3 ottobre 2011

UN GRIDO SOSPESO

Foto: 1) Africa. Dall´archivio di Padre Severino che é stato missionario in Mozambico. Dev´essere uno dei suoi capolavori di fotografia. Cliccare sulla foto per vedere bene. 2) Foto del pranzo di saluto a don Eligio. 3) le cuoche (volontarie).

Non é solo per scarsitá di tempo che ho trascurato questo blog; é soprattutto per mancanza di idee. La vita é ripetitiva e la mente non é lucida a sufficienza per scavare sotto gli avvenimenti quotidiani per capirne la sostanza.
Ho vissuto un settembre pieno di incontri con le comunitá. Potrei dichiararmi soddisfatto. La gente che partecipa alle messe, soprattutto, é numerosa e ha un livello molto alto di attenzione e di sete di Vangelo. Non ci sono soltanto due tipi di religiositá, come ho scritto qualche volta: ma tanti. Ne cito almeno 3. C´é la religiositá popolare tradizionale, che si manifesta soprattutto nelle feste dei patroni. Questa é la corrente piú forte, che quando entra in azione assorbisce tutte le altre. Pure in questo momento ci sono quattro comunitá in festa: Mariguela (Nossa Senhora Aparecida ne é la patrona), che é una comunitá di senza terra giá sistemati nei loro appezzamenti di Riforma Agraria. Il quartiere “redenção” in cittá (stessa patrona, Nossa Senhora Aparecida). Poi ci sono i quartieri São Francisco e Santa Terezinha coi rispettivi santi. In queste feste le comunitá si mescolano. Alcune volte si ritrovano persone di sette o otto comunitá. La comunitá in festa invita le altre, a turno, a presiedere la celebrazione. La messa col prete c´é soltanto nella sera di apertura della novena e nel finale della festa, con la processione. C´é sempre una folla. Alla gente piace stare insieme in maniera rilassata. É un tuffo nella gioia della fede e dell´amicizia. É la loro piú normale interpretazione del Vangelo, e non mi sembra male. I problemi ci sono, e i gesti di amore avvengono ad ogni momento, ma senza drammatizzazioni e senza ufficialitá.

Un altro tipo di religiositá é quello carismatico: sono gli entusiasti. Hanno un programma intenso di incontri di lode, ritiri spirituali, studio della liturgia, riunioni organizzative. Sono gli unici a fare una vera e propria attivitá pastorale coi giovani: soltanto loro, al momento, riescono ad aggregare giovani in buona quantitá. Nel sociale si impegnano specialmente nella lotta alla droga e all´alcool. Hanno ottima accettazione popolare anche tra la gente che non aderisce. Non sono dichiaratamente in polemica con la pastorale parrocchiale, e vi partecipano quasi sempre attivamente, ma con il loro stile.

Accanto ai carismatici possiamo mettere il movimento dei Casais Con Cristo (coppie con Cristo) (esiste anche a Modena). Hanno un tipo di spiritualitá simile a quello dei carismatici, ma totalmente inserito nella pastorale diocesana e parrocchiale. Fanno degli incontri intensivi di formazione, con ore e ore di studio e di preghiera. Dopo il secondo incontro si inseriscono nelle diverse pastorali. Sono quasi tutte coppie giovani, e diventano un supporto formidabile per le attivitá parrocchiali: sono impegnatissimi nella liturgia, nell´accompagnamento alle comunitá rurali piú isolate, nella raccolta delle decime, nell´amministrazione economica, nelle letture bibliche di preghiera, nei corsi per fidanzati, nel servizio dei matrimoni, nella liturgia domenicale, catechesi dei ragazzi e degli adulti, e altro.

Poi c´é la pastorale ufficiale: per la nostra diocesi é costituitá soprattutto dalle comunitá di base e dai gruppi di servizio pastorale. Non li enumero perché sono una quarantina di comunitá e una ventina di gruppi. Alcuni sovrabbondano di laici impegnati: a volte con ottime capacitá e formazione, altre volte scarsi. É un processo. Cito solo la pastorale della terra, la pastorale missionaria, la pastorale carceraria e quella della salute, perché sono le piú eroiche. Sono pastorali impegnative, che non ottengono molta cooperazione. Sabato ho partecipato a un incontro diocesano della pastorale carceraria, totalmente in mano ai laici. Si propone la meta, ambiziosa e quasi utopica, di promuovere una giustizia redentiva e non punitiva. É impopolare. Io faccio parte di questa pastorale, visito i carcerati, e so che per realizzare questo ideale i primi da convertire sarebbero i carcerati stessi. Questa pastorale é programmata ogni tre o quattro anni dalla Conferenza Nazionale dei Vescovi. In diocesi la si studia e si rielabora secondo le neccessitá locali, poi si cerca di seguirla a menadito.

