21 dicembre 2013
AUGURI DI NATALE
Cari amici lettori di questo blog:
Avete visto che pubblico sempre piú di rado. Ma Natale merita la letterina tradizionale. É una festa ancora molto sentita dalla gente. Quí ad Itaberaí tutte le comunitá, di quartiere e di campagna hanno fatto la loro novena di Natale. Anche le meno fervorose e piú disorganizzate, quelle che durante l´anno si ritrovano talvolta in 4 o 5 per la preghiera o la lettura biblica, in questi giorni si sono rinvigorite e hanno celebrato fervorosamente per nove giorni di casa in casa. Questa festa riesce a realizzare spontaneamente quella che é l´essenza stessa del Natale: Gesú, l´Emmanuele, Dio-con-noi, ci riunisce nelle casa, nelle famiglie. Piú numerosi in campagna e nei quartieri piú poveri. I poveri capiscono meglio di tutti il messaggio di Natale: che Gesú é sceso tra noi non per farsi rinchiudere nel recinto sacro di un tempio ma per stare in mezzo alla gente, entrare nelle case, portare gioia e speranza a chi vive nelle tribolazioni quotidiane. Come i profeti annunciarono, Gesú é una luce per i “popoli che camminano nelle tenebre e nell´ombra di morte”.
Secondo me, i popoli hanno sempre camminato nel buio e nelle ombre di morte. In questi giorni ho dovuto studiare, come ogni anno, il testo della prossima Campagna della Fraternitá, che i vescovi brasiliani lanciano ogni anno per la Quaresima con un tema sociale. Noi di Itaberaí la introduciamo con le omelie della Festa di San Sebastiano, che avviene in gennaio. Per scegliere i sub-temi quotidiani e le letture da mettere nel programma, sono stato costretto a leggere e guardare documentari terrificanti, perché l´argomento per l´anno prossimo é terribile: “Fraternitá e traffico umano”. Il traffico umano é praticato nel mondo intero: per lo sfruttamento sessuale, per l´estrazione di organi da trapiantare, per “rubare” bambini da “vendere” in adozione, per lavori forzati di bambini e adulti, per la guerra, per lo sfruttamento di emigranti nel trasporto e nel lavoro clandestino, per il traffico di droga, ed altro ancora.
Dirlo é facile. Fa cadere le braccia assistere a documentari che mostrano la cattiveria umana che si sfoga sul proprio simile per la bramosia di guadagno, che indurisce il cuore e disumanizza completamente. In Brasile, tra il 2003 e il 2012, sono stati registrati 62.802 casi di persone sottomesse a lavoro schiavo o analogo alla schiavitú. Esappiamo che solo una piccola percentuale di questi casi viene denunciata. Uno arriva a pensare: “Questa mondo é perduto, non c´é piú umanitá”.
Pagola, commentando il Vangelo di Matteo, scrive che l´umanitá ha sempre vissuto nell´oscuritá e si é sempre ripresa. Suggerisce di fare come i Magi: osservare la notte alla ricerca di una stella. C´é sempre una stella che conduce verso la culla dove nasce questo Dio misterioso che si definisce come “Amore”. Ritrovare sempre la stella: é questo che auguro a me stesso e a voi.
Un bel film da vedere per Natale, che aiuta a capire la situazione triste di personaggi italiani ricchi e famosi (e la crisi). Con Alberto Sordi, Finché c´é guerra c´é speranza. 1971 (?). Lo si trova completo su you tube, non vi copio qui la link perché su questo blog non funziona.
11 dicembre 2013
LA SPERANZA É VIVA
MANDELA - Posto l´immagine di Nelson Mandela (fonte Adital) per ricordare la sua figura di eroico oppositore del razzismo che ha cambiato la storia dell´Africa del sud e rimane come simbolo storico per tutto il mondo. Quí é fotografato accanto a Fidel Castro. Attilio Bosón scrive: “La morte de Nelson Mandela ha provocato una cascata di interpretazioni sulla sua vita e opera, che lo presentano come un apostolo del pacifismo e una specie di Madre Teresa dell´Africa del Sud”. Peró non dicono che il suo principale alleato fu Fidel Castro. E continua:
“Nella Conferenza della Solidarietá Cubano-Sud-Africana del 1995, Mandela dirá: “I cubani sono venuti nella nostra regione come medici, professori, soldati, specialisti in agricoltura, e mai come colonizzatori. Hanno condiviso le medesime trincee di lotta contro il colonialismo, il sottosviluppo e l´apartheid... Mai dimenticheremo questo incomparabile esempio di internazionalismo disinteressato”. É un buon ricordo per chi ieri e ancora oggi parla di “invasione” cubana in Angola. Cuba pagó un prezzo enorme per questo nobile atto di solidarietá internazionale che, come ricorda Mandela, fu il punto di inflessione della lotta contro il razzismo in Africa. Tra il 1975 e il 1991, circa 450.000 uomini e donne dell´isola sono passati attraverso l´Angola, mettendovi in rischio la loro vita. Poco piú di 2.600 l´hanno persa, lottando per sconfiggere il regime razzista di Pretoria e gli alleati. (Pubblicato in Adital, in portoghese e spagnoli).
PEDRO STÉDILE: Dopo Após un incontro in Vaticano, il lider del Movimento dei Senza Terra (MST) ha attaccato, in una intervista, il sistema capitalista e ha difeso un nuovo modello di riforma agraria che unisca “campo e cittá. Principale dirigente dell´MST, Pedro Stédile é tornato da una udienza col Papa Francesco, in Vaticano, disposto a dare una svolta nel modello classico sostenuto dal movimento negli ultimi 30 anni.
