrimoni e i battesimi festeggiano una settimana intera, invitando i loro parenti sparsi per tutto il Brasile in piccoli accampamenti simili a questo.
É stato bello, in questi giorni, seguire le elezioni europee e il viaggio del papa in Terra Santa. Francesco ci ha offerto ancora una volta i suoi gesti simbolici. Piccole cose, ma molto significative dal punto di vista evangelico: il primo sbarco, le soste al muro palestinese e al muro del pianto, i reiterati inviti alla pace e l´insistenza sulla formazione di due Stati. La mia impressione é che lui é realmente latino-americano, e per questo riesce a passare in modo molto naturale dalla dimensione religioso-spirituale a quella politica senza traumi e senza aggredire la laicitá dello Stato, sacro principio della modernitá. Interpella i politici non a partire da principi e dottrine religiose teoriche, ma a partire da valori universali, ormai patrimonio di tutti i popoli e tutte le religioni: il diritto alla vita, alla dignitá umana, alla pace e alla libertá. In questo modo gli Stati non devono rendere conto ad una istituzione confessionale, ma alla coscienza comune che é fondamento della stessa democrazia: la Chiesa (il papa) chiede agli Stati di lavorare per la felicitá della gente. Per lo stesso motivo io sono contento dell´esito delle elezioni europee in Italia. I risultati hanno promosso chi fa politica partendo dalla prioritá di risolvere i problemi piú gravi e urgenti dei cittadini. E ha messo all´angolo (non eliminato) quelli che si limitano ad aggredire: “Tutto il potere a noi, o non si fa niente”. Ora, anche loro dovranno agire politicamente, o scomparire.
Tornando al papa Francesco, lui va oltre i dogmi moderni. Scrive il teologo brasiliano Yung Mo Sung, uno dei teologi della liberazione (teologia della morale economica): “Il papa Francesco rompe la linea di pensiero che ha predominato nelle ultime decadi nella Chiesa Cattolica: che il mondo moderno é ateo, secolarizzato e fondato sulla ragione e che la teologia deve tradurre il messaggio della fede nella mentalitá razionale e “adulta” della modernitá. Cioé, bisogna mostrare ai moderni che vale ancora la pena credere in Dio. Per il papa – cosí come per diversi teologi della liberazione – la modernitá non é atea, ma idolatra. Il vitello d´oro si presenta ai nostri giorni nella forma del feticismo e idolatria del denaro e di una dittatura di un´economia senza volto” (cfr. n. 55 della Evangelii Gaudium). Quindi gli Stati, se vogliono essere davvero “laici”, devono liberarsi da questa idolatria e ripartire da quella che é la funzione specifica di ogni Stato democratico: promuovere la pace e la felicitá dei cittadini. Non si chiede agli Stati un´appartenenza confessionale, ma di essere pienamente laici e abbandonare la religione di un dio-mostro come é il Mercato, con tutti i suoi dogmi che seminano disuguaglianza, miseria, oppressione e morte.
16 maggio 2014
LA MORTE VERRÁ ALL´IMPROVVISO
Dom Tomás Balduino, vescovo emérito di Goiás, é morto venerdí scorso, alle 23,30 circa, di trombo-embolia polmonare. Dicono che é rimasto lucido fino all´ultimo. Poco prima di morire ha chiesto notizie di diversi amici e manifestava l´intenzione di mandare un messaggio all´Assemblea Nazionale de Vescovi riunita Aparecida do Norte (si concluderá il 10/05) . Aveva compiuto 91 anni nel dicembre scorso. É stato vegliato nella Chiesa dei domenicani di Goiania (São Judas e Tadeu), fino a mezzogiorno di domenica. Poi l´hanno trasferito a Goiás, in cattedrale, dove é stato sepolto verso le 13 di lunedí. Alla veglia, nella notte tra domenica e lunedí, indios di diverse etnie hanno pregato, pianto e celebrato secondo i loro rituali. Rappresentanti dei vari movimenti e gruppi organizzati di lavoratori rurali hanno manifestato il loro cordoglio. E anche noi della diocesi di Goiás, naturalmente! Abbiamo gremito la cattedrale soprattutto alla messa delle 10, seguita da una lunga serie di testimonianze. Poi le esequie e la sepoltura nella cattedrale stessa. É stata una celebrazione di doppio segno: di lutto per la scomparsa del profeta coraggioso e illuminato, e di gioia pasquale perché crediamo che ¨continuerá vivo tra noi¨.