Le messe domenicali in parrocchia, e un poco anche quelle delle comunitá di base, fanno da ponte tra i diversi tipi di religiositá. Per questo motivo la maniera di celebrare é ibrida. Soprattutto nella grande messa centrale della domenica sera, alla quale partecipa quasi un migliaio di persone. La messa, da queste parti, é davvero il centro della comunitá cattolica. É esplosione di sentimenti, canto, divertimento, passerella, ma é anche un grande momento di ascolto del Vangelo, di preghiera, di adesione a Gesú. La messa della domenica é sempre oggetto di conversazioni e commenti per tutta la settimana: la gente ci ferma per strada e commenta i passi interessanti.
Questo é il nostro orto. Che cosa avviene fuori? Cresce il numero delle chiese evangeliche e quello dei loro adepti (sempre meno). Cresce anche il numero di aderenti all´ateismo, dice l´anagrafe. E nei cattolici, che ufficialmente diminuiscono di numero, cresce la partecipazione effettiva alla vita della comunitá, e aumenta la consapevolezza e l´impegno.

Il nostro orto é quasi un ambiente idilliaco, un paradiso. La povertá ora discretamente prospera é acccolta con gioia senza pretendere troppo, e si cerca soprattutto il cibo spirituale per avere fiducia e speranza nonostante tutto in questa vita, e poi la vita eterna. Dove si loda e ringrazia Dio per ció che si ha e non ci si dispera di fronte alle tempeste e ai baratri del mondo. Anzi, forse si evita perfino di guardarli. Alcuni dei nostri bravissimi fedeli snobbano perfino gli sforzi di Lula e ora del governo Dilma. É per questo che l´interesse per le istanze sociali, la partecipazione ai movimenti e alle mobilitazioni di carattere politico, che pure sono sollecitate con notevole vigore dai programmi dei vescovi, nella realtá smuovono pochi adepti. Ci sono forse le convinzioni, ma non c´é pratica.

Sicuramente, lo ripeto, non siamo un mondo illuminista e positivista come il nord del pianeta, ma in questo momento un poco di analisi non farebbe male. Ho l´impressione che l´impegno della nostra Chiesa per la giustiza sia diventato, complessivamente, un discorso e un´opinione, e basta. Forse diventerá partecipazione effettiva, o forse no. Per il momento siamo isolati quasi del tutto dai movimenti sociali. Non fosse qualche azione imposta, in qualche modo, dalla Conferenza Nazionale, come ad esempio la Campagna della Fraternitá. Che quest´anno era sulla difesa del Pianeta Terra, ma é quasi morta sulla spiaggia (a onor del vero, alcune comunitá hanno fatto un buon lavoro sul piano della coscientizzazione). Mancano persone che si buttino e nuotino: i pochi che si azzardano rimangono quasi sempre soli, senza mezzi e senza uditorio. La nostra Chiesa si é chiusa in sé stessa. Fuori dal nostro orto accadono cose preoccupanti, ma anche cose promettenti: sarebbe doveroso collegarsi. Come, ad esempio, scrive Selvino Heck, assessore speciale della Presidente Dilma Roussef, su Adital:

“Ritorno da alcuni giorni di preteso riposo in casa della mia mamma, ritorno dalla lettura quotidiana dei giornali, riviste e blog di vari tipi, entro a capofitto nella preparazione di tre eventi importanti (.....), e mi rendo conto che sta accadendo qualcosa di diverso.

La televisione mostra la mobilitazione di fronte alla Borsa di valori di Nuova York, dove giovani accampati protestano contro il mercato finanziario e gli alti lucri delle banche. La Grecia si é fermata, in sciopero generale. Gli studenti cileni continuano in strada. Analisti internazionali parlano della necessitá di aiutare i BRICS –Brasil, Rússia, Índia e China – a comprare titoli del debito europeo, per aiutare l´Europa a sfuggire dalla crisi che si approfondisce. Lula, il primo latino-americano in 140 anni a ricevere il titolo di Dottore Honoris Causa dall´Istituto di Scienza e Politica di Parigi, il famoso Sciences Po, e ad essere acclamato, dice: "Il problema della crisi non é economico ma di decisione politica”. La Presidente Dilma, nel suo storico discorso di apertura della 66ª Assemblea Generale dell´ONU, disse: "Il mondo vive un momento estremamente delicato, e, nello stesso tempo, una grande opportunitá storica”.

Ricevo un messaggio con questa chiamata: "Attenzione all´agenda internazionale dei movimenti sociali”. É il Boletim da Minga Informativa deo Movimenti Sociali, che dice che ottobre sará “ il mese delle mobilitazioni nel continente e nel mondo”. Gli assi centrali sono: i temi ambientali e climatici e i diritti della natura, in vista dei negoziati internazionali di Durban (dicembre, sul clima) e Rio+20 (Rio de Janeiro, junho de 2012, sullo sviluppo sostenibile).

Come, per esempio, la IV Minga (ndr: minga é una parola spagnola che indica un impegno o una convenzione di lavoratori che si impegnano a prestare un servizio a favore a una persona o una causa) globale per la Madre Terra del 12 ottobre, convocata dai popoli indigeni dell´Abya Yala. L´obiettivo é che "in ogni angolo del pianeta si alzino le voci e si uniscano le mani in difesa della vita, per i diritti della Madre Terra, per il pieno esercizio dei diritti dei popoli indigeni, contro l´imposizione delle attivitá estrattive e per la costruzione collettiva del Ben Vivere”.