Stédile vuole un cambiamento di paradigma: “Bisogna lottare per una riforma agraria popolare, che interessi a tutto il popolo e non solo ai contadini (...), un´alleanza che unisca lavoratori dei campi e di cittá”, afferma in un´intervista registrata in video e diffusa martedí scorso (ieri). Secondo lui, l´attuale modello, basato sulla divisione della terra ai piccoli produttori, é esaurito. Dice che “perfino il Venezuela, dove l´ex presidente Hugo Chávez ha messo insieme una scorta di 7 milioni di ettari di terra, mancano contadini a cui assegnarla”.
João Pedro Stédile dice che la riforma agraria tradizionale é stata bloccata ed é ferma, nel Brasile e nel mondo intero, dal sistema capitalista, che sta promovendo una vera e propria valanga di capitale per espandere l´agrobusiness basato sulla monocultura. “Essi (le multinazionali e le banche) vanno nei paesi per privatizzare la terra, l´acqua, le risorse naturali delle foreste. E ora stanno tentando di privatizzare anche l´aria con questa politica del credito di carbonio”. Stédile sostiene che le imprese usano il GPS per mappare i livelli di ossigeno e fotosintesi delle foreste, trasformando queste risorse in titoli di valori fittizi che sono venduti nelle borse europee per compensare l´emissione di gas carbonico prodotto dai gruppi medesimi.
“É una ipocrisia completa. Il capitalista guadagna denaro (con l´inquinamento che produce) e si appropria perfino dell´aria”. Il nuovo modello di riforma agraria, secondo Stedile, dev´essere quello dell´agro-ecologia, con una rivoluzione nei metodi di produzione, sostituendo la monocultura con la diversificazione, la distruzione delle foreste con il riforestamento e le commodities agricole con alimenti. “Bisogna cambiare la matrice tecnologica predatrice – basata sull´uso intensivo di macchine e difensivi agricoli – con l´agro-ecologia e investire nella produttivitá in equilibrio con la natura” – afferma. Secondo lui il nuovo modello passa per la democratizzazione del sapere attraverso una rivoluzione educativa che raggiunga le famiglie dei lavoratori urbani e rurali. Egli ritiene che, nonostante l´attuale modello di riforma agraria, iniziato nel secolo XX, sia stato soppiantato dallo sviluppo del capitalismo, il nuovo modello é possibile. “Sono ottimista. Ancora vedró una riforma agraria popolare nel mondo, e il papa Francesco ci aiuterá” ha detto Stédile dopo un incontro col papa il 7 dicembre scorso.
Non festeggeremo i panettoni, ma la nascita di Gesú che fu inviato per trasformare l´uomo vecchio in uomo nuovo, il mondo vecchio in mondo nuovo. Scintille di speranza sono vive e accese in tanti uomini e donne, famosi o ignoti, che lavorano per continuare questa umanizzazione in contrapposizione con l´idolatria del denaro.
30 novembre 2013
RESTATE SVEGLI !!!!
Riflessione sulla traccia di “O caminho aberto por Jesus” – Mateus – J.A. Pagola.
MATTEO 24, 37-44
"Gesú lo ripete continuamente: “State sempre svegli! Il Figlio dell´uomo tornerá quando meno ve lo aspettate”. Gesú temeva che il fuoco iniziale si spegnesse e i suoi discepoli dormissero. Matteo, cinquanta anni piú tardi, lo ricorda alle sue comunitá che percorrono il cammino di Gesú in mezzo a ostilitá e persecuzioni, ma corrono lo stesso rischio: chiudersi nella loro piccola cerchia e accontentarsi di qualche pratica religiosa abitudinaria. Si sono accorti che il Regno promesso tarda ad arrivare, e che nel quotidiano bisogna convivere con la mentalitá corrente. Ma cosí, ricorda Matteo, quando Egli verrá saremo colti di sorpresa e impreparati.
"Questo é anche il nostro grande rischio: installarci comodamente nelle nostre convinzioni, “abituarci” al Vangelo e vivere addormentati nell´osservanza tranquilla di una religione spenta".
Gli esempi citati dal Vangelo sono cose che accadono ogni giorno. Quattro viaggiavano su una macchina, si sono scontrati con una moto. Il giovane in moto e un passeggero sono stati presi, gli altri sono stati lasciati. L´incontro finale con Gesú per ciascuno di noi, é imprevedibile, puó avvenire in qualsiasi momento. Qui non si fa riferimento solo alla fine del mondo e al giudizio finale. E se stiamo dormendo, come risvegliarci?
“Tornare a Gesú e sintonizzarci con la prima esperienza che ha dato inizio a tutto. Non basta installarci correttamente nella tradizione. Dobbiamo affondare le radici della nostra fede nella persona di Gesú, tornare a nascere ogni volta dal suo spirito. Non c´é niente di piú importante di questo nella Chiesa. Solo Gesú puó condurci di nuovo all´essenziale”.
“Inoltre, dobbiamo ravvivare la nostra esperienza di Dio. L´essenziale del Vangelo non si impara da fuori, ma ciascuno lo scopre dentro di sé come Buona Notizia di Dio”.