É stato vescovo di Goiás per 31 anni, dal 1967 al 1998. Per gli indios, a cui era legato come fondatore del CIMI (Consiglio Indigenista Missionario), é stato come un padre. Ha dato loro una voce. Ha insegnato ai missionari ad evangelizzare senza colonizzare. Ha organizzato gli indios per la riconquista dei loro diritti e dignitá di persone umane. Co-fondatore e consigliere della CPT (Commissione Pastorale della Terra), ha promosso le organizzazioni pro Riforma Agraria e Agricola e le ha sostenute con la forza del Vangelo contro nemici potenti e armati. In diocesi ci ha guidati nella realizzazione del Concilio Vaticano II, e principalmente nella formazione di laici-soggetti della Chiesa ed evangelizzatori, consapevoli del loro “sacerdozio battesimale”. Testimone della povertá e umiltá evangelica, non ha accumulato ricchezze né cercato carriere. Al termine del suo mandato é rientrato in convento, tra i suoi confratelli domenicani, a vivere la vita da semplice frate.
E domenica 11 é morto pure dom Celso Queiros, vescovo emerito di Porto Nacional, confratello domenicano di dom Tomás, appena un pó piú giovane (86 anni). Erano amici, e il lunedí precedente dom Celso era al funerale dell´amico. Io mi limito a questa breve notizia per i lettori del blog che lo hanno conosciuto. Chi vuole sapere di piú, troverá certo molti articoli sulla stampa e nel web. “La morte dei giusti – scrisse l´autore della Sapienza - agli occhi degli insensati sembra una disgrazia. Ma essi stanno in pace”. Quindi cerchiamo di non essere insensati. Noi non ci pensiamo, ma la morte non cessa nemmeno per un istante di camminare tra noi e raccogliere qualcuno. Attorno al defunto si innalza un breve frastuono di pianti e grida di dolore, poi tutto ricade nel silenzio della normalitá. Non siamo fatti per durare sempre nel nostro corpo. Dobbiamo lasciare il posto a quelli che stanno nascendo, e affidarci alla misericordia del Padre. Peró dobbiamo lottare perché i vivi possano vivere pienamente, nella pace della veritá, giustizia e amore. In centinaia e migliaia di posti di questo mondo non c´é mai un attimo di pace neppure per i bambini, le donne, gli anziani. Sono sempre minacciati dalla violenza, dalla fame, dalla guerra, dai pregiudizi e dalla schiavitú. Di questo dobbiamo preoccuparci.
1 maggio 2014
SAN DIMAS
L´evangelista Luca ci racconta che molti insultavano Gesú sulla croce: i capi dei giudei, i soldati, e perfino uno dei ladroni crocefissi accanto a lui. Dicevano: “Se sei il Figlio di Dio, perché non scendi dalla croce? Facci vedere di che cosa sei capace!” Il popolo osservava a distanza, senza prendere posizione. Soltanto l´altro ladrone lo riconobbe: “Gesú, ricordati di me quando sarai nel tuo Regno”. Doveva essere uno di quei ragazzi cresciuti senza una vera famiglia, come ce ne sono tanti anche qui. Senza affetti, in miseria, costretto a fare la faccia cattiva e a rubare e rapinare. É documentato che nelle favelas e nei quartieri poveri i piú “cattivi” sono gli eroi presi come modello da molti bambini. Tanti ragazzi tristi e spavaldi, che avanzano nella vita con la parte peggiore di sé e non riescono a pensare ad altro che arraffare un denaro inutile che non li sazia mai. Con un immenso vuoto nel cuore, e davanti a sé la via della schiavitú, la droga, il traffico, la prostituzione e il crimine. Il buon ladrone era venuto su cosí, senza ottenere rispetto e gesti d´amore da nessuno. Aveva sentito dire che Gesú annunciava un Regno tutto diverso, di poveri felici, trattati con dignitá e preferiti da Dio. Forse aveva avuto pure l´occasione di ascoltare alcuni dei discorsi di Gesú. Avrá pensato: “Questo profeta, che predicava la giustizia e annunciava la felicitá per i poveri dannati come me, é inchiodato quí accanto, e soffre le stesse ingiurie che soffro io. Ma lui non ha fatto male a nessuno, e l´hanno crocefisso solo perché ha avuto il coraggio di non rinnegare ció che aveva detto. Se é cosí calmo e forte, dev´essere perché conosce una veritá che io ignoro. Lui é la mia unica speranza: chissá che non possa ottenere da lui quella felicitá che ho sempre sognato?”