Oppure la Settimana di azione globale contro il debito e le istituzioni finanziarie internazionali, dall´8 al 16 ottobre. “Uniamo le nostre forze e diciamo NO al debito illegittimo. Le istanze organizzatrici invitano a far confluire le azioni di tutto il pianeta, a usare il massimo di creativitá e realizzare ogni tipo di azione appropriata per rendere possibili le aspettative comuni e appoggiare le lotte concrete.”

A Panamá, si realizza nei giorni 1 e 2 ottobre il Forum alternativo sui cambiamenti climatici: "L´obiettivo é di dare supporto ai processi di lotta e denunciare l´applicazione di false soluzioni alla crisi del clima nel suo complesso”. Fino al 7 ottobre le organizzazioni possono sostenere la chiamata contro la presa delle terre, “per contribuire a spingere i governi al rifiuto definitivo dei Principi per le inversioni agricole responsabili (RAI, nella sua sigla in inglese) della Banca Mondiale)”.

Il 12 ottobre avverrá il Grito dos Excluídos Continental (Grido degli esclusi continentale) con la 13ª Giornata di Mobilitazione ‘Per Lavoro, Giustizia e Vita”, in diversi paesi dell´America Latina e Caraibi: “Il Grido avverrá in forme diverse, espressioni e agente diverse, col denominatore comune della difesa della Vita in tutta la sua ampiezza: della natura, delle comunitá, dei diritti sociali delle minoranze e degli esclusi”.

Nella República Dominicana, sono giá iniziate le Giornate di Mobilitazione/2011 per il Diritto alla casa e alla Terra, collegate alla Giornata Mondiale dell´Habitat.
Nella Valle del Cauca, in Colômbia, sará realizzato il Congresso delle Terre, Territori e Sovranitá, dal 30 settembre al 4 ottobre, “convocato da organizzazioni di contadini, indigeni afrodiscendenti e popolazioni urbane e che si propone di riunire diecimila persone di tutto il paese. (....)

Non stiamo perció assistendo a un “Grito fermo nell´aria”, titolo di un pezzo teatrale di Gianfrancesco Guarnieri, di grande successo negli anni 70, che denunciava la censura (...). E nemmeno é ancora il grido degli anni 80 con suo appello al cambiamento. Ma l´effervescenza, la mobilitazione, sono nell´aria e nella testa di tante persone. Ogni giorno diventa piú percettibile che il modello neolibarale di sviluppo sta portanto il mondo a una situazione insostenibili, se non proprio di caos. Non é piú possibile che il mercato finanziario domini l´economia, favorendo gli interessi di una mezza dozzina, e portando paesi interi alla crisi e i lavoratori alla disoccupazione e alla miseria. Non é sostenibile il modello consumista che distrugge la natura, esaurisce l´acqua, inquina il pianeta e dissemina valori come l´individualiso, l´ingordigia, il lucro come misura della vita e delle relazioni sociali, l´egoismo, o, come si diceva negli anni 80 e vale ancora oggi, l´avere al posto dell´essere.

La reazione, la lotta e il sogno, come sempre, vengono dal basso, dai piú poveri e dai lavoratori, dagli indigeni, dai neri e dagli abitanti dei quilombos, dalle donnme e dai giovani, dai militanti dell´economia solidale e dei diritti umani, dagli agricoltori familiari e dai contadini. E disegna un futuro di “un altro mondo possibile”, urgente e necessario.
Scritto il 30 settembre 2011.

26 settembre 2011

TEST VOCAZIONALE

Foto: 1) mandorle di barú. 2) Compleanno di Severino.

Oggi abbiamo fatto il pranzo festivo per il compleanno di Padre Severino: presenti le suore e il prete che sostituirá don Eligio. La successione é ancora segreta, ma come al solito lo sanno tutti.

Dom Eugenio Rixen, vescovo di Goiás, é stato nominato amministratore apostolico della prelatura di São Felix do Araguaia il 21 settembre scorso, com decreto firmato dal papa. La prelatura era rimasta vacante perché il vescovo precendente don Leonardo Ulrich Steiner, eletto segretario nazionale della Conferenza Episcopale, per potersi dedicare a questa funzione si é dimesso ed é stato nominato ausiliare dell´arcidiocesi di Brasilia. La nomina di dom Eugenio é provvisoria, in attesa che sia pronto un altro vescovo per São Felix. Ci ha dato la notizia lui stesso. La distanza tra Goiás e São Felix é notevole, e lui ha intenzione di fare la spola in auto perché questi voli verso l´interno sono dei taxi aerei carissimi. Affronterá una fatica non da poco. In compenso puó sentirsi orgoglioso di avere conquistato la fiducia del nunzio apostolico Mons. Lorenzo Baldisseri.

Questa é la routine delle nomine. San Felix appartiene alla categoria delle successioni difficili, come lo furono l´arcidiocesi di Recife e la diocesi di Goiás. Sono quelle in cui i vescovi erano fondatori di una Chiesa laicale, dei poveri, biblica ed ecumenica. Il vescovo emerito dom Pedro Casaldáliga abita ancora lá. Il nunzio ha come obiettivo attutire i conflitti tra diverse spiritualitá e modi di essere Chiesa. A Recife il nunzio soffrí una sconfitta amara, nominando dom José Cardoso che esacerbó lo scontro. A Goiás con la nomina di dom Eugenio, e a San Felix con quella di dom Leonardo, il suo fiuto lo ha premiato. Ora, allontanandosi dom Leonardo, lo sostituisce con dom Eugenio in attesa di trovare un candidato adeguato alla situazione.

Oggi questa Chiesa ha due anime. Fede nello stesso Dio, quello rivelato da Gesú Cristo, ma due modi diversi di intenderlo. Due percorsi diversi. Il nostro vescovo si manifesta piú affezionato al cammino delle comunitá ecclesiali di base, e i suoi trascorsi prima di essere vescovo lo confermano. Tuttavia ha scelto la strada di promuovere il piú possibile la convivenza fraterna. Penso che sia la strada giusta, e che sia anche l´unica scelta possibile nelle circostanze attuali.

Ad esempio, in marzo abbiamo fatto tre giorni di esercizi spirituali dei preti e laici assieme, e come predicatore é stato chiamato Padre Carlos Mesters, famoso biblista radicalmente fedele alla comunitá ecclesiali di base, di cui si puó dire che é uno dei primi promotori. La settimana scorsa abbiamo avuto i tre giorni di esercizi spirituali solo per il clero, e il predicatore invitato é stato Dom Messias vescovo di Uruaçú, una diocesi confinante: un vescovo tradizionale, con fama di conservatore.
Non ha fatto male. Conoscersi e confrontarsi ci fa scoprire ció che abbiamo in comune e le differenze. Non é necessario essere d´accordo in tutto, ma nemmeno scomunicarsi reciprocamente. Dom Messias ha di bello che é molto in sintonia con la religiositá popolare cattolica di Goiás, che assomiglia a quella che avevano le nostre famiglie di campagna fino a cinquanta anni fa. Sappiamo peró che il vangelo va oltre, Gesú non era prete e insegnava che le regole devono essere osservate a puntino, ma prima viene la volontá del Padre che é nei cieli: l´amore, il Regno di Dio. Non i formalismi di un clero. Gesú curava in giorno di sabato, scacciava i venditori dal tempio, perdonava l´adultera, creava problemi e conflitti.

Ho scritto queste cose altre volte. Le diverse anime dovranno convivere per molto tempo. L´anima devozionale é prevalente di gran lunga, tra i fedeli cattolici piú ancora che nel clero. É una linea piena di contraddizioni. Tuttavia nessuno si inquadra mai completamente negli schemi teorici che abbiamo in testa. Nelle comunitá ecclesiali di base c´é chi tende a disprezzare la religiositá popolare come cosa ultrapassata e pagana, mentre Gesú era vicino alle persone di fede. Gesú stimolava a non fermarsi alle devozioni e tradizioni religiose, ma sottolineava e valorizzava la fede. Gli apostoli che chiamó erano imbevuti di fede e religiositá giudaica.

Durante gli esercizi mi sono goduto i frutti di una pianta di barú che si trova nel bel mezzo dell´area del monastero di Goiás. Leggete su wikipedia le qualitá di questa mandorla che ha delle virtú eccezionali. É una delle piante che fruttificano nel periodo piú caldo e piú secco dell´anno. É la vita nel piú aspro deserto. Un ricercatore francese, che faceva un´inchiesta sulla fame nel sertão nordestino durante una siccitá durata diversi anni, trovó una unica famiglia i cui bambini non erano denutriti. Avevano accanto a casa diverse piante di barú e si alimentavano di quei frutti. Una parabola della vita: spesso le cose migliori maturano in mezzo alle peggiori difficoltá. (Cliccare sulla foto per ingrandire).

Il Vescovo dom Messias mi ha passato una lettera di una Agenzia che fu utilizzata da Gesú Cristo per la scelta vocazionale dei dodici apostoli. Ve la traduco e ve la passo.

“Stimato Sr. Gesú figlio di Giuseppe – Impresa di carpenteria Nazaret.
Noi, dell´Agenzia di Assunzioni Giordano, veniamo a ringraziarla per averci inviato il curriculum dei dodici uomini che ha scelto come leaders nella sua organizzazione. Tutti sono stati sottomessi a una serie di test e i risultati sono giá registrati nei nostri computers.

I nostri psicologi e orientatori li hanno intervistati uno ad uno. Seguono in allegato i risultati dei tests. V.S. dovrá studiarli attentamente uno ad uno.
La nostra opinione é che la maggior parte dei suoi candidati non possiede l´esperienza, la formazione intellettuale né l´attitudine professionale richiesto dal suo tipo di impresa. Manca loro, ad esempio, la nozione di lavoro in equipe. Raccomandiamo V.S. di continuare la ricerca di persone con esperienza il lideranza e che abbiamo comprovate capacitá.

Simone Pietro é instabile emozionalmente e solito ad eccessi di cattivo umore. Andrea é assolutamente privo di abilitá direttive. I due fratelli, Giacomo e Giovanni, figli del Sr. Zebedeo, mettono gli interessi personali al di sopra della lealtá all´impresa. Tommaso si dimostra incline a mettere tutto in discussione e questo tenderebbe a provocare scoraggiamento generale.

Ci sentiamo in obbligo di informarla che Matteo é stato iscritto alla lista nera di protezione al credito della Grande Gerusalemme. Giacomo figlio del sr. Alfeo e Taddeo hanno ambedue tendenze pericolosamente radicali, e raggiungono alti indici nella scala dei maniaci depressivi.

Uno dei candidati, tuttavia, mostra un enorme potenziale. É un uomo di capacitá e molto dotato, sa trattare con le persone, ha una perspicacia non comune negli affari, oltre a possedere importanti contatti negli ambienti che contano. É assai motivato, ambizioso e responsabile. Raccomandiamo Giuda Iscariote come gerente e suo braccio destro.

Con tanti auguri di successo, la salutiamo cordialmente.

17 settembre 2011

ORA RIMANIAMO IN DUE

Foto: il pranzo di saluto a don Eligio nella casa parrocchiale di Itaberai.

Nel 2004, in occasione dei 40 anni della missione modenese in Brasile, ne raccontai la storia in quattro o cinque puntate, con una serie di articoli che fu pubblicata sul settimanale diocesano di Modena. Chi non la conosce la cerchi lá, se lo desidera. Oggi voglio solo registrare (non comunicare, perché lo sanno giá tutti) che stamattina, sabato 17 settembre 2011, con un aereo della TAP, don Eligio Silvestri parte per l´Itaslia. Ha il biglietto di andatas e ritorno, e non ha definito che il suo rientro in Italia sia definitivo, ma credo che lo abbia fatto per non sottomettersi una sequela interminabile di celebrazioni di commiato, che non gli piacciono. Volevamo organizzare una messa solenne come segno di affetto di tutta la parrocchia e lui ha chiesto di non farlo. Per l´etá e le condizioni di salute ho l´impressione che le sue intenzioni siano di restare lí. Se ne va un altro del gruppo modenese a Goiás, e sicuramente il piú significativo per personalitá e passione missionaria.

A Modena questo gemellaggio con Goiás fu un movimento. Ora rimaniamo in due, don Maurizio ostinato ed io recidivo. Siamo il resto d´Israele! Questa iniziativa nata dalla Fidei Donum sembra arrivata al tramonto quando mancano 3 anni al cinquantesimo anniversario.

Quando terminerá non sará una tragedia. Nessuno ha mai detto che questo tipo di collaborazione diretta tra due Chiese Particolari dovesse durare per sempre. É stata concepita come un aiuto temporaneo per sopperire alla mancanza di clero. Ora la Diocesi di Goiás ha il suo clero. Lo scopo a breve termine é stato raggiunto. La motivazione piú profonda della missione, quella che secondo il Papa che ha scritto la Fidei Donum é un elemento costitutivo della Chiesa stessa, é la comunione e solidarietá fra le Chiese locali. Esso dovrá e potrá continuare, ed é giá in atto, in diverse missioni verso altre aree del mondo e in modi diversi.

Nel mondo di oggi si é diffuso un notevole discredito, o quantomeno diffidenza, nei confronti delle missioni. Il clima é assai diverso da quello degli anni sessanta, quando la missione Fidei Donum cominció. Partimmo spinti da un´onda emotiva che contagiava tutta la societá e che sentiva le missioni come un atto d´amore. Il nostro pensiero era forse un pó ingenuo, ma semplice: Gesú, Figlio di Dio é sceso dal cielo e si é donato all´umanitá come pane spezzato per dare a tutti la vita piena. Noi, che amiamo questo suo progetto di salvezza, siamo chiamati ad offrirci a lui per continuarlo. Pure io, quando partii nel 67, pensavo solo questo. La missione era una conseguenza della fede. Credo che questo pensiero rimanga ancora valido, e sia incrollabile, perché é ció che ha fatto Gesú e che tutti gli scritti del Nuovo Testamento affermano con forza.

Poco alla volta ci hanno fatto scoprire ideologie conscie o inconscie che, nel passato e talvolta anche nel presenta, minano questo concetto di missione. La “modernitá” guarda alle missioni usando come unico criterio una visione illuminista, e noi siamo tutti un poco illuministi. É un criterio che ci sottopone all´analisi dell´eurocentrismo, neocolonialismo, violazione delle culture e dei modi di vivere, strumentalizzazione della fede per imporre in modo suadente il modello unico di societá. Sono critiche non prive di fondamento e corroborate dalla storia del vecchio colonialismo che sottomise molti popoli con la spada e la croce. Sono convinto che queste analisi abbiano un fondamento, e che sia doveroso dialogare con il mondo moderno per liberarse completamente la Chiesa e le sue missioni da simili piaghe. Non possiamo rinunciare, tuttavia, alla ragione profonda delle missioni che sono un elemento fondamentale della fede in Gesú Cristo.

Del resto, di tutto ció abbiamo giá preso coscienza da molto tempo. Il Consiglio Indigenista Missionario (CIMI) del Brasile e la teologia della liberazione ne hanno tenuto conto fin dagli anni sessanta, cercando in tutti i modi di essere al servizio dei popoli e non del sistema economico capitalista. Noi avevamo un principio che consideravamo assoluto: la missione é per aiutare ognuno a scoprire, attaverso l´incontro con Gesú Cristo, sé stesso e diventare soggetto della propria vita e della propria storia. E dal punto di vista storico, anche i piú illuministi dovrebbero fare attenzione alla presenza di questa forte ispirazione evangelica nella stessa vicenda delle conquiste coloniali. I gesuiti, i domenicani, e altre congregazioni religiose, ad esempio, non si adeguarono mai alla catechizzazione forzata degli indios, fino a divenire i piú strenui difensori dei loro diritti e dignitá. Dietro di loro c´era la societá cristiana dell´Europa che faceva di ogni erba un fascio considerando la diffusione del cristianesimo come un corollario e un buon pretesto: convertire e civilizzare per conquistare e sottomettere. Ma quei missionari non la pensavano cosí: si sentivano portatori di Cristo e di vita e dignitá umana. Naturalmente i vescovi spagnoli e portoghesi lavoravano su una linea diversa.

Mi fermo qui. A scrivere questi appunti dopo aver letto i giornali italiani sembra di vivere sulle nuvole. Ma l´Italia di oggi é un caso a parte.

11 settembre 2011

RITORNO ALLA ROUTINE

“La voce di Javhé sulle acque, il Dio della gloria tuona, Javhé sulle acque torrenziali. La voce di Javhé con potere, la voce di Javhé nello splendore! La voce di Javhé spezza i cedri, Javhé spezza i cedri del Libano, fa saltellare il Libano come un vitello e il Sarion come un figlio di bufalo”. Salmo 29.

Quando ritorno dall´Italia, accade quasi sempre che mi ritrovo in mezzo al fiume in piena delle attivitá e preoccupazioni quotidiane di queste comunitá di Goias, e mi tuffo. Non c´é modo di sfuggire. La corrente mi travolge. Sono venuto qui con l´aspettativa di trovare il processo in corso di preparazione dell´Assemblea Diocesana in totale confusione e piantato nella melma delle contraddizioni. Che di fatto sono tante. Tuttavia gli operatori pastorali, preti, laici e suore, non hanno desistito davanti alle difficoltá e sono andati avanti. Navighiamo contro corrente verso un rinnovamento delle scelte diocesane per i prossimi 4 o 5 anni, scelte che vogliamo a tutti i costi fedeli al Concilio Vaticano II e coerenti nel cammino di discepoli di Gesú. Sono scelte ignorate dai mídia e, sostanzialmente, anche dall´opinione pubblica. Ma si vede che nel mese di agosto la voce di Dio ha tuonato forte nella nostra diocesi, e sono stati fatti lunghi passi che fanno bene sperare, pur con tutti i limiti. Questa settimana abbiamo fatto un incontro degli operatori pastorali della parrocchia di Itaberaí (giovedí scorso), poi l´assemblea regionale delle 7 parrocchie della Regione Urú (sabato), e ho visto una regione pastorale molto impegnata e consapevole. Non mancano le critiche e la visione delle incongruenze e incoerenze, ma la volontá c´é.
D´altra parte ci sono dei fatti, perché la vita continua. Abbiamo la partenza di don Eligio, che ci tocca piú da vicino. Ha comprato il biglietto di andata e ritorno, partirá sabato prossimo 17 settembre e ritornerá, se ritornerá, in dicembre. A noi mancherá molto, perché nonostante i problemi di salute non si é mai fermato completamente e il suo aiuto non é mai cosa da poco. Ma in vista del calvario di visite mediche, esami e dolori che deve sopportare, é una decisione piú che comprensibile. Ha bisogno almeno di una pausa per misurare meglio le proprie condizioni e, possibilmente, migliorarle. Poi diciamo che, trattandosi di don Eligio, non si puó fare altro che lasciare la decisione a lui.
Ho giá incontrato quasi una decina di comunitá rurali e di periferia, dopo il mio ritorno. Con la messa o con la preghiera delle ore e la lettura biblica. Non ho ancora celebrato nelle chiese del centro: con queste avró le messe di questa domenica. É sempre molto gratificante celebrare e parlare con queste comunitá dopo un periodo nelle parrocchie italiane, perché quí il rapporto é assai meno formale. Non é che quí tutto ció che sogniamo di piccole comunitá specchio del Vangelo sia realizzato pienamente, ma almeno se ne sente un poco il sapore: comunitá che non hanno bisogno di un tempio, perché sono esse stesse il tempio in cui si fa presente Gesú Cristo. Comunitá missionarie senza enfasi e senza proselitismo, con la testimonianza vissuta in totale semplicitá e naturalezza. La messa attorno a un tavolino, spesso con il cane di famiglia sdraiato sotto il tavolo, e la gente attorno attenta e come assetata di fede e speranza evangelica. Il Corpo di Cristo é sulla mensa, é nella lettura della Parola, nella preghiera eucaristica, ma é anche nella comunitá stessa. E il Corpo di Cristo é in ogni fratello uomo o donna abitante della regione e in tutto il mondo.

1 settembre 2011

VIAGGIO E RITORNO


Foto: avventure in Italia. 1) Quando sto per sorpassare una ferrari. 2) Quando sono ai piedi del Sella ma non ho tempo per scalare la cima. 3) Alessia, figlia di mio nipote.

Da ieri sono di nuovo ad Itaberaí. Scrivo queste poche righe per salutare quelli che non ho potuto salutare quando ero a Serramazzoni.

Ho fatto un viaggio tranquillo da Bologna a Roma, e poi da Roma a Guarulhos (San Paulo) con l´Alitalia. Puntualissima. Non c´era molta gente in giro, gli aerei erano pieni ma non stretti come scatole di sardine. Sono arrivato a San Paolo alle 5 del mattino ora locale, sotto la pioggia, con 18 gradi di temperatura.

A San Paolo, l´aereo della Tam che doveva portarmi a Goiania per le 9 e mezza ha ritardato due ore per un guasto al registratore di volo. Severino ed Eligio, che erano andati affettuosamente a ricevermi all´aeroporto, hanno dovuto aspettare. Quí in Goiás la musica é diversa: non piove e il clima é caldo e secco. Di notte la temperatura si aggira sui 20 gradi, ma di giorno si va a 32 o 33 gradi. Nel pomeriggio sembra di essere su un braciere, perché di umiditá non ce n´é proprio.

Il viaggio in Italia mi ha lasciato, complessivamente, buone impressioni. Forse perché ho passato molte ore in compagnia di amici e ho parlato con molta gente. Certo, il momento é difficile. C´é disorientamento, litigiositá, paura, soprattutto per l´impressionante scarsitá di dirigenti dotati di rispetto della moralitá e legalitá e impegno per il bene comune. Inutile commentare, tutti sanno. C´é anche tanta gente che cerca il bene, e ha bisogno di mantenere viva la speranza: forse é sempre piú il tempo di attaccarsi alle promesse di Dio e credere che ci sia un resto, forse una diaspora, che un giorno fará rialzare le sorti del popolo di Dio.

Come annunciava Geremia in questo brano che si legge nell´ufficio delle letture di oggi (Geremia 30,18 - 31,9):

Così dice il Signore:
«Ecco restaurerò la sorte delle tende di Giacobbe
e avrò compassione delle sue dimore.
La città sarà ricostruita sulle rovine
e il palazzo sorgerà di nuovo al suo posto.
19 Ne usciranno inni di lode, voci di gente festante.
Li moltiplicherò e non diminuiranno,
li onorerò e non saranno disprezzati,
i loro figli saranno come una volta,
la loro assemblea sarà stabile dinanzi a me;
mentre punirò tutti i loro avversari.
Il loro capo sarà uno di essi
e da essi uscirà il loro comandante;
io lo farò avvicinare ed egli si accosterà a me.
Poiché chi è colui che arrischia la vita
per avvicinarsi a me?
Oracolo del Signore.
Voi sarete il mio popolo
e io il vostro Dio.
Ecco la tempesta del Signore, il suo furore si scatena,
una tempesta travolgente;
si abbatte sul capo dei malvagi.
Non cesserà l'ira ardente del Signore,
finché non abbia compiuto e attuato
i progetti del suo cuore.
Alla fine dei giorni lo comprenderete!
In quel tempo - oracolo del Signore -
io sarò Dio per tutte le tribù di Israele
ed esse saranno il mio popolo».

Così dice il Signore:
«Ha trovato grazia nel deserto un popolo di scampati alla spada;
Israele si avvia a una quieta dimora».
Da lontano gli è apparso il Signore:
«Ti ho amato di amore eterno,
per questo ti conservo ancora pietà.
Ti edificherò di nuovo e tu sarai riedificata,
vergine di Israele.
Di nuovo ti ornerai dei tuoi tamburi
e uscirai fra la danza dei festanti.
Di nuovo pianterai vigne sulle colline di Samaria;
i piantatori, dopo aver piantato, raccoglieranno.
Verrà il giorno in cui grideranno le vedette
sulle montagne di Efraim:
Su, saliamo a Sion, andiamo dal Signore nostro Dio».

Poiché dice il Signore:
«Innalzate canti di gioia per Giacobbe,
esultate per la prima delle nazioni,
fate udire la vostra lode e dite:
Il Signore ha salvato il suo popolo, un resto di Israele».
Ecco, li riconduco dal paese del settentrione
e li raduno dall'estremità della terra;
fra di essi sono il cieco e lo zoppo,
la donna incinta e la partoriente;
ritorneranno qui in gran folla.
Essi erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni;
li condurrò a fiumi d'acqua
per una strada dritta in cui non inciamperanno;
perché io sono un padre per Israele,

29 luglio 2011

FERIE IN ITALIA

Prima sorpresa: fa freddo. L'ultima decina di luglio è quasi sempre fin troppo calda, e invece.... E si dice che a Serramazzoni è già fresco di per sè, anche quando fa caldo.

Poi io sono arrivato costipato da una precedente influenza, aggravata dal viaggio in aereo con l'aria condizionata al massimo. Quindi: i primi giorni in casa, quasi a letto, con febbre persistente. Ho dovuto ricorrere agli antibiotici. La dottora Ada ha avuto dei sospetti e mi ha mandato a fare i raggi x di urgenza. A me queste cose fanno venire un pò di tremarella, perchè i casi di gravi malattie ai polmoni sono tanti e molto dolorosi. Graças a Deus sono risultato ancora sano.

Nel frattempo, tuttavia, ho partecipato anche a diversi incontri interessanti, e con gli amici abbiamo fatto qualche piccola festa. Io non vengo in Italia con grandi progetti. Il mio scopo è sempre modesto: incontrare qualche persona cara, rivedere amici, parenti e luoghi. E' un lusso, ma potendo... Se lasciamo perdere tutti gli affetti che cosa ci resta? Poi c'è sempre qualche piccola faccenda familiare o extrafamiliare da curare. Niente più.

Ho pensato molto alla comunità di Itaberaì, che questo mese celebra la sua festa parrocchiale più tradizionale: Nossa Senhora da Abadia e Sao Benedito, 15 agosto. Fin dall'antichità la vita religiosa delle comunità era scandita dalle feste, che erano pure occasioni di miscelare la fede con la gioia di stare insieme gratuitamente e divertirsi. Auguri a Itaberaì, che vada tutto bene e che siano felici. La festa non cancella tutti i mali, c'è sempre molta gente ammalata e sofferente anche durante le feste, come ovunque e sempre. Per me è un mistero e una provocazione, il dolore non dovrebbe esistere. O deve? Ricordo sempre un ragazzone di Itaberaì che aveva scoperto questo: "Senza il dolore noi non impariamo niente". Aveva ragione, ma ci sono dolori, ad esempio il cancro, che uccidono anche ragazzi e giovani. Non si capisce perchè.

La prima messa l'ho celebrata con la comunità di base del Villaggio, domenica scorsa: comunità tutta laica e per niente clericale, piccolina, molto speciale, alla quale partecipano parecchi amici miei. La seconda l'ho celebrata per una cinquantina di suore che sono qui a Serra a fare una settimana di spiritualità: tutte il contrario dell'altra comunità. Queste portano il velo fin sulle orecchie. Fin'ora solo queste messe, poichè ho avuto parecchi appuntamenti fuori e del resto sono stato molto il casa, per la febbricciola. Domani, però, comincerò a sostituire il parroco di Serra che deve andare in Spagna (vanno tutti in Spagna, alla festona del papa). Avrò molte messe, anche troppe. Più che a Itaberaì.

Gli incontri con un gruppo di Vignola, e poi con alcuni ex-missionari in Brasile (don Isacco, don Paolo Soliani, Renata, don Arrigo), con Padre Mauro di Goiàs, sono stati un balsamo. Ho parlato pure con l'Arcivescovo, l'ex-vicario generale Mons. Paolo Losavio, Francesco Panigadi direttore del Centro Missionario 2, ed altri. Ho consegnato i saluti degli itaberini. Con Alessandra, Vittorio, Clara, per ora ho parlato solo al telefono.

L'Italia, per molti aspetti, va malissimo, ma di questo vi parlerò nel prossimo settembre. Per ora mi basta dire che va ancora benissimo perchè è molto bella: ha un bel cielo, belle montagne e pianure, bella frutta, molte opere d'arte...si vive bene e e si mangia bene. Ovunque si va, si sente dire anche dai turisti più sprovveduti e male intenzionati "quì si mangia bene!"

Questo significa che la maggior parte della gente continua a fare il suo lavoro (ognuno il suo e la sua parte), si fa pagare il giusto e non di più, tratta il prossimo con educazione,eccetera. Le strade sono pulite, le macchine sono parcheggiate nel posto giusto, i locali sono accoglienti, e le cose peggiori, fin'ora, io le ho trovate solo sui giornali.

19 luglio 2011

ROMARIA DOS MARTIRES

Il 17 luglio (ieri), nella cittá matogrossense di Ribeirão Cascalheira (diocesi di São Felix do Araguaia) é stata celebrata la “Romaria dos mártires da caminhada” che quella diocesi celebra ogni 5 anni. Sono andati alcuni laici e suore della nostra diocesi. Io non c´ero. Sono appuntamenti a cui non si dovrebbe mai mancare, ma io ero preso da impegni parrocchiali. Bella scusa! Ma perché avevo impegni parrocchiali? Perché nelle nostre parrocchie non ci facciamo abbastanza carico e non camminiamo in sintonia con la scelta dei poveri.

"Abbiamo il diritto di celebrare la memoria dei martiri solo se di fatto ci facciamo carico delle loro cause”

Vi traduco alcuni passi, i piú forti, di un articolo di Egon Dionísio Heck, assessore del Consiglio Indigenista Missionario (CIMI) del Mato Grosso del Sud. Pubblicato da Adital.
Testimoni del Regno. Ribeirão Cascalheira, croce del Padre João Bosco (ndt: che fu ucciso da un poliziotto esattamente 25 anni fa, mentre in compagnia del Vescovo Pedro Casaldáliga era andato al carcere della cittá per protestare contro la detenzione e le probabili torture ad alcuni contadini). Lí, ogni cinque anni, si incontrano pellegrini del nostro continente. Crocevia profetica del continente. Memoria pericolosa dei martiri della caminhada, dei testimoni del Regno.
Quest´anno la quinta Romaria dei martiri ha un motivo in piú per celebrare. Sono 40 anni di una Chiesa in conflitto col latifondo, per costruire giustizia e speranza, denunciando l´oppressione e annunciando l´aurora, nel cammino della liberazione.
São Felix é divenuto uno spazio emblematico di una chiesa profetica, che ha como suo fratello maggiore Pedro, poeta e profeta, di questa America Latina, Abya Yala, ancora nella passione.
D. Pedro Casaldáliga é presenza indispensabile in questo grande sogno, celebrazione, