30 novembre 2013
RESTATE SVEGLI !!!!
Riflessione sulla traccia di “O caminho aberto por Jesus” – Mateus – J.A. Pagola.
MATTEO 24, 37-44
"Gesú lo ripete continuamente: “State sempre svegli! Il Figlio dell´uomo tornerá quando meno ve lo aspettate”. Gesú temeva che il fuoco iniziale si spegnesse e i suoi discepoli dormissero. Matteo, cinquanta anni piú tardi, lo ricorda alle sue comunitá che percorrono il cammino di Gesú in mezzo a ostilitá e persecuzioni, ma corrono lo stesso rischio: chiudersi nella loro piccola cerchia e accontentarsi di qualche pratica religiosa abitudinaria. Si sono accorti che il Regno promesso tarda ad arrivare, e che nel quotidiano bisogna convivere con la mentalitá corrente. Ma cosí, ricorda Matteo, quando Egli verrá saremo colti di sorpresa e impreparati.
"Questo é anche il nostro grande rischio: installarci comodamente nelle nostre convinzioni, “abituarci” al Vangelo e vivere addormentati nell´osservanza tranquilla di una religione spenta".
Gli esempi citati dal Vangelo sono cose che accadono ogni giorno. Quattro viaggiavano su una macchina, si sono scontrati con una moto. Il giovane in moto e un passeggero sono stati presi, gli altri sono stati lasciati. L´incontro finale con Gesú per ciascuno di noi, é imprevedibile, puó avvenire in qualsiasi momento. Qui non si fa riferimento solo alla fine del mondo e al giudizio finale. E se stiamo dormendo, come risvegliarci?
“Tornare a Gesú e sintonizzarci con la prima esperienza che ha dato inizio a tutto. Non basta installarci correttamente nella tradizione. Dobbiamo affondare le radici della nostra fede nella persona di Gesú, tornare a nascere ogni volta dal suo spirito. Non c´é niente di piú importante di questo nella Chiesa. Solo Gesú puó condurci di nuovo all´essenziale”.
“Inoltre, dobbiamo ravvivare la nostra esperienza di Dio. L´essenziale del Vangelo non si impara da fuori, ma ciascuno lo scopre dentro di sé come Buona Notizia di Dio”.
“Piú ancora. La chiave di lettura con cui Gesú viveva Dio e guardava la vita intera non era il peccato, la morale o la legge, ma la sofferenza delle persone. Gesú non solo amava i disgraziati, ma non amava niente piú di loro. Non stiamo seguendo correttamente i passi di Gesú, se ci preoccupiamo piú della religione che della sofferenza della gente”. “Se il nostro cristianesimo non serve per far vivere e crescere (la dignitá e la felicitá delle persone), non serve all´essenziale, per quanto ci sforziamo di denominarlo con nomi pii e venerabili”.
20 novembre 2013
FEDE E VITA, FEDE E POLITICA
Tutt´a un tratto é arrivato qui don Isacco, e l´ho portato a Goiania a visitare dom Tomás Balduino appena recuperato da un coma, e Irmã Ester immobilizzata a letto. Lui compirá i 91 il 31 dicembre. Lei, per tanti anni "parroca" di Britania, 85. Vedete le foto. E poi Anna Maria Melini, 83 (?), di cui non ho la foto.
A Brasilia, in questi giorni, si é svolto il convegno nazionale del Movimento Fede e Politica. Io non ho partecipato, ma i miei vicini di casa sí. É un movimento nato dalle Comunitá Ecclesiali di base della Chiesa cattolica e poi allargato ad altre chiese e gruppi religiosi che hanno aderito. Oggi é un Movimento di resistenza, perché tira un altro vento. Complessivamente le persone, le parrocchie, i santuari e le diocesi che si occupano con convinzione di questioni sociali sono poche. Paradossalmente, nel momento in cui l´impegno popolare del passato sta mostrando i suoi frutti con un miglioramento sostanziale delle condizioni economiche dei lavoratori e dei poveri in genere, la gente é piú attirata da forme di religiositá misticista, staccata dalla vita concreta. Del resto i diversi canali televisivi cattolici sfornano e diffondono quasi sempre grandi celebrazioni liturgiche, devozioni vecchie e nuove, folle di carismatici in preghiera estatica, e poi vendita di oggetti sacri e raccolte di denaro per costruire nuovi templi. La preoccupazione principale sembra quella di rilanciare il cattolicesimo come religione nazionale, di fronte al disperdersi della gente nelle migliaia di nuove chiese pentecostali. Ma rischiano di mettere in secondo piano la sostanza del cristianesimo, che é seguire Gesú e vivere il Vangelo.
Tuttavia il salone pieno zeppo del Convegno Nazionale di Brasilia attesta che il Movimento Fede e Politica e i movimenti popolari resistono. Le minoranze resistenti hanno sempre dato frutti nella storia. Gli ebrei che uscirono dall´Egitto e camminarono per 40 anni nel deserto per raggiungere la Terra Promessa furono una minoranza di poveretti, guidati da un pastore ottantenne di nome Mosé. Israele seguí la Legge di Mosé fino ai tempi di Gesú, che i Vangeli indicano come Nuovo Mosé, crocefisso dai bempensanti ma Figlio del Dio Unico dei cristiani. Egli stabilí la Nuova Legge, quella delle Beatitudini. Perció le minoranze resistenti hanno un bel passato e un futuro promettente.