“Piú ancora. La chiave di lettura con cui Gesú viveva Dio e guardava la vita intera non era il peccato, la morale o la legge, ma la sofferenza delle persone. Gesú non solo amava i disgraziati, ma non amava niente piú di loro. Non stiamo seguendo correttamente i passi di Gesú, se ci preoccupiamo piú della religione che della sofferenza della gente”. “Se il nostro cristianesimo non serve per far vivere e crescere (la dignitá e la felicitá delle persone), non serve all´essenziale, per quanto ci sforziamo di denominarlo con nomi pii e venerabili”.
20 novembre 2013
FEDE E VITA, FEDE E POLITICA
Tutt´a un tratto é arrivato qui don Isacco, e l´ho portato a Goiania a visitare dom Tomás Balduino appena recuperato da un coma, e Irmã Ester immobilizzata a letto. Lui compirá i 91 il 31 dicembre. Lei, per tanti anni "parroca" di Britania, 85. Vedete le foto. E poi Anna Maria Melini, 83 (?), di cui non ho la foto.
A Brasilia, in questi giorni, si é svolto il convegno nazionale del Movimento Fede e Politica. Io non ho partecipato, ma i miei vicini di casa sí. É un movimento nato dalle Comunitá Ecclesiali di base della Chiesa cattolica e poi allargato ad altre chiese e gruppi religiosi che hanno aderito. Oggi é un Movimento di resistenza, perché tira un altro vento. Complessivamente le persone, le parrocchie, i santuari e le diocesi che si occupano con convinzione di questioni sociali sono poche. Paradossalmente, nel momento in cui l´impegno popolare del passato sta mostrando i suoi frutti con un miglioramento sostanziale delle condizioni economiche dei lavoratori e dei poveri in genere, la gente é piú attirata da forme di religiositá misticista, staccata dalla vita concreta. Del resto i diversi canali televisivi cattolici sfornano e diffondono quasi sempre grandi celebrazioni liturgiche, devozioni vecchie e nuove, folle di carismatici in preghiera estatica, e poi vendita di oggetti sacri e raccolte di denaro per costruire nuovi templi. La preoccupazione principale sembra quella di rilanciare il cattolicesimo come religione nazionale, di fronte al disperdersi della gente nelle migliaia di nuove chiese pentecostali. Ma rischiano di mettere in secondo piano la sostanza del cristianesimo, che é seguire Gesú e vivere il Vangelo.
Tuttavia il salone pieno zeppo del Convegno Nazionale di Brasilia attesta che il Movimento Fede e Politica e i movimenti popolari resistono. Le minoranze resistenti hanno sempre dato frutti nella storia. Gli ebrei che uscirono dall´Egitto e camminarono per 40 anni nel deserto per raggiungere la Terra Promessa furono una minoranza di poveretti, guidati da un pastore ottantenne di nome Mosé. Israele seguí la Legge di Mosé fino ai tempi di Gesú, che i Vangeli indicano come Nuovo Mosé, crocefisso dai bempensanti ma Figlio del Dio Unico dei cristiani. Egli stabilí la Nuova Legge, quella delle Beatitudini. Perció le minoranze resistenti hanno un bel passato e un futuro promettente.
Lo ripeto, é il vento che tira. Ad esso contribuisce il discredito della politica, deturpata dai continui scandali. La settimana scorsa, a tappe forzate, é stato concluso il processo del cosiddetto “mensalão”, un caso di corruzione per 55 milioni di reali, avvenuto durante il primo mandato del Presidente Lula all´interno del Partito dei Lavoratori (PT). 12 dei suoi dirigenti sono stati condannati: chi otto, chi dieci e chi dodici anni di carcere. Si sono giá presentati per l´arresto (solo uno dei condannati, avendo il doppio passaporto, é fuggito in Italia – spera di usufruire della vendetta dell´Italia che non avendo ottenuto l´estradizione di Cesare Battisti, secondo lui dovrebbe vendicarsi non concedendo la sua). I condannati del mensalão, se colpevoli, abbiano il carcere che si meritano. Ma non sará per puro caso che la prima condanna nitida di grossi scandali amministrativi avviene sotto un governo del PT e riguarda membri del PT, con ampia divulgazione della midia piú potente. La midia ci sguazza. Prima e dopo di questo, sono avvenuti tanti altri casi di corruzione. Almeno una dozzina assai piú consistenti di questo, con cifre che vanno dai cento milioni a piú di cento miliardi di truffa. Sono stati denunciati e non hanno avuto un procedimento cosí rapido, né un finale cosí drammatico e divulgato dalla midia come questo. Sará perché “corruptio optimi pessima”? Solo i giornaletti ne parlano ancora.
Il mio confratello Padre Alfredo J. Gonçalves ha pubblicato, sul sito Adital, un articolo intitolato “Cristianesimo squizofrenico”, dove spiega che la schizofrenia é una “disintegrazione della personalitá umana”. Questa parola, dice lui, puó essere utilizzata in campo religioso, come metafora, per quelli che sono soliti separare la fede dal comportamento pratico. “Attualmente costituiscono una buona fetta di coloro che si dichiarano “cristiani”. Normalmente partecipano ai sacramenti, alle pratiche religiose, al culto della Parola e dell´Eucaristia, ma nello stesso tempo, nel mondo degli affari, nel luogo in cui abitano e sul lavoro, il loro comportamento non riceve nessun influsso dal messaggio evangelico. Spesso apprezzano e ammirano le parole del papa, del prete, del pastore o di qualsiasi altra autoritá religiosa, per esempio, ma questo non significa che le accettino nella pratica. Riescono a stabilire una distanza ragionevole tra l´”autodefinirsi cristiani” e il “vivere da cristiani”. In generale si rivelano capaci di blindare la propria esistenza contro le esigenze di una fede presa veramente sul serio, sottraendosi alle sue conseguenze. Del resto, in grado maggiore o minore, questa distanza tra fede e vita esiste in tutti noi. "Tra il dire e il fare in mezzo c’è il mare”, dice un provérbio italiano.
Nel caso specifico del cattolicesimo, la fede in Gesú Cristo diventa un sentimento di natura privata, intimista e spiritualizzante, senza implicazioni dirette con il contesto storico in cui ciascuno é inserito. Prevale un dualismo spesso inconsapevole: mentre l´"incontro con Dio” nella preghiera personale, nella pietá comunitaria o nella celebrazione dell´Eucaristia acquista un carattere di estasi e facile entusiasmo, l´"incontro coi fratelli” si conserva freddo e indifferente di fronte all´ingiustizia e all´oppressione, alla sofferenza e all´esclusione sociale. Non é raro incontrare grandi imprenditori e rinomate autoritá (nell´area delle finanze, dell´agroindustria, delle telecomunicazioni, della minerazione, della politica e delle reti commerciali – solo per citare alcuni esempi) che si rivelano assidui alla preghiera e alla messa, ma contemporaneamente non esitano a pagare salari irrisori, conservare enormi latifondi, appropriarsi indebitamente della cosa pubblica o sfruttare la mano d´opera facile e a basso prezzo, quando non addirittura quella infantile o di immigranti irregolari.
Vicini a Dio, senza dubbio, ma distanti dal prossimo e tanto píú da quelli che danno fastidio! Fino a che punto questo é possibile in una fede evangelicamente autentica? O ancora, questo dio (con lettera minuscola) non sará un idolo facile da manipolare? É evidente che, benché in dosi diverse, questo stesso atteggiamento si ripete in tutti gli strati e classi sociali. Arriviamo all´estremo di una “incredulitá oggettiva” accanto ad una "pietá soggettiva”, afferma giustamente il teologo tedesco Jurgen Moltmann (Teologia da esperança). Lo stesso autore aggiunge: "La vita interiore fatta di relazioni dirette e incomunicabili tra l´esistenza e la trascendenza, cammina di pari passo con il disprezzo delle cose esteriori, considerate assurde, prive di senso e inique”. La relazione con Dio si stacca dal rapporto con gli altri, come se recitare il “Padre Nostro” non implicasse un impegno collettivo e fraterno per la ricerca del "nostro pane quotidiano”. Di fatto, se il Padre é “nostro”, il pane non potrá mai essere "mio”. La fede si divorzia dalla vita ecclesiale e dall´azione sociale.
La preghiera davanti a Cristo Risorto si interiorizza in una forte sensazione di lodare Dio eternamente presente e glorioso, a tal punto da disinteressarsi completamente di qualsiasi impegno con la realtá circostante. Si stabilisce una chiara spaccatura tra la vita di fede, talvolta euforica ed esagerata, da un lato, e dall´altro l´azione personale, sociale o politica di fronte a ció che accade, in famiglia, nei gruppi di amici, infine, nel quotidiano della vita. L´una e l´altra sembrano linee parallele come quelle di una ferrovia, ossia linee che non si incrociano mai e meno che meno interagiscono. Peggio ancora, la vita privata e quella pubblica rischiano di dissociarsi tanto da non riconoscersi tra loro. Ció che io sono in casa e in Chiesa é una cosa; ció che sono e come vivo lá fuori, é un´altra. Due tipi di comportamento frammentati, spesso in contraddizione tra loro. Quante volte lo scandalo di un rappresentante di alto livello della politica, degli affari o della religione, quando messo a nudo dalla midia, rivela questa doppia faccia della stessa persona!”.
Il mio collega Padre Alfredo dovrá perdonarmi perché mi sono permesso di citare, traducendolo in Italiano, un pezzo di questo articolo che lui ha scritto il 16 novembre scorso da Roma (ma io non ho trovato la versione in italiano). E l´ho citato omettendo la parte conclusiva, in cui commenta una lettera di San Paolo. Io invece lo concludo citando il Vangelo di Matteo. Quest´anno, nella liturgia, si legge Luca. Ma la messa dell´ultima domenica di novembre, a conclusione del Tempo Comune, negli anni in cui le letture sono di Matteo, si legge il capitolo 25: “Venite voi, benedetti dal Padre mio. Ricevete da me in ereditá il Regno che mio Padre ha preparato per voi fin dalla creazione del mondo. Poiché io avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere; ero straniero e mi avete accolto in casa; ero nudo e mi avete vestito; ero ammalato e vi siete presi cura di me; ero in prigione e mi avete visitato”. É il testo piú forte e chiaro tra quelli che esistono. L´appartenenza, il grado di studio, l´essere preti o suore o laici o cardinali o papi, la religione stessa, e perfino il fervore delle pratiche religiose e dei sacramenti passano in secondo piano, nel giudizio di Gesú. Guai a noi che separiamo la fede dalla vita concreta, dalle scelte che facciamo in famiglia, sul lavoro, negli affari e anche in politica.
9 novembre 2013
PROBLEMI DI ATTUALITÁ
*** Oggi, 9 ottobre 2013, Itaberaí compie i 145 anni di storia come comune emancipato dello Stato di Goiás. Il compleanno é celebrato con un giorno di vacanza, una sfilata di scuole ed entitá pubbliche con le loro fanfare, e alcune iniziative culturali come il Recital “Roda de poesia”. La storia di Itaberaí ha avuto inizio dopo il 1750, quando c´era sul posto un “curral” (un recinto per bestiame) al servizio dei boiadeiros di passaggio, che vi rinchiudevano provvisoriamente le mandrie per passare la notte. Qualcuno vi costruí accanto un “boteco” dove i mandriani potevano mangiare, bere e acquistare gli equipaggiamenti necessari per il loro lavoro. Poco alla volta sorse un villaggio, che prese il nome di “Curralinho”. Oggi é una cittá di quasi 40 mila abitanti, ricco centro commerciale. Nel territorio del comune (1300 Kmq) si pratica in prevalenza la monocultura della soia, mais, sorgo, canna da zucchero ed eucalipto, ma non manca una consistente presenza di piccoli agricoltori che producono per il mercato locale, e vendono i loro prodotti nei vari mercatini improvvisati nelle piazze e incroci della cittá.
*** “In meno di due settimane una legge, un decreto e una “portaria” sono stati approvati e pubblicati per accelerare il processo di liberazione degli agrotossici non permessi nel paese” – avverte Leonardo Boff in un articolo pubblicato su Adital. Il motivo, gravissimo, é la comparsa, in Brasile, di un nuovo tipo di bruco, la Helicoverpa armigera, che nessuno dei veleni usati attualmente riesce ad estirpare. Per combatterla, il Ministero ha permesso l´importazione del benzoato di emamectina, che fin´ora era proibito. Il grave problema ci tocca da vicino, poiché questo insetto é giá largamente diffuso anche nelle nostre campagne di Itaberaí. Secondo un agricoltore del luogo che mi ha spiegato la situazione, viene diffuso da una farfalla notturna. Ogni insetto é in grado di consumare 250 piantine di soia nel breve tempo della sua vita. Un´autentica calamitá. Cosí dobbiamo aspettarci che nuovi veleni sempre piú potenti saranno spruzzati tra breve dagli aerei sulle vaste coltivazioni di soia. Ci verrá concesso gratuitamente di respirare la parte che volerá via col vento. É superfluo commentare il costo umano di questo tipo di agricoltura imposto dal mercato.
***Sono sempre piú indisposto verso questo “progresso”, ogni volta che visito la prigione e vedo sempre piú ragazzi al di sotto dei 25 anni presi per uso e traffico di droga, e per altri delitti ad esso connessi. Il crack fa strage di giovani. E ogni volta che passo vicino a un gruppo di ragazzetti e non posso parlare con nessuno, perché tutti stanno a testa bassa, in silenzio, ciascuno a “toccare” il suo smarth fone o il suo tablet. Ancora di piú quando leggo che l´industria elettronica consuma sempre piú minerali preziosi e rari, molti dei quali sono estratti in paesi poveri in cui i minatori, bambini e adulti, affrontano condizioni di lavoro terrificanti. Oppure intere comunitá vengono rimosse per fare spazio alla minerazione. Senza parlare dell´acqua e dell´inquinamento del suolo. In seguito questa materia prima si trasformerá in componenti elettronci montati con il supersfruttamento dei lavoratori cinesi, brasiliani, messicani. E con tutto questo, il mercato sará sempre piú in crisi, e produrrá in tutto il mondo governi corrotti e moltitudini di licenziati disoccupati.
***”I vescovi del continente africano, riuniti per l'assemblea plenaria del Simposio delle Conferenze episcopali dell'Africa e Madagascar (Secam), a Kinshasa dal 9 al 14 luglio, hanno lanciato un accorato appello per la pace in Repubblica Centrafricana. Sono ormai migliaia le vittime e decine di migliaia le persone in fuga a seguito del colpo di Stato da parte dei guerriglieri Seleka del marzo 2013. Anche i vescovi del Centrafrica hanno denunciato, nella loro lettera “Mai più così”, la spaventosa situazione del paese: "Dovunque sono arrivate le milizie Seleka regnano terrore, torture, stupri, ruberie. Le popolazioni fuggono, sono prive di tutto, di cibo e medicinali. Il Centrafrica è diventato uno Stato fantasma e le grida e le lacrime della nostra popolazione ci trafiggono il cuore". Le Caritas africane, dal canto loro, si sono appellate a tutte le persone di buona volontà, ai governi europei e alla comunità internazionale, affinché non rimangano indifferenti a questa tragedia e intervengano rapidamente con ogni mezzo diplomatico, politico e di aiuto alla popolazione. Molti missionari e missionarie si chiedono il perché di tanta degenerazione, che li ha colpiti anche personalmente, in un paese dove i fedeli di credo diverso - su circa 4,6 milioni di abitanti, il 50% sono cristiani, il 15% musulmani, il resto segue le religioni tradizionali africane - coesistevano senza conflitti ed avevano avviato da tempo incontri interreligiosi per garantire una pacifica convivenza civile. Come mai continuano a sussistere le milizie Seleka, se il presidente Michel Djotodia le ha sciolte? Perché la Missione internazionale per la stabilizzazione del Centrafrica (Misca) dell'Unione Africana (Ua) non è intervenuta a dovere? Come si spiega il salto di qualità dei gruppi di autodifesa? Chi c'è dietro? Chi li arma? Insomma l'impressione è che in Centrafrica si stia giocando una partita che va ben oltre le forze in campo. Una partita che vede coinvolte sia potenze come la Francia, che aveva scaricato il presidente Francois Bozizé, al potere dal 2003, e dato via libera a Seleka per prendere il potere, sia forze dell'integralismo islamico - per la prima volta c'è un presidente, Djotodia, musulmano -, ma anche gli interessi delle potenze regionali come il Sudan e il Ciad che hanno fornito miliziani a Seleka.
“ Ma non c'entrano forse anche gli interessi delle potenze emergenti asiatiche e di quella continentale, cioè il Sudafrica che conta su un paese ricco di materie prime come il Centrafrica? Niente di nuovo sotto il sole per l'Africa dove le guerre di solito si fanno per procura e le forze locali sono solo comparse. I vescovi, seppure preoccupati degli effetti che questa terribile situazione ha sui rapporti interreligiosi, sottolineano che la crisi è politica e non religiosa e occorre evitare che il conflitto si connoti in questo senso. Per questo hanno fatto pressione sull'Onu e sull'Ua affinché procedano al disarmo degli uomini di Seleka e dei civili sia cristiani sia musulmani. Il lavoro più importante e delicato è quello di riconciliare gli animi, promuovere il perdono e la tolleranza. Nel frattempo le Chiese cattolica e protestante del paese hanno firmato L'Appello di Bangui, con il quale si invitano i fedeli cristiani alla pace e alla riconciliazione con i musulmani e si chiede alla comunità internazionale di intervenire per far uscire il paese dalla crisi. Quanto tempo dovrà passare prima che si prenda qualche misura concreta a livello internazionale per favorire la fine di quest'ennesima carneficina dimenticata?” (Articolo di Mario Menin, pubblicato su Missione Oggi di novembre).
***Il Papa Francesco ha pubblicato un questionario di quasi quaranta domande riguardanti il tema del matrimonio e della famiglia. L´iniziativa é in vista di raccogliere, attraverso i vescovi, il maggior numero di dati e opinioni su queste realtá, in preparazione del Sinodo che si svolgerá il prossimo anno su questo tema. Mi auguro che prendano in considerazione alcuni provvedimenti sul rito in chiesa, che da molto tempo soffre di un processo di perdita di senso religioso, di clima di preghiera e di attenzione ed enfasi sul valore del Sacramento. Sará difficile recuperarlo. Forse bisognerebbe tornare alle origini del cristianesimo, quando non esisteva un rito sacramentale specifico per il matrimonio.
“Durante i primi secoli della storia della chiesa, i cristiani hanno celebrato il loro matrimonio « come gli altri uomini » (A Diogneto V, 6), sotto la presidenza del padre di famiglia, attraverso i soli gesti e i riti domestici, come per esempio quello di unire le mani dei futuri sposi. Tuttavia, essi hanno sempre tenuto presenti « le leggi straordinarie e veramente paradossali della loro società spirituale » (A Diogneto V, 4). Hanno eliminato dalla loro liturgia domestica ogni aspetto della religione pagana. Hanno dato una importanza particolare alla procreazione e all’educazione dei figli (ibid., V, 6); hanno accettato che i vescovi esercitassero una vigilanza sui loro matrimoni (Ignazio di Antiochia, Lettera a Policarpo V, 2). Hanno espresso nel loro matrimonio una particolare sottomissione a Dio e un rapporto con la loro fede (Clemente di Alessandria, Stromata IV, 20). E a volte, in occasione del matrimonio, hanno partecipato alla celebrazione del sacrificio eucaristico e hanno ottenuto una particolare benedizione (Tertulliano, Lettera alla moglie II, 9)”. (Le citazioni sono di scrittori del 2º e 3º secolo il testo é di un documento della Commissione Teologica Internazionale, “La dottrina cattolica sul sacramento del matrimonio, 1977).
Con grande afflizione presiedo, da molti anni e sempre piú spesso, alla celebrazione di matrimoni religiosi in cui lo sfarzo, e l´ostentanzione prevalgono e l´attenzione alle letture e preghiere, la consapevolezza di stare realizzando un Sacramento, sembrano non interessare a nessuno. Il difetto é in radice. Il matrimonio religioso cattolico, molte volte (sempre meno in Europa) é cercato piú per il suo contorno esibizionistico che per il suo rapporto con la scelta di una vita di famiglia “in Cristo”. Cosí non é una cosa seria, e noi preti siamo lí solo in affitto. Sono contento che si cerchi di usare misericordia e accoglienza verso coloro che hanno alle spalle una storia di matrimonio finito malamente, ma bisognerebbe anche cercare di evitare la celebrazione solenne del Sacramento quando le persone non ne conoscono o non ne condividono il significato, e chiedono solo una sfilata e un rito formale fotogenico.
29 ottobre 2013
LA MORTE
Il 17 ottobre scorso é morto João, Giovanni, il nostro ex-sacrestano. Aveva 65 anni. Era andato in pensione da meno di quattro mesi, dopo una vita di lavoro. Negli ultimi dieci anni era stato guardia notturna della Chiesa e del Centro di Pastorale della parrocchia, addetto alle pulizie e poi sacrestano. Felicissimo di godersi, finalmente, la convivenza con la famiglia, due mesi fa aveva cominciato a soffrire mal di testa, poi convulsioni, e infine era comparso un tumore al cervello, giá in fase avanzata. Ai miei poveri occhi che non vedono oltre, é apparso come un destino crudele. Ma c´é pure gente che vuole morire. La settimana scorsa un umile lavoratore di 41 anni, ospite della sorella e del cognato che sono miei vicini di casa, preso dalla disperazione, é andato dietro ad una mietitrebbia parcheggiata Da mesi quí acanto, nello spazio libero tra un´officina e un distributore, é vi si é impiccato. Non so con esattezza i motivi del suo dolore, ma era talmente deciso a morire che é spirato con le gambe che si trascinavano per terra fino al ginocchio. Ha usato i tiranti del suo zainetto per legarsi il collo.
Cosí, io ho anticipato la meditazione sulla morte. Novembre comincerá con il giorno dei santi e quello dei defunti. Tutti morti, comunque. A furia di sogni e metafore, l´autore dell´Apocalisse tenta di spiegarci il nostro destino finale. Quelli che non avranno il loro nome scritto nel libro della vita saranno gettati – scrive lui - nel lago di fuoco, assieme al Dragone che essi hanno adorato. E scompariranno per sempre. I santi, invece, saranno moltitudini e cammineranno dietro l´Agnello. Tutti vestiti di bianco, perché hanno lavato le loro vesti nel sangue dell´Agnello....(ahi, le metafore! il sangue che sbianca). “Egli asciugherá ogni lacrima dei loro occhi. Poiché non ci sará mai piú morte, né lutto, né grido, né dolore. Sí, le cose antiche sono scomparse. Colui che é seduto sul trono dichiaró: “Ecco che io faccio nuove tutte le cose”. La sostanza é che dobbiamo affidarci alla nostra fede e metterci nelle mani di Dio, perché andiamo incontro all´ignoto. Gesú ci ha rivelato quanto basta per farci coraggio: che abbiamo un Padre misericordioso, e di certo dovrá avere pietá di noi, che abbiamo camminato nel buio della nostra ignoranza e piccolezza, cercando Lui.
Questa prospettiva della nostra fede é descritta per metafore, perché l´altra vita é un mistero, ma é é confortante e gioiosa. Quando penso ai tanti amici e conoscenti sottomessi a continue chirurgie, emodialisi, chemioterapie, radioterapie, provo quasi rimorso: perché loro e non io? Dico a Gesú: “Trova un modo di farmi sentire la tua presenza quando soffriró, e dopo, pensaci tu!” Questo mi fa sentire in obbligo di portare il conforto di Gesú e della sua Parola con piú forza, perché Lui, se non cura sempre il corpo, di solito cura il sentimento e l´anima.
Spinto da questi pensieri, ho preso in mano anche gli unici due libri in mio possesso che parlano della morte, e ne ho estratto alcune perle. Le prime, dal libro di Carmine di Sante, ed. Cittadella, intitolato “La morte”, mostrano la prospettiva pessimista degli antichi pagani, che si ritrova frequentemente ancora oggi, nella modernitá. Visioni poetiche, ma desolanti. Cosí Mimnerno, poeta lirico greco del 7º secolo A.C. “Noi siamo come le foglie, che la bella stagione di primavera genera, quando del sole ai raggi crescono: brevi istanti, come foglie, godiamo di giovinezza il fiore, né dagli déi sappiamo il bene e il male. Intorno stanno le nere dee: reca l´una la sorte della triste vecchiezza, l´altra la morte. Tanto dura di giovinezza il frutto quanto in terra spande la luce il sole. Ma quando questa breve stagione é dileguata, allora, anzi che vivere, é piú dolce morire”. E cosí Sofocle: “Non veder mai la luce – vince ogni confronto – ma una volta venuti al mondo – tornare subito lá donde si giunse – é di gran lunga la migliore sorte: - quando tramontano di giovinezza i dolci errori – chi non vaga tra dolori infiniti? – Quale pena resta al di fuori di noi? – Uccisioni, discordie, risse, battaglie – odio....e sopravviene in ultimo – da tutti maledetta – l´impotente, l´inaccostabile, l´arida vecchiaia, - ove dei mali – tutti i mali coabitano”. Quando guardiamo la vita soltanto come ricerca di godimenti e fruizione momentanea, ci depauperiamo da soli, perdendo la gioia di tanta bellezza e bontá, e ignorando tanti affetti e amicizie sincere e generose che abbiamo intorno ogni giorno.
Per contrasto, ecco invece come há affrontanto la morte uno che camminava nella luce del Vangelo: Padre David Maria Turoldo, prete dei Servi di Maria, morto di cancro nel 1992, nel suo libro “Canti ultimi”. Lo ha scritto quando la sua malattia era giá nello stadio finale. “In questo slancio finale – non cedere, mio cuore - alle sovrane stanchezze. – Non sará certo – lunga l´attesa. – E non perdere tempo. – E questo mio essere presente – questo darmi ancora – e lasciarmi divorare, dica – con quale umile – e grata – e diuturna passione – vita, io ti amavo – e come ora, con la morte – ultimo dovere - vorrei sdebitarmi – e pagare lietamente – il pedaggio".
15 ottobre 2013
L´UGUAGLIANZA!
Le foto: 1 - gruppo dei fondatori della Fraternitá dell´ex monastero di Goiás; 2 e 3 - Incontro di giovani ad Itaberaí.
Sabato scorso in Brasile era la festa di Nossa Senhora Aparecida. É festa nazionale, perché fu dichiarata patrona del Brasile: un omaggio dei tempi della monarchia). I cattolici le sono molto devoti. Al santuario di Aparecida do Norte accorrono a milioni. Noi abbiamo un piccolo santuario diocesano vicino a Goiás, nella localitá di Areias. Da Itaberaí molti ci vanno a piedi, camminando tutta notte o quasi (sono 24 km) a chiedere aiuto per i loro problemi e “pagare” i loro voti. Io ho avuto il piacere di celebrare per loro la messa alle sei del mattino. Sotto un grande tendone davanti al santuario, perché é piccolo per quella folla. Durante la messa, mi é venuto davanti all´altare un giovanotto ubriaco. Aveva tra le mani una bottiglia di cachaça (grappa di canna da zucchero), e pregava a voce alta davanti a tutti, senza nessuna inibizione. Io gli ho sorriso e l´ho lasciato continuare in pace, ma non capivo cosa diceva. Poi mi hanno raccontato che pregava cosí: “Nossa Senhora, fammi la grazia di trovare un´altra donna, perché la mia mi ha fatto le corna”. Cornuti di tutto il mondo, prendete l´esempio!
Frei Beto, in un articolo su Adital, ci informa che alcuni ricercatori americani hanno sperimentato e scoperto nelle scimmie lo stesso sentimento di uguaglianza che esiste nei bimbi piccoli. Davano alle scimmie dei pezzetti di cetriolo, di cui erano ghiotte. Poi hanno cominciato a dare ad una di loro un grappolo d´uva, piú gradito del cetriolo, per le scimmie. Agli altri continuarono a dare cetriolo. In breve, il clima si alteró. Le altre scimmie, arrabbiate, quando vedevano il loro compagno ricevere uva, buttavano via il cetriolo. Un alimento cosí gradito era diventato motivo di odio. Le scimmie non si irritavano quando i ricercatori mostravano a tutti l´uva ma distribuivano cetriolo. Diventavano cattivi, invece, quando davano ad uno l´uva e agli altri il cetriolo. Secondo l´autore, quando questa ricerca fu pubblicata, suscitó scandalo nel mondo scientifico perché non si possono paragonare gli esseri umani alle scimmie. Tuttavia, tutti abbiamo fatto questa esperienza nell´infanzia: i nostri genitori ci hanno insegnato l´uguaglianza dei diritti. E guai quando ci accadeva di vedere, o supporre, un trattamento preferenziale verso il fratello o la sorella. Perdevamo il piacere di vivere. Al massimo era ammessa una preferenza per il piú debole.
Noi viviamo in una societá spaventosamente disuguale. Alcuni mangiano l´uva, altri i cetrioli, e molti non hanno proprio niente. Non siamo scimmie, ma ci sono moltitudini, interi popoli, arrabbiati: che emigrano e vengono ricevuti a pugni in faccia, o trovano un muro davanti a sé. Che per disperazione buttano via il cetriolo, cioé quel poco di vita che resta per loro, e affondano nell´alcoolismo, nella droga, nella delinquenza e malvagitá. Ogni tanto visito la prigione di Itaberaí, dove trovo sempre una settantina o piú di giovani, quasi tutti del paese, che si sono rovinati perché volevano assaggiare un pó di benessere: um pó di uva. Sono i ragazzi piú soli del mondo: per alcuni di loro la visita é l´ultimo contatto umano in una vita vissuta tra droga e prigione, um baratro da cui, quasi sempre, si esce solo morti. Con tutto questo, la reazione piú comune di noi cristiani é di adeguarci all´ingiustizia e andare avanti facendoci largo a spintoni, per accapparrarci una situazione piú privilegiata. E ci difendiamo ricorrendo alla “giustizia”. Nel vangelo della prossima domenica c´é una parabola di Gesú che mostra come funzionava la giustizia a quei tempi, e spesso ancora oggi. C´era un giudice senza religione e a cui non importava nulla della sofferenza degli oppressi. E c´era una vedova che doveva convincerlo a farle giustizia. Dopo molto insistere, il giudice le fa giustizia, almeno per togliersela dai piedi. É stata fortunata. Oggi la macchina della giustizia é ben piú complicata.
Scrive José Antonio Pagola: “Il simbolo della giustizia nel mondo greco-romano era una donna che, con gli occhi bendati, pronuncia una sentenza “suppostamente” imparziale. Secondo Gesú, Dio non é questo tipo di giudice imparziale. Conosce molto bene le ingiustizie che si commettono contro i piú deboli e la sua misericordia lo porta a inclinarsi dalla loro parte. Questa “parzialitá di Dio a favore dei deboli é uno scandalo ai nostri occhi borghesi, ma conviene ricordarla, perché nella societá moderna funziona um´altra parzialitá di segno contrario: la giustizia favorisce piú il potente che il debole. Ci crediamo progressisti perché sosteniamo che “tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignitá e diritti”, ma sappiamo che questo é falso.
Gesú non era un illuso, e sapeva bene che quella situazione sociale non sarebbe cambiata tanto in fretta. Perció raccontó quella parabola per raccomandare la preghiera insistente. Dio é un Padre che vuole vita e dignitá per tutti i suoi figli. Fará giustizia, perché sta dalla parte dei deboli. Ma quando? É un pezzo che aspettiamo. Cito ancora Pagola: “Per noi l´importante é l´azione, lo sforzo, il lavoro, l´efficacia, i risultati. Pregare, per noi, é una perdita di tempo. La preghiera appartiene al mondo dell´”inutile”. Certo, la preghiera é inutile come é inutile il piacere dell´amicizia, la tenerezza degli sposi, la passione dei giovani, il sorriso dei figli, lo sfogo con la persona di fiducia, il riposo nell´intimitá della casa, il godimento di una festa, la pace di un tramonto...” “Sarebbe un equivoco pensare che la nostra preghiera é efficace solo quando otteniamo ció che chiediamo. La preghiera cristiana é efficace perché ci fa vivere con fede e fiducia nel Padre e con sentimenti di solidarietá verso i fratelli”.
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