A quel ladrone, la tradizione ha affibbiato il titolo di santo e il nome di San Dimas, senza canonizzazioni ufficiali e concorso dei potenti come accade ai santi dei nostri giorni. Vi sembrerá strano, ma in Brasile San Dimas é abbastanza venerato. C´é perfino una cattedrale dedicata a lui, nella diocesi di São José dos Campos, Stato di San Paolo. Ad Itaberaí c´é una cappella di São Dimas, nel quartiere omonimo che fino a poco tempo fa era uno dei piú poveri della cittá. Alla fine degli anni sessanta vi sorse una comunitá di base, fiorente e ricchissima di iniziative sociali, che fu la prima di questa diocesi di Goiás. Fu opera soprattutto di don Antonio Cappi, che integrava la nostra equipe di preti modenesi. Una comunitá ultimamente un pó spenta ma ancora viva, che ogni anno organizza la festa del santo: la prima festa dopo la Pasqua. Io ho avuto il piacere e l´onore di celebrarvi due messe, all´inizio del triduo e il giorno della festa, la settimana scorsa. Che piacere trovarmi, finalmente, in mezzo ad una folla che ricorda un santo della categoria piú umile e piú umiliata, che ha riconosciuto Gesú proprio nel momento e nella situazione in cui nessuno, nemmeno ai nostri giorni, lo riconosce. Tutti amiamo Gesú Risorto e trionfante, ma Gesú continua ad essere ingiuriato e crocefisso “fuori dalle mura”, nelle discariche e nei “centri di accoglienza” di oggi.
Oggi, primo maggio. Bella mattinata, piuttosto fredda. L´inverno, poco a poco, si avvicina. La cittá é sonnacchiosa. Sono andato a salutare la partenza di una corrierina di parrocchiani che vanno a fare una giornata di studio del Vangelo di Matteo. Le vie sono quasi deserte, salvo qualche ritardatario che va a fare la scampagnata. La gente é andata a pescare, oppure a fare churrasco in fazendas o in riva a un fiume. Ne ho visti partire molti, ieri. Intere famiglie, coi camioncini o le auto col carrettino. Hanno portato con sé casse di birra, il computer portatile, il televisore e l´antenna parabolica. Tempi da consumismo. Non c´é traccia dell´antica Festa dei Lavoratori. E nemmeno di quella di San Giuseppe operaio, che qui in Brasile non ha mai fatto presa. In parrocchia non c´é nemmeno la messa. Io la celebreró questa sera a Laranjeira Seca, dove c´é una grande croce di legno piantata in mezzo a un pascolo. Fu collocata, tanti anni fa, dal contadino che aveva fatto un voto, e gli eredi ne conservano gelosamente la memoria. Lí, come é ormai tradizione, si riunirá una piccola folla di contadini dei dintorni, a fare la Festa della Santa Croce. In aperta campagna, sotto un ampio telone bene illuminato, preparano la mensa eucaristica ornata di fiori e ramoscelli, e una grande tavola imbandita di specialitá della cucina locale: pamonha, broa, torte di granoturco, biscoitos di manioca e pão de queijo, tortelli di carne e l´immancabile brodo di pollo con foglie di cipolla tritate. Non manca mai un paio di chitarre. La messa, poi mangiare e bere, e il ballo. La celebrazione é come una messa cantata, non secondo il rito antico ma con molti inni dall´inizio alla fine. Ci sará pure una lunga omelia, nonostante che il papa Francesco insegni a tenerla corta, perché io in queste occasioni mi lascio un pó andare. Vedo che ai contadini piace sentire una bella riflessione sulle letture del giorno. Meno male che ci sono ancora posti di campagna dove si puó parlare e la gente non ha fretta. Anzi, uno di questi giorni interruppi l´omelia dicendo: “ora mi fermo, perché immagino che sarete giá stanchi” e mi hanno risposto: “Padre, quí l´unico che ha fretta é lei. Noi abbiamo tutta la notte libera”.
Peró anche in campagna i ragazzi cominciano a passare il tempo a testa bassa suoi loro telefonini, smart e altre diavolerie, senza parlare nemmeno tra loro. Come é cambiato il mondo! Siamo in tempi di comunicazione virtuale. Non ci capisco molto, peró mi adeguo. Anche il Vangelo viene annunciato su facebook e i social network. Non c´é nemmeno piú bisogno di preti, ci pensano i giovani della carismatica. Una ragazza di Itaberaí pubblica l´Ave Maria e scrive sotto: “Se hai pregato insieme a me, digita l´amen finale”. Segue una fila di sottoscrizioni: amen, amen, amen, firmati con nome e cognome. Altri tre o quattro, compresa una suora, nei giorni scorsi ha messo su facebook un fotomontaggio con quattro papi (tutti vivi o tutti fantasmi, dipende dai punti di vista) vestiti da papa che attraversano una strada deserta, passando sulle striscie pedonali, in mezzo a un parco o un bosco di folta vegetazione, con il Colosseo sullo sfondo e nessun commento. Papa Giovanni XXIII, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Chissá cosa volevano dire? Questi quattro papi della recente canonizzazione hanno attraversato la strada a qualcuno? In quel modo ci poteva stare pure San Pietro, vivo e vestito da papa. Abbiamo conosciuto la realtá della vita, per secoli, distinta in naturale e trascendentale. Ora ci si é cacciato in mezzo una via di mezzo: la realtá virtuale, che puó risuscitare i morti e far morire i vivi senza nessun sforzo, solo seduti a tavolino, con dei clik. Signore, illuminaci tu.
14 aprile 2014
BUONA PASQUA 2014
Per cogliere il vero valore della Pasqua bisogna rifarsi alle origini. A Gesú Cristo. É il mistero della vita, morte e risurrezione di Gesú. Ed é sempre attuale. Egli continua a caricarsi sulle spalle la croce nella persona di tutti coloro che sono umiliati, calpestati, sballottati quá e la per il mondo, esclusi da una vita degna fin dalla nascita, torturati e uccisi ingiustamente. In lui si é realizzata la vittoria della vita sulla morte. “Dov´é, o morte, la tua vittoria?” Secondo il Nuovo Testamento, lo scopo di Gesú era formare “l´uomo nuovo” che cambia il mondo. Io credo che la vittoria della vita sulla morte continua ad accadere ogni volta che qualcuno decide di seguire Gesú fino in fondo, senza ipocrisie, compromessi e omertá. I piú antichi padri della Chiesa insegnavano che ci si prepara a vivere la Pasqua praticando il perdono e la caritá. Non basta darsi il titolo di cristiani, o di cattolici. Da duemila anni in qua, noi seguiamo quasi sempre i nostri piccoli interessi e ambizioni: carriera, visibilitá, una posizione dignitosa nella societá, il successo mediatico, la sicurezza economica, le comoditá e anche cose peggiori. La via maestra per comprendere la Pasqua é descritta, piú chiaramente che da ogni altro, da Paolo nella lettera ai Filippesi, 2, 5-8: Cristo, essendo Dio, non esitó a spogliarsi della divinitá e se ne svuotó, facendosi servo, simile a ognuno di noi. Seguí per questa via fino in fondo, fino alla morte in croce. Per questo il Padre lo risuscitó.
27 marzo 2014
A RUOTA LIBERA
Foto: riunione del Consiglio dell´asilo, la giornata del circo e un´immagine della messa in parrocchia.
Quanto progresso ho visto, in tutti i campi, nel corso dei miei 74 anni di vita. Da bimbo vivevo in un luogo in cui non c´era nemmeno luce elettrica, l´acqua si prendeva nel pozzo con il secchio, la strada era transitabile solo a piedi o con l´asino. Poco piú di 50 anni fa mio nonno é morto quasi cieco per le cateratte, che oggi tutti operano facilmente. E le comunicazioni, i trasporti! In un secondo ci comunichiamo con tutto il mondo. Perfino i bambini delle elementari vanno a scuola con il cellulare. Dovremmo essere contenti, non lamentarci. Invece, guardiamo avanti e vediamo buio. “La strada dinnanzi a noi – si fa scura!” (Sono le parole di un inno “gospel” di tanti anni fa). É rimasta indietro troppa gente, e i nodi vengono al pettine. Progrediamo nell´egoismo e nei pregiudizi. Progresso di nuove povertá, disuguaglianze, schiavitú, migrazione in cerca di lavoro, droga, mafie, immensa devastazione ambientale, nuove malattie mortali, violenza criminale e del traffico stradale. Fallimenti del matrimonio. Le imprese progrediscono non dando lavoro a piú giovani, ma licenziando. E di conseguenza: instabilitá delle democrazie, separatismi, dittatura dell´economia di mercato, produzione di armi, guerre in atto e guerre che si stanno preannunciando. Ce n´é abbastanza per temere che moriremo tutti arrostiti.
Finalmente, a Goiás, abbiamo fatto una mini-assemblea diocesana in cui non c´é stato spazio per la noia. Da anni non accadeva. Un incontro ben preparato e ben condotto, in cui si é creato un clima di collaborazione e amicizia, uno scambio di idee molto interessante. I temi? Sempre la “opzione fondamentale”. Li abbiamo ripassati alla luce del Vangelo di Matteo. Le Comunitá Ecclesiali di base (Cebs) ci sono. Chi vediamo nelle nostre comunitá in questo momento? Esse ascoltano la Parola di Gesú? Guardano a Gesú come al centro della vita di fede? Testimoniano e vivono la giustizia del Regno di Dio annunciata da Gesú? In quali contesti sono presenti e operanti? Quali sono gli effetti di tali contesti su di esse? Come reagiscono le Comunitá?” Ci proponiamo di essere Chiesa che sta dalla parte dei piccoli e dei i poveri, i piccoli (Matteo 18, 1-14). Chiesa del perdono e della riconciliazione (Matteo 18, 15-35), della correzione fraterna e della fraternitá, senza competizione per il potere. Chiesa della gratuitá, che perdona sempre e senza chiedere niente in cambio: ¨perché cosí fará mio Padre con voi....” Ma non siamo capaci di realizzare questo miracolo come Chiesa diocesana: soffiano venti in tutte le direzioni, non siamo compatti. Mi rallegro perché é giá molto che lo si desideri e lo si dichiari ufficialmente. Ma la fedeltá a questo programma continuerá a dipendere da una conversione e crescita interiore molto personale. Qualcuno sará piú deciso e fedele, qualcuno no. Talvolta andremo, forse, in senso opposto senza nemmeno rendercene conto. I contesti, appunto, non sono tanto favorevoli, nonostante lo spirito del papa Francesco che soffia sulle nostre vele. Francesco ci stimola ad andare al cuore del Vangelo.
Correre da un posto all´altro a celebrare la messa, come ho fatto oggi sotto un sole torrido. “Che missione é la nostra? Cosí ripetitiva, cosí apparentemente inutile? Non portiamo medicine, né pane, né denaro per aiutare i bisognosi!” Ma ci sono i “poveri di Javhé”, quelli per cui il nostro lavoro é utile. In ogni villaggio o fazenda c´é un gruppo o una piccola folla di gente che aspetta, ascolta attentamente il Vangelo, fa la comunione. Io sono un poveretto di poco valore e scarse virtú, ma per loro é la visita amorosa di Dio. Pregano intensamente. Ringraziano Dio per ogni pioggia, per ogni segno di vita e ogni dono. La messa é la loro forza. E allora viva la missione ai margini della modernitá o quasi fuori, dove il denaro non ha ancora distrutto l´umanitá delle persone e non ha preso completamente il posto di Dio. Anche questa missione modenese al tramonto, iniziata 60 anni fa e poi quasi dimenticata. (E forse é meglio cosí - come commenta una lettrice. Se non altro per evitare la retorica del protagonismo e ricordare che siamo solo modesti strumenti). “Io ho seminato” dice Gesú dopo la conversazione con la Samaritana. “Ora la messe é pronta, andate a mietere il campo che non avete lavorato: uno é quello che semina, l´altro quello che miete”. I poveri di Javhé sono un piccolo resto, che proietta un fascio di luce e illumina un sentiero per andare avanti, una speranza. Per loro, la Quaresima e la Pasqua hanno ancora senso, perché vivono nella loro carne il mistero pasquale: morte e risurrezione.
Ma finché siamo in questo mondo, le cose non sono mai cosí semplici. In tutti i posti c´é molta gente che fa della religione un mezzo per dominare il prossimo.
12 marzo 2014
QUARESIMA
Gesú, nel deserto, dopo 40 giorni e 40 notti di digiuno, ebbe fame e fu tentato dal diavolo: “Se tu sei il figlio di Dio, comanda che queste pietre si trasformino in pane”. Gesú rispose: “Sta scritto: non di solo pane vive l´uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. (cf. Mt. 4, 1-11). La liturgia della quaresima, nelle letture della messa, ci offre un percorso catecumenale che riprende, dalle Sacre Scritture, gli impegni fondamentali della vita di un cristiano. Seguendo questo cammino quotidianamente, si puó arrivare alla Pasqua con un corso completo di preparazione a rinnovare il battesimo. É cosí che la prima domenica, per esempio, ci riporta sempre alle tentazioni di Gesú, che sono le tentazioni della vita di ciascuno di noi e della Chiesa stessa. E ci insegna come resistere ad esse: rifacendoci sempre “ad ogni Parola che esce dalla bocca di Dio”. É il primo passo. Non la parola di chiunque, ma quella di Dio dobbiamo ascoltare. Perché se no, come dimostra questo brano di Vangelo, possiamo finire per seguire il cammino dei diavoli che abbiamo dentro di noi e tutt´attorno: perfino loro sanno citare la Bibbia, per metterci fuori strada.
La diocesi ci ha chiamato a fare tre giorni di esercizi spirituali assieme agli operatori pastorali diaconi, religiosi/e e laici/laiche. Il predicatore era il nuovo vescovo di São Felix, dom Adriano Ciocca Vasino, un italiano che prima era vescovo di Floresta, nello Stato di Pernambuco. É un vescovo dei poveri, esempio di grande semplicitá e spirito di servizio. Ha scelto come tema del ritiro la “esortazione apostolica” del papa, che é molto bella. Essa ci porta a ripensare e rinnovare l´impegno nel campo della pastorale con una rinfrescata e approfondimento nell´ecclesiologia. Quest´anno, peró, io sento il bisogno di un altro tipo di riflessione. Nell´attivitá parrocchiale, talvolta, si finisce per annegare nell´ecclesiologia e nella pastorale. Ho bisogno di pensare e rivivere io stesso, nella quotidianitá, l´incontro personale con Gesú, e sentirmi interiormente suo discepolo in modo piú autentico e totale. Francesco, il papa, ha ragione: i poveri ci evangelizzano! (Non é nemmeno stato lui il primo a insegnarlo). Se facessimo attenzione alla loro vita, non avremmo nemmeno bisogno di altri insegnamenti spirituali e diminuirebbe la necessitá di noi, clero e predicatori in genere (che di solito, come dice il proverbio, predichiamo bene e razzoliamo cosí e cosí). In una comunitá incontro spesso un poveretto mezzo sciancato, povero in canna e un pó anche balbuziente, che ogni volta interviene nella preghiera dei fedeli e mai per chiedere a Dio qualcosa: lui, invece, ha sempre qualcosa per cui ringraziarlo. Noi che abbiamo di piú chiediamo sempre di piú e non siamo mai soddisfatti. Chi ha di meno é grato di tutto ció che ha: il sole, la pioggia, la salute, le gambe per camminare, qualche persona che gli vuole bene..... Questa sarebbe una bella quaresima: astenersi dai lamenti e osservare quante cose preziose abbiamo per cui rendere grazie.
3 marzo 2014
VENTI DI GUERRA?
Foto: carnevale di Cittá di Goiás: sulla via della Chiesa del Rosario e davanti alla Cattegrale.
Il Brasile é famoso per il carnevale. Ma quanti sono i brasiliani che fanno carnevale? Alcuni vescovi si affrettano a dichiarare che “il carnevale é allegria della gente”. E sia. In effetti ci sono alcuni centri che hanno ancora il carnevale in strada, aperto a tutti: per noi il piú vicino é nella Cittá di Goiás. Lá arrivano davvero decine di migliaia di appassionati di carnevale, e ballano samba tutta notte anche quando piove. In altre cittá, come nella mia, si fa carnevale entrando, a pagamento, in un recinto installato attorno alla piazza, sotto un telone. Noi ascoltiamo in lontananza il rullio dei tamburi amplificati: e non é il massimo. C´é una percezione abbastanza generalizzata del carnevale come tempo di alcool e droga, di eccessi che favoriscono furti, aggressioni, violenza. I pentecostali (che non sono pochi) evangelici lo proibiscono ai loro adepti. I carismatici (pure loro assai numerosi) ci fanno gli accampamenti di riflessione, preghiera, messe e convivenza delle famiglie. Alcune banche staccano le casse continue. Molti sfruttano questi giorni di ferie per andare in campagna o in riva al fiume, con la famiglia e gli amici, lontano dal chiasso e dal traffico.
La violenza, tuttavia, non é colpa del carnevale: oggi é generalizzata, ovunque e tutto l´anno. Speranzoso, scrive il vescovo Demetrio Valentini su Adital: “Ben venga il carnevale, e restituisca al popolo brasiliano la sua identitá, con i valori caratteristici. Vogliamo sentire di nuovo la gioia di essere un popolo che vive in pace, che rifiuta la violenza, e che sa esprimere la sua allegria in modo artistico e nello stesso tempo spontaneo. Fin´ora il popolo brasiliano ha fatto il carnevale. É arrivato il momento in cui il carnevale deve rifare la fisionomia del popolo brasiliano”. E di seguito, elenca la situazione di violenza che si sta diffondendo: omicidi crudeli e spietati nei campi di calcio. Vandalismo. Professori che giá non hanno piú il coraggio di affrontare alunni che si sentono in diritto di rompere tutto quello che si trovano davanti nelle loro scuole. Ma questo non é un clima diffuso in tutto il mondo? E non é sintomo di un virus che ha contaminato, nel profondo, quasi tutti i paesi e i popoli? In Brasile, lo scorso anno, sono sorti movimenti decisi a creare proteste durante la Coppa del mondo, e disposti perfino a farla saltare. La causa profonda sembra essere la disuguaglianza. L´economia, condizionata sempre di piú dall´idolatria del denaro e dell´accumulazione (come ripete sempre il papa), sembra essere il motore di questo malessere.
Se cosí é, difficilmente la cura sará indolore. É un virus molto aggressivo e resistente. É una guerra a tutti i livelli e in tutte le forme. La stessa Europa é minacciata sempre piú da vicino: con la crisi Ucraina-Crimea, ma anche col clima generale. A leggere le cronache sui giornali vengono i brividi. A leggere i commenti si va in pelle d´oca. Sembra che stiamo arrivando alla resa dei conti di una societá ufficialmente e formalmente cristiana che non ha fatto propri i valori del vangelo per quanto riguarda i rapporti col denaro e l´economia. Lo testimoniava pure il Vangelo di domenica (ieri): non potete servire a due padroni. Ai tempi di Gesú la situazione era di disuguaglianza e violenza era forse peggio di quella di oggi, e il testo di Matteo ci presenta un discorso che doveva essere piú di conforto per gli ultimi della scala sociale, che di speranza di conversione per quelli che erano troppo ricchi. “Non preoccupatevi” forse voleva dire, per i poveri contadini di Galilea: “Consolatevi, anche i ricchi e anche quelli che pensano solo al denaro soffrono e muoiono; e anche gli uccelli e i gigli mangiano e si vestono bene, perché hanno un Padre nei cieli”. Perché nemmeno la violenza puó curare questa malattia.
Di seguito va una preghiera-poema del vescovo Pedro Casaldáliga in spagnolo. Basta leggere qualche libro degli antichi profeti, per rendersi conto che la profezia é, in certo modo, una fissazione. E Pedro é uno dei "fissati" dei nostri giorni: nel migliore senso della parola.
ORACIÓN A SAN FRANCISCO EN FORMA DE DESAHOGO
Compadre Francisco,- ¿cómo vas de Gloria?- ¿Y comadre Clara - y la Hermandad toda?
Por acá, en la tierra,- vamos malviviendo;- grande la codicia - y el amor pequeño.
El amor divino - es muy poco amado,- y es flor de una noche - el amor humano.
La mitad del mundo - de hambre se muere;- y la otra mitad,- del miedo a la muerte.
Hay pocos alumnos - que tomen en serio - la sabia locura - del santo Evangelio.
Señora Pobreza,- Perfecta Alegría,- andan en los libros - más que en nuestras vidas.
Hay muchos caminos - que llevan a Roma. - Belén y el Calvario - salieron de trocha.
Nuestra madre Iglesia - mejoró de modos, - pero hay mucha curia - y carisma poco.
Frailes y conventos - criaron vergüenza,- más en sus modales - que por vida nueva.
Tecnócratas muchos - y pocos poetas. - Muchos doctrinarios - y menos profetas.
Firmas y escritorios,- armas y convenios - planean la Historia,- manejan los Pueblos.
La madre Natura - llora, poluída,- su aire y sus aguas, - su cielo y sus minas.
Pájaros y flores - se mueren de susto.- Los lobos del pánico - ganaron el mundo.
Dobló sus pendones - la antigua arrogancia.- Sólo lucro y odio - riñen sus cruzadas.
Pactos y tratados, - guerras y más guerras. Sangre por petróleo - los imperios truecan.
Compadre Francisco,- el mundo es tan viejo,- que habrá que hacer outro - para verlo nuevo.
Cuando Jesucristo - y Nuestra Señora - vengan a ayudarnos - a mudar la Historia,
contamos contigo - en aquella hora,- y comadre Clara - y la Hermandad toda.
“Rispettando l´indipendenza e la cultura di ciascuna nazione, dobbiamo ricordare sempre che il pianeta é di tutta l´umanitá e per tutta l´umanitá, e che il semplice fatto di essere nati in un luogo di minori risorse e minore sviluppo non giustifica che alcune persone vivano con minore dignitá. Dobbiamo ripetere che «i piú privilegiati devono rinunciare ad alcuni dei loro diritti per mettere con maggiore liberalitá i loro beni al servizio degli altri» (Evangelii Gaudium, 190).” (Papa Francesco).
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