Lo ripeto, é il vento che tira. Ad esso contribuisce il discredito della politica, deturpata dai continui scandali. La settimana scorsa, a tappe forzate, é stato concluso il processo del cosiddetto “mensalão”, un caso di corruzione per 55 milioni di reali, avvenuto durante il primo mandato del Presidente Lula all´interno del Partito dei Lavoratori (PT). 12 dei suoi dirigenti sono stati condannati: chi otto, chi dieci e chi dodici anni di carcere. Si sono giá presentati per l´arresto (solo uno dei condannati, avendo il doppio passaporto, é fuggito in Italia – spera di usufruire della vendetta dell´Italia che non avendo ottenuto l´estradizione di Cesare Battisti, secondo lui dovrebbe vendicarsi non concedendo la sua). I condannati del mensalão, se colpevoli, abbiano il carcere che si meritano. Ma non sará per puro caso che la prima condanna nitida di grossi scandali amministrativi avviene sotto un governo del PT e riguarda membri del PT, con ampia divulgazione della midia piú potente. La midia ci sguazza. Prima e dopo di questo, sono avvenuti tanti altri casi di corruzione. Almeno una dozzina assai piú consistenti di questo, con cifre che vanno dai cento milioni a piú di cento miliardi di truffa. Sono stati denunciati e non hanno avuto un procedimento cosí rapido, né un finale cosí drammatico e divulgato dalla midia come questo. Sará perché “corruptio optimi pessima”? Solo i giornaletti ne parlano ancora.
Il mio confratello Padre Alfredo J. Gonçalves ha pubblicato, sul sito Adital, un articolo intitolato “Cristianesimo squizofrenico”, dove spiega che la schizofrenia é una “disintegrazione della personalitá umana”. Questa parola, dice lui, puó essere utilizzata in campo religioso, come metafora, per quelli che sono soliti separare la fede dal comportamento pratico. “Attualmente costituiscono una buona fetta di coloro che si dichiarano “cristiani”. Normalmente partecipano ai sacramenti, alle pratiche religiose, al culto della Parola e dell´Eucaristia, ma nello stesso tempo, nel mondo degli affari, nel luogo in cui abitano e sul lavoro, il loro comportamento non riceve nessun influsso dal messaggio evangelico. Spesso apprezzano e ammirano le parole del papa, del prete, del pastore o di qualsiasi altra autoritá religiosa, per esempio, ma questo non significa che le accettino nella pratica. Riescono a stabilire una distanza ragionevole tra l´”autodefinirsi cristiani” e il “vivere da cristiani”. In generale si rivelano capaci di blindare la propria esistenza contro le esigenze di una fede presa veramente sul serio, sottraendosi alle sue conseguenze. Del resto, in grado maggiore o minore, questa distanza tra fede e vita esiste in tutti noi. "Tra il dire e il fare in mezzo c’è il mare”, dice un provérbio italiano.
Nel caso specifico del cattolicesimo, la fede in Gesú Cristo diventa un sentimento di natura privata, intimista e spiritualizzante, senza implicazioni dirette con il contesto storico in cui ciascuno é inserito. Prevale un dualismo spesso inconsapevole: mentre l´"incontro con Dio” nella preghiera personale, nella pietá comunitaria o nella celebrazione dell´Eucaristia acquista un carattere di estasi e facile entusiasmo, l´"incontro coi fratelli” si conserva freddo e indifferente di fronte all´ingiustizia e all´oppressione, alla sofferenza e all´esclusione sociale. Non é raro incontrare grandi imprenditori e rinomate autoritá (nell´area delle finanze, dell´agroindustria, delle telecomunicazioni, della minerazione, della politica e delle reti commerciali – solo per citare alcuni esempi) che si rivelano assidui alla preghiera e alla messa, ma contemporaneamente non esitano a pagare salari irrisori, conservare enormi latifondi, appropriarsi indebitamente della cosa pubblica o sfruttare la mano d´opera facile e a basso prezzo, quando non addirittura quella infantile o di immigranti irregolari.
Vicini a Dio, senza dubbio, ma distanti dal prossimo e tanto píú da quelli che danno fastidio! Fino a che punto questo é possibile in una fede evangelicamente autentica? O ancora, questo dio (con lettera minuscola) non sará un idolo facile da manipolare? É evidente che, benché in dosi diverse, questo stesso atteggiamento si ripete in tutti gli strati e classi sociali. Arriviamo all´estremo di una “incredulitá oggettiva” accanto ad una "pietá soggettiva”, afferma giustamente il teologo tedesco Jurgen Moltmann (Teologia da esperança). Lo stesso autore aggiunge: "La vita interiore fatta di relazioni dirette e incomunicabili tra l´esistenza e la trascendenza, cammina di pari passo con il disprezzo delle cose esteriori, considerate assurde, prive di senso e inique”. La relazione con Dio si stacca dal rapporto con gli altri, come se recitare il “Padre Nostro” non implicasse un impegno collettivo e fraterno per la ricerca del "nostro pane quotidiano”. Di fatto, se il Padre é “nostro”, il pane non potrá mai essere "mio”. La fede si divorzia dalla vita ecclesiale e dall´azione sociale.
La preghiera davanti a Cristo Risorto si interiorizza in una forte sensazione di lodare Dio eternamente presente e glorioso, a tal punto da disinteressarsi completamente di qualsiasi impegno con la realtá circostante. Si stabilisce una chiara spaccatura tra la vita di fede, talvolta euforica ed esagerata, da un lato, e dall´altro l´azione personale, sociale o politica di fronte a ció che accade, in famiglia, nei gruppi di amici, infine, nel quotidiano della vita. L´una e l´altra sembrano linee parallele come quelle di una ferrovia, ossia linee che non si incrociano mai e meno che meno interagiscono. Peggio ancora, la vita privata e quella pubblica rischiano di dissociarsi tanto da non riconoscersi tra loro. Ció che io sono in casa e in Chiesa é una cosa; ció che sono e come vivo lá fuori, é un´altra. Due tipi di comportamento frammentati, spesso in contraddizione tra loro. Quante volte lo scandalo di un rappresentante di alto livello della politica, degli affari o della religione, quando messo a nudo dalla midia, rivela questa doppia faccia della stessa persona!”.
Il mio collega Padre Alfredo dovrá perdonarmi perché mi sono permesso di citare, traducendolo in Italiano, un pezzo di questo articolo che lui ha scritto il 16 novembre scorso da Roma (ma io non ho trovato la versione in italiano). E l´ho citato omettendo la parte conclusiva, in cui commenta una lettera di San Paolo. Io invece lo concludo citando il Vangelo di Matteo. Quest´anno, nella liturgia, si legge Luca. Ma la messa dell´ultima domenica di novembre, a conclusione del Tempo Comune, negli anni in cui le letture sono di Matteo, si legge il capitolo 25: “Venite voi, benedetti dal Padre mio. Ricevete da me in ereditá il Regno che mio Padre ha preparato per voi fin dalla creazione del mondo. Poiché io avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere; ero straniero e mi avete accolto in casa; ero nudo e mi avete vestito; ero ammalato e vi siete presi cura di me; ero in prigione e mi avete visitato”. É il testo piú forte e chiaro tra quelli che esistono. L´appartenenza, il grado di studio, l´essere preti o suore o laici o cardinali o papi, la religione stessa, e perfino il fervore delle pratiche religiose e dei sacramenti passano in secondo piano, nel giudizio di Gesú. Guai a noi che separiamo la fede dalla vita concreta, dalle scelte che facciamo in famiglia, sul lavoro, negli affari e anche in politica.
9 novembre 2013
PROBLEMI DI ATTUALITÁ
*** Oggi, 9 ottobre 2013, Itaberaí compie i 145 anni di storia come comune emancipato dello Stato di Goiás. Il compleanno é celebrato con un giorno di vacanza, una sfilata di scuole ed entitá pubbliche con le loro fanfare, e alcune iniziative culturali come il Recital “Roda de poesia”. La storia di Itaberaí ha avuto inizio dopo il 1750, quando c´era sul posto un “curral” (un recinto per bestiame) al servizio dei boiadeiros di passaggio, che vi rinchiudevano provvisoriamente le mandrie per passare la notte. Qualcuno vi costruí accanto un “boteco” dove i mandriani potevano mangiare, bere e acquistare gli equipaggiamenti necessari per il loro lavoro. Poco alla volta sorse un villaggio, che prese il nome di “Curralinho”. Oggi é una cittá di quasi 40 mila abitanti, ricco centro commerciale. Nel territorio del comune (1300 Kmq) si pratica in prevalenza la monocultura della soia, mais, sorgo, canna da zucchero ed eucalipto, ma non manca una consistente presenza di piccoli agricoltori che producono per il mercato locale, e vendono i loro prodotti nei vari mercatini improvvisati nelle piazze e incroci della cittá.
*** “In meno di due settimane una legge, un decreto e una “portaria” sono stati approvati e pubblicati per accelerare il processo di liberazione degli agrotossici non permessi nel paese” – avverte Leonardo Boff in un articolo pubblicato su Adital. Il motivo, gravissimo, é la comparsa, in Brasile, di un nuovo tipo di bruco, la Helicoverpa armigera, che nessuno dei veleni usati attualmente riesce ad estirpare. Per combatterla, il Ministero ha permesso l´importazione del benzoato di emamectina, che fin´ora era proibito. Il grave problema ci tocca da vicino, poiché questo insetto é giá largamente diffuso anche nelle nostre campagne di Itaberaí. Secondo un agricoltore del luogo che mi ha spiegato la situazione, viene diffuso da una farfalla notturna. Ogni insetto é in grado di consumare 250 piantine di soia nel breve tempo della sua vita. Un´autentica calamitá. Cosí dobbiamo aspettarci che nuovi veleni sempre piú potenti saranno spruzzati tra breve dagli aerei sulle vaste coltivazioni di soia. Ci verrá concesso gratuitamente di respirare la parte che volerá via col vento. É superfluo commentare il costo umano di questo tipo di agricoltura imposto dal mercato.
***Sono sempre piú indisposto verso questo “progresso”, ogni volta che visito la prigione e vedo sempre piú ragazzi al di sotto dei 25 anni presi per uso e traffico di droga, e per altri delitti ad esso connessi. Il crack fa strage di giovani. E ogni volta che passo vicino a un gruppo di ragazzetti e non posso parlare con nessuno, perché tutti stanno a testa bassa, in silenzio, ciascuno a “toccare” il suo smarth fone o il suo tablet. Ancora di piú quando leggo che l´industria elettronica consuma sempre piú minerali preziosi e rari, molti dei quali sono estratti in paesi poveri in cui i minatori, bambini e adulti, affrontano condizioni di lavoro terrificanti. Oppure intere comunitá vengono rimosse per fare spazio alla minerazione. Senza parlare dell´acqua e dell´inquinamento del suolo. In seguito questa materia prima si trasformerá in componenti elettronci montati con il supersfruttamento dei lavoratori cinesi, brasiliani, messicani. E con tutto questo, il mercato sará sempre piú in crisi, e produrrá in tutto il mondo governi corrotti e moltitudini di licenziati disoccupati.
***”I vescovi del continente africano, riuniti per l'assemblea plenaria del Simposio delle Conferenze episcopali dell'Africa e Madagascar (Secam), a Kinshasa dal 9 al 14 luglio, hanno lanciato un accorato appello per la pace in Repubblica Centrafricana. Sono ormai migliaia le vittime e decine di migliaia le persone in fuga a seguito del colpo di Stato da parte dei guerriglieri Seleka del marzo 2013. Anche i vescovi del Centrafrica hanno denunciato, nella loro lettera “Mai più così”, la spaventosa situazione del paese: "Dovunque sono arrivate le milizie Seleka regnano terrore, torture, stupri, ruberie. Le popolazioni fuggono, sono prive di tutto, di cibo e medicinali. Il Centrafrica è diventato uno Stato fantasma e le grida e le lacrime della nostra popolazione ci trafiggono il cuore". Le Caritas africane, dal canto loro, si sono appellate a tutte le persone di buona volontà, ai governi europei e alla comunità internazionale, affinché non rimangano indifferenti a questa tragedia e intervengano rapidamente con ogni mezzo diplomatico, politico e di aiuto alla popolazione. Molti missionari e missionarie si chiedono il perché di tanta degenerazione, che li ha colpiti anche personalmente, in un paese dove i fedeli di credo diverso - su circa 4,6 milioni di abitanti, il 50% sono cristiani, il 15% musulmani, il resto segue le religioni tradizionali africane - coesistevano senza conflitti ed avevano avviato da tempo incontri interreligiosi per garantire una pacifica convivenza civile. Come mai continuano a sussistere le milizie Seleka, se il presidente Michel Djotodia le ha sciolte? Perché la Missione internazionale per la stabilizzazione del Centrafrica (Misca) dell'Unione Africana (Ua) non è intervenuta a dovere? Come si spiega il salto di qualità dei gruppi di autodifesa? Chi c'è dietro? Chi li arma? Insomma l'impressione è che in Centrafrica si stia giocando una partita che va ben oltre le forze in campo. Una partita che vede coinvolte sia potenze come la Francia, che aveva scaricato il presidente Francois Bozizé, al potere dal 2003, e dato via libera a Seleka per prendere il potere, sia forze dell'integralismo islamico - per la prima volta c'è un presidente, Djotodia, musulmano -, ma anche gli interessi delle potenze regionali come il Sudan e il Ciad che hanno fornito miliziani a Seleka.
“ Ma non c'entrano forse anche gli interessi delle potenze emergenti asiatiche e di quella continentale, cioè il Sudafrica che conta su un paese ricco di materie prime come il Centrafrica? Niente di nuovo sotto il sole per l'Africa dove le guerre di solito si fanno per procura e le forze locali sono solo comparse. I vescovi, seppure preoccupati degli effetti che questa terribile situazione ha sui rapporti interreligiosi, sottolineano che la crisi è politica e non religiosa e occorre evitare che il conflitto si connoti in questo senso. Per questo hanno fatto pressione sull'Onu e sull'Ua affinché procedano al disarmo degli uomini di Seleka e dei civili sia cristiani sia musulmani. Il lavoro più importante e delicato è quello di riconciliare gli animi, promuovere il perdono e la tolleranza. Nel frattempo le Chiese cattolica e protestante del paese hanno firmato L'Appello di Bangui, con il quale si invitano i fedeli cristiani alla pace e alla riconciliazione con i musulmani e si chiede alla comunità internazionale di intervenire per far uscire il paese dalla crisi. Quanto tempo dovrà passare prima che si prenda qualche misura concreta a livello internazionale per favorire la fine di quest'ennesima carneficina dimenticata?” (Articolo di Mario Menin, pubblicato su Missione Oggi di novembre).
***Il Papa Francesco ha pubblicato un questionario di quasi quaranta domande riguardanti il tema del matrimonio e della famiglia. L´iniziativa é in vista di raccogliere, attraverso i vescovi, il maggior numero di dati e opinioni su queste realtá, in preparazione del Sinodo che si svolgerá il prossimo anno su questo tema. Mi auguro che prendano in considerazione alcuni provvedimenti sul rito in chiesa, che da molto tempo soffre di un processo di perdita di senso religioso, di clima di preghiera e di attenzione ed enfasi sul valore del Sacramento. Sará difficile recuperarlo. Forse bisognerebbe tornare alle origini del cristianesimo, quando non esisteva un rito sacramentale specifico per il matrimonio.
“Durante i primi secoli della storia della chiesa, i cristiani hanno celebrato il loro matrimonio « come gli altri uomini » (A Diogneto V, 6), sotto la presidenza del padre di famiglia, attraverso i soli gesti e i riti domestici, come per esempio quello di unire le mani dei futuri sposi. Tuttavia, essi hanno sempre tenuto presenti « le leggi straordinarie e veramente paradossali della loro società spirituale » (A Diogneto V, 4). Hanno eliminato dalla loro liturgia domestica ogni aspetto della religione pagana. Hanno dato una importanza particolare alla procreazione e all’educazione dei figli (ibid., V, 6); hanno accettato che i vescovi esercitassero una vigilanza sui loro matrimoni (Ignazio di Antiochia, Lettera a Policarpo V, 2). Hanno espresso nel loro matrimonio una particolare sottomissione a Dio e un rapporto con la loro fede (Clemente di Alessandria, Stromata IV, 20). E a volte, in occasione del matrimonio, hanno partecipato alla celebrazione del sacrificio eucaristico e hanno ottenuto una particolare benedizione (Tertulliano, Lettera alla moglie II, 9)”. (Le citazioni sono di scrittori del 2º e 3º secolo il testo é di un documento della Commissione Teologica Internazionale, “La dottrina cattolica sul sacramento del matrimonio, 1977).
Con grande afflizione presiedo, da molti anni e sempre piú spesso, alla celebrazione di matrimoni religiosi in cui lo sfarzo, e l´ostentanzione prevalgono e l´attenzione alle letture e preghiere, la consapevolezza di stare realizzando un Sacramento, sembrano non interessare a nessuno. Il difetto é in radice. Il matrimonio religioso cattolico, molte volte (sempre meno in Europa) é cercato piú per il suo contorno esibizionistico che per il suo rapporto con la scelta di una vita di famiglia “in Cristo”. Cosí non é una cosa seria, e noi preti siamo lí solo in affitto. Sono contento che si cerchi di usare misericordia e accoglienza verso coloro che hanno alle spalle una storia di matrimonio finito malamente, ma bisognerebbe anche cercare di evitare la celebrazione solenne del Sacramento quando le persone non ne conoscono o non ne condividono il significato, e chiedono solo una sfilata e un rito formale fotogenico.
29 ottobre 2013
LA MORTE
Il 17 ottobre scorso é morto João, Giovanni, il nostro ex-sacrestano. Aveva 65 anni. Era andato in pensione da meno di quattro mesi, dopo una vita di lavoro. Negli ultimi dieci anni era stato guardia notturna della Chiesa e del Centro di Pastorale della parrocchia, addetto alle pulizie e poi sacrestano. Felicissimo di godersi, finalmente, la convivenza con la famiglia, due mesi fa aveva cominciato a soffrire mal di testa, poi convulsioni, e infine era comparso un tumore al cervello, giá in fase avanzata. Ai miei poveri occhi che non vedono oltre, é apparso come un destino crudele. Ma c´é pure gente che vuole morire. La settimana scorsa un umile lavoratore di 41 anni, ospite della sorella e del cognato che sono miei vicini di casa, preso dalla disperazione, é andato dietro ad una mietitrebbia parcheggiata Da mesi quí acanto, nello spazio libero tra un´officina e un distributore, é vi si é impiccato. Non so con esattezza i motivi del suo dolore, ma era talmente deciso a morire che é spirato con le gambe che si trascinavano per terra fino al ginocchio. Ha usato i tiranti del suo zainetto per legarsi il collo.
Cosí, io ho anticipato la meditazione sulla morte. Novembre comincerá con il giorno dei santi e quello dei defunti. Tutti morti, comunque. A furia di sogni e metafore, l´autore dell´Apocalisse tenta di spiegarci il nostro destino finale. Quelli che non avranno il loro nome scritto nel libro della vita saranno gettati – scrive lui - nel lago di fuoco, assieme al Dragone che essi hanno adorato. E scompariranno per sempre. I santi, invece, saranno moltitudini e cammineranno dietro l´Agnello. Tutti vestiti di bianco, perché hanno lavato le loro vesti nel sangue dell´Agnello....(ahi, le metafore! il sangue che sbianca). “Egli asciugherá ogni lacrima dei loro occhi. Poiché non ci sará mai piú morte, né lutto, né grido, né dolore. Sí, le cose antiche sono scomparse. Colui che é seduto sul trono dichiaró: “Ecco che io faccio nuove tutte le cose”. La sostanza é che dobbiamo affidarci alla nostra fede e metterci nelle mani di Dio, perché andiamo incontro all´ignoto. Gesú ci ha rivelato quanto basta per farci coraggio: che abbiamo un Padre misericordioso, e di certo dovrá avere pietá di noi, che abbiamo camminato nel buio della nostra ignoranza e piccolezza, cercando Lui.
Questa prospettiva della nostra fede é descritta per metafore, perché l´altra vita é un mistero, ma é é confortante e gioiosa. Quando penso ai tanti amici e conoscenti sottomessi a continue chirurgie, emodialisi, chemioterapie, radioterapie, provo quasi rimorso: perché loro e non io? Dico a Gesú: “Trova un modo di farmi sentire la tua presenza quando soffriró, e dopo, pensaci tu!” Questo mi fa sentire in obbligo di portare il conforto di Gesú e della sua Parola con piú forza, perché Lui, se non cura sempre il corpo, di solito cura il sentimento e l´anima.
Spinto da questi pensieri, ho preso in mano anche gli unici due libri in mio possesso che parlano della morte, e ne ho estratto alcune perle. Le prime, dal libro di Carmine di Sante, ed. Cittadella, intitolato “La morte”, mostrano la prospettiva pessimista degli antichi pagani, che si ritrova frequentemente ancora oggi, nella modernitá. Visioni poetiche, ma desolanti. Cosí Mimnerno, poeta lirico greco del 7º secolo A.C. “Noi siamo come le foglie, che la bella stagione di primavera genera, quando del sole ai raggi crescono: brevi istanti, come foglie, godiamo di giovinezza il fiore, né dagli déi sappiamo il bene e il male. Intorno stanno le nere dee: reca l´una la sorte della triste vecchiezza, l´altra la morte. Tanto dura di giovinezza il frutto quanto in terra spande la luce il sole. Ma quando questa breve stagione é dileguata, allora, anzi che vivere, é piú dolce morire”. E cosí Sofocle: “Non veder mai la luce – vince ogni confronto – ma una volta venuti al mondo – tornare subito lá donde si giunse – é di gran lunga la migliore sorte: - quando tramontano di giovinezza i dolci errori – chi non vaga tra dolori infiniti? – Quale pena resta al di fuori di noi? – Uccisioni, discordie, risse, battaglie – odio....e sopravviene in ultimo – da tutti maledetta – l´impotente, l´inaccostabile, l´arida vecchiaia, - ove dei mali – tutti i mali coabitano”. Quando guardiamo la vita soltanto come ricerca di godimenti e fruizione momentanea, ci depauperiamo da soli, perdendo la gioia di tanta bellezza e bontá, e ignorando tanti affetti e amicizie sincere e generose che abbiamo intorno ogni giorno.
Per contrasto, ecco invece come há affrontanto la morte uno che camminava nella luce del Vangelo: Padre David Maria Turoldo, prete dei Servi di Maria, morto di cancro nel 1992, nel suo libro “Canti ultimi”. Lo ha scritto quando la sua malattia era giá nello stadio finale. “In questo slancio finale – non cedere, mio cuore - alle sovrane stanchezze. – Non sará certo – lunga l´attesa. – E non perdere tempo. – E questo mio essere presente – questo darmi ancora – e lasciarmi divorare, dica – con quale umile – e grata – e diuturna passione – vita, io ti amavo – e come ora, con la morte – ultimo dovere - vorrei sdebitarmi – e pagare lietamente – il pedaggio".
15 ottobre 2013
L´UGUAGLIANZA!
Le foto: 1 - gruppo dei fondatori della Fraternitá dell´ex monastero di Goiás; 2 e 3 - Incontro di giovani ad Itaberaí.
Sabato scorso in Brasile era la festa di Nossa Senhora Aparecida. É festa nazionale, perché fu dichiarata patrona del Brasile: un omaggio dei tempi della monarchia). I cattolici le sono molto devoti. Al santuario di Aparecida do Norte accorrono a milioni. Noi abbiamo un piccolo santuario diocesano vicino a Goiás, nella localitá di Areias. Da Itaberaí molti ci vanno a piedi, camminando tutta notte o quasi (sono 24 km) a chiedere aiuto per i loro problemi e “pagare” i loro voti. Io ho avuto il piacere di celebrare per loro la messa alle sei del mattino. Sotto un grande tendone davanti al santuario, perché é piccolo per quella folla. Durante la messa, mi é venuto davanti all´altare un giovanotto ubriaco. Aveva tra le mani una bottiglia di cachaça (grappa di canna da zucchero), e pregava a voce alta davanti a tutti, senza nessuna inibizione. Io gli ho sorriso e l´ho lasciato continuare in pace, ma non capivo cosa diceva. Poi mi hanno raccontato che pregava cosí: “Nossa Senhora, fammi la grazia di trovare un´altra donna, perché la mia mi ha fatto le corna”. Cornuti di tutto il mondo, prendete l´esempio!
Frei Beto, in un articolo su Adital, ci informa che alcuni ricercatori americani hanno sperimentato e scoperto nelle scimmie lo stesso sentimento di uguaglianza che esiste nei bimbi piccoli. Davano alle scimmie dei pezzetti di cetriolo, di cui erano ghiotte. Poi hanno cominciato a dare ad una di loro un grappolo d´uva, piú gradito del cetriolo, per le scimmie. Agli altri continuarono a dare cetriolo. In breve, il clima si alteró. Le altre scimmie, arrabbiate, quando vedevano il loro compagno ricevere uva, buttavano via il cetriolo. Un alimento cosí gradito era diventato motivo di odio. Le scimmie non si irritavano quando i ricercatori mostravano a tutti l´uva ma distribuivano cetriolo. Diventavano cattivi, invece, quando davano ad uno l´uva e agli altri il cetriolo. Secondo l´autore, quando questa ricerca fu pubblicata, suscitó scandalo nel mondo scientifico perché non si possono paragonare gli esseri umani alle scimmie. Tuttavia, tutti abbiamo fatto questa esperienza nell´infanzia: i nostri genitori ci hanno insegnato l´uguaglianza dei diritti. E guai quando ci accadeva di vedere, o supporre, un trattamento preferenziale verso il fratello o la sorella. Perdevamo il piacere di vivere. Al massimo era ammessa una preferenza per il piú debole.
Noi viviamo in una societá spaventosamente disuguale. Alcuni mangiano l´uva, altri i cetrioli, e molti non hanno proprio niente. Non siamo scimmie, ma ci sono moltitudini, interi popoli, arrabbiati: che emigrano e vengono ricevuti a pugni in faccia, o trovano un muro davanti a sé. Che per disperazione buttano via il cetriolo, cioé quel poco di vita che resta per loro, e affondano nell´alcoolismo, nella droga, nella delinquenza e malvagitá. Ogni tanto visito la prigione di Itaberaí, dove trovo sempre una settantina o piú di giovani, quasi tutti del paese, che si sono rovinati perché volevano assaggiare un pó di benessere: um pó di uva. Sono i ragazzi piú soli del mondo: per alcuni di loro la visita é l´ultimo contatto umano in una vita vissuta tra droga e prigione, um baratro da cui, quasi sempre, si esce solo morti. Con tutto questo, la reazione piú comune di noi cristiani é di adeguarci all´ingiustizia e andare avanti facendoci largo a spintoni, per accapparrarci una situazione piú privilegiata. E ci difendiamo ricorrendo alla “giustizia”. Nel vangelo della prossima domenica c´é una parabola di Gesú che mostra come funzionava la giustizia a quei tempi, e spesso ancora oggi. C´era un giudice senza religione e a cui non importava nulla della sofferenza degli oppressi. E c´era una vedova che doveva convincerlo a farle giustizia. Dopo molto insistere, il giudice le fa giustizia, almeno per togliersela dai piedi. É stata fortunata. Oggi la macchina della giustizia é ben piú complicata.
Scrive José Antonio Pagola: “Il simbolo della giustizia nel mondo greco-romano era una donna che, con gli occhi bendati, pronuncia una sentenza “suppostamente” imparziale. Secondo Gesú, Dio non é questo tipo di giudice imparziale. Conosce molto bene le ingiustizie che si commettono contro i piú deboli e la sua misericordia lo porta a inclinarsi dalla loro parte. Questa “parzialitá di Dio a favore dei deboli é uno scandalo ai nostri occhi borghesi, ma conviene ricordarla, perché nella societá moderna funziona um´altra parzialitá di segno contrario: la giustizia favorisce piú il potente che il debole. Ci crediamo progressisti perché sosteniamo che “tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignitá e diritti”, ma sappiamo che questo é falso.
Gesú non era un illuso, e sapeva bene che quella situazione sociale non sarebbe cambiata tanto in fretta. Perció raccontó quella parabola per raccomandare la preghiera insistente. Dio é un Padre che vuole vita e dignitá per tutti i suoi figli. Fará giustizia, perché sta dalla parte dei deboli. Ma quando? É un pezzo che aspettiamo. Cito ancora Pagola: “Per noi l´importante é l´azione, lo sforzo, il lavoro, l´efficacia, i risultati. Pregare, per noi, é una perdita di tempo. La preghiera appartiene al mondo dell´”inutile”. Certo, la preghiera é inutile come é inutile il piacere dell´amicizia, la tenerezza degli sposi, la passione dei giovani, il sorriso dei figli, lo sfogo con la persona di fiducia, il riposo nell´intimitá della casa, il godimento di una festa, la pace di un tramonto...” “Sarebbe un equivoco pensare che la nostra preghiera é efficace solo quando otteniamo ció che chiediamo. La preghiera cristiana é efficace perché ci fa vivere con fede e fiducia nel Padre e con sentimenti di solidarietá verso i fratelli”.
5 ottobre 2013
DIO SI TROVA NELLA VITA DELLE PERSONE
Oggi era il mio onomastico, e anch´io ho celebrato nella nostra chiesina del quartiere, dedicata a San Francesco e Santa Chiara. Non é stata una bella giornata per l´Italia, con quegli orrori di Lampedusa, ma non é solo una vergogna italiana. Nei giorni scorsi un pastore protestante aveva scritto sul bollettino delle chiese evangeliche: "Il mondo é malato, e anche la Chiesa e le Chiese sono malate". Si riferiva alla contaminazione del consumismo, del mercato, dell´idolatria del denaro. Anche il papa ha parlato ampiamente di questa idolatria nelle sue omelie. Oggi, ad Assisi, ha esclamato: "Al mondo non interessa che ci sia della gente che deve fuggire dalla schiavitú e dalla guerra!" Questo papa Francesco mi dá la carica, per come parla fuori dai denti, con chiarezza ed emozione. Indica per la Chiesa la via dell´apertura al mondo moderno, ma non per correre dietro alle mode e adeguarsi agli egoismi, bensí per seguire Cristo e imitarlo nell´amore e nel dono di sé, senza trincerarsi dietro a dottrine e precetti.
“Come incontrare Dio in tutte le cose” – é la domanda del Padre Antonio Spadaro, gesuita, giornalista della Civiltá Cattolica, al papa Francesco. Vi propongo la lettura di tre brani della risposta che mi sembra fondamentale per una visione di fede adulta e sincera. Mi é piaciuta moltissimo.
“Sí, questo cercare e trovare Dio in tutte le cose lascia sempre un margine di incertezza. Deve lasciarlo. Se una persona dice che ha trovato Dio con assoluta sicurezza, e non la sfiora nemmeno un margine di incertezza, qualcosa non funziona. Per me questa é una chiave importante. Se uno ha la risposta ad ogni domanda, ci troviamo davanti ad una prova che Dio non sta con lui. Vuol dire che é un falso profeta, che usa la religione per interesse proprio. Le grandi guide del Popolo di Dio, come Mosé, sempre hanno lasciato spazio al dubbio. Dobbiamo fare spazio al Signore, non alle nostre certezze, dobbiamo essere umili. In ogni vero discernimento, aperto alla conferma della consolazione spirituale, é presente l´incertezza”.
“Perché Dio viene prima, é sempre prima. Dio é un poco come i fiori del mandorlo della tua Sicilia, Antonio, che sono sempre i primi ad apparire. Cosí lo leggiamo nei Profeti. Pertanto, Dio lo si trova camminando, lungo il cammino. E qualcuno, ascoltandomi, potrebbe dire che questo é relativismo. É relativismo? Sí, se lo si capisce male, come una specie di panteismo confuso. No, se lo si intende nel senso biblico, secondo il quale Dio é sempre una sorpresa e mai si sa dove e come incontrarlo, perché non sei tu quello che fissa il tempo e il luogo per incontrarti con Lui. É necessario discernere l´incontro. E per questo il discernimento é fondamentale”.
“Un cristiano restaurazionista o legalista, che vuole tutto chiaro e sicuro, non incontrerá nulla. La tradizione e la memoria del passato devono aiutarci a riunire il valore necessario per aprire nuovi spazi a Dio. Colui che oggi cercasse sempre soluzioni disciplinari, colui che tende alla “sicurezza” dottrinale in modo esagerato, colui che cerca ostinatamente di ricuperare il passato perduto, possiede una visione statica e involutiva. E cosí la fede si trasforma in una ideologia come tante altre. Da parte mia, ho una certezza dogmatica: Dio sta nella vita di ogni persona. Dio sta nella vita di ciascuno. E perfino quando la vita di una persona é stata un disastro, quando i vizi, la droga, o qualsiasi altra cosa, l´hanno distrutta, Dio sta nella sua vita. Si puó e si deve cercare Dio in ogni vita umana. Anche quando la vita di una persona é un terreno pieno di spine ed erbacce, ospita sempre uno spazio in cui puó crescere la buona semente. Bisogna fidarsi di Dio”.
27 settembre 2013
IL DENARO CORROMPE
"La schiavitú del denaro produce vanitá e orgoglio, e corrompe: questo non é comunismo, ma Vangelo puro" - dice papa Francesco. Il vangelo di domenica scorsa insegnava a fare il lavaggio di denaro sporco: “Conquistate degli amici con il denaro ingiusto affinché, quando vi mancherá il denaro, essi vi accolgano nelle dimore eterne”. Per “quando vi mancherá il denaro” credo che si possa intendere: “quando il denaro non vi servirá piú a niente!” Immagino che Gesú non avesse intenzione di elogiare gli imbroglioni. Nella sua mentalitá (quella del Regno di Dio), in una societá disuguale il denaro é sempre un pó ingiusto, perché non é condiviso: nemmeno quando é guadagnato onestamente. “Non potete servire a due padroni, a Dio e al denaro”. Nell´economia moderna (ma anche in quella antica), difficilmente riusciamo a mettere in pratica sempre questo orientamento. Peró, riconosciamolo, ci sono piú persone che usano il denaro per la famiglia e gli amici, che per accumulare. Il problema é che l´economia é organizzata per servire al lucro accumulato, non alla felicitá condivisa di tutta l´umanitá. E questo ci rende tutti piú infelici. Siamo esseri umani. non siamo bestie, peró la tendenza (il consumismo, il mercato), non ha né cuore né cervello e trasforma e ci imprigiona nel suo ingranaggio, o ci addormenta la coscienza con i suoi metodi di persuasione sofisticati.
In clima di esercizi spirituali, il predicatore (Padre Savio, di Iesi), osservava che noi abbiamo cambiato le carte in tavola e diciamo: “Non potete servire a Dio senza il denaro”. Francesco, il papa, batte ripetutamente questo tasto. Rivela una ferma volontá di seguire la strada aperta da Gesú. Lui non usava il potere. Faceva solo del bene a tutti. Sappiamo tutti che questo cammino conduce alla croce. Mi hanno detto he Scalfaro ha chiesto a Francesco, in una lettera: “Lei pensa che la Chiesa possa stare in piedi e camminare senza l´uso del potere?” É una buona domanda. Io risponderei che la Chiesa ha ancora il marchio di Gesú grazie a milioni di persone che, una generazione dopo l´altra, hanno mantenuto il vita la “passione per il Regno di Dio” con la loro fedeltá, spesso eroica, alle beatitudini del Vangelo. Il marchio vero del cristiano sono le beatitudini. La Chiesa ha fatto pure alleanze col potere per secoli e secoli. In questo modo ha ottenuto un´espansione geografica e numerica. Oggi siamo circa 2 miliardi e mezzo di cristiani, ma divisi e in maggioranza imborghesiti. Cosí il cristianesimo diventa una religione come tante altre. Quelli che seguono seriamente il vangelo nella vita non sono piú del 3 per cento.
I preti sono 400 mila, i missionari 60 mila. Milioni di suore, religiosi, laici e laiche si donano per gli altri nei luoghi di maggiore sofferenza e solitudine, per portare la gioia, la speranza, la vita. Ieri é morta suor Genoveva, una suora francese della congregazione delle Piccole Sorelle di Gesú. Sono suore che hanno fatto la scelta di formare piccole comunitá accanto alle persone piú emarginate e disprezzate del mondo, testimoniando il Vangelo solo con lo stare vicino alla gente, vivendo la loro stessa vita, per amore e senza prediche né pressioni psicologiche. Lei, assieme ad altre due sorelle, ha vissuto piú di 60 anni accanto agli Indios Tapirapé, nell´Alto Araguaia. Io le visitai nel 1970. I Tapirapé erano una tribú che stava scomparendo. Erano rimasti in 50. Avviliti, praticavano l´aborto per non mettere al mondo dei bambini in quel Mato Grosso ostile, assediati com´erano dai latifondisti. Oggi sono 800, una tribú fiorente.
Notizie spicciole di Itaberaí: domani arrivano i nostri turisti religiosi, accompagnati dal parroco padre Severino. Hanno visitato la Palestina, Roma, Assisi e Fatima. Vi posto alcune delle loro foto pubblicate su facebook.
Sta arrivando dalla capitale la doppia pista della statale. I lavori sono ormai vicino a noi. Ha giá suscitato entusiasmo, ma anche egoismi e difficoltá. Siccome il progetto prevedeva la costruzione di una tangenziale per evitare il centro di Itaberaí, una cinquantina di commercianti si sono premurati di convincere il governatore a desistere, e farla attraversare la cittá. Sono proprietari di distributori di benzina, ristoranti e bar, officine, che temono di perdere affari. Il governatore ha accettato volentieri, perché per lui é un risparmio. La gente del quartiere Vila Goiania, che in gran parte hanno costruito case e piccoli negozi accanto alla vecchia strada, sono ora in movimento con una sottoscrizione perche ritorni al progetto della tangenziale. I motivi sono evidenti: in questo tratto giá congestionato, abitano migliaia di famiglie che non sapranno come circolare e come attraversare. Il costo di vite umane e di gravi ferimenti é giá alto e aumenterebbe. Si prevede che le firme saranno molte, perché é nell´interesse di tutta la popolazione della cittá. Inoltre, quelli che hanno le abitazioni, spesso molto poveri, con la doppia pista verrebbero sloggiati e indennizzati al minimo, costretti a costruirsi o comprarsi la casa altrove. Per loro é un dramma.
Notizie spicciole di Itaberaí: domani arrivano i nostri turisti religiosi, accompagnati dal parroco padre Severino. Hanno visitato la Palestina, Roma, Assisi e Fatima. Vi posto alcune delle loro foto pubblicate su facebook.
Sta arrivando dalla capitale la doppia pista della statale. I lavori sono ormai vicino a noi. Ha giá suscitato entusiasmo, ma anche egoismi e difficoltá. Siccome il progetto prevedeva la costruzione di una tangenziale per evitare il centro di Itaberaí, una cinquantina di commercianti si sono premurati di convincere il governatore a desistere, e farla attraversare la cittá. Sono proprietari di distributori di benzina, ristoranti e bar, officine, che temono di perdere affari. Il governatore ha accettato volentieri, perché per lui é un risparmio. La gente del quartiere Vila Goiania, che in gran parte hanno costruito case e piccoli negozi accanto alla vecchia strada, sono ora in movimento con una sottoscrizione perche ritorni al progetto della tangenziale. I motivi sono evidenti: in questo tratto giá congestionato, abitano migliaia di famiglie che non sapranno come circolare e come attraversare. Il costo di vite umane e di gravi ferimenti é giá alto e aumenterebbe. Si prevede che le firme saranno molte, perché é nell´interesse di tutta la popolazione della cittá. Inoltre, quelli che hanno le abitazioni, spesso molto poveri, con la doppia pista verrebbero sloggiati e indennizzati al minimo, costretti a costruirsi o comprarsi la casa altrove. Per loro é un dramma.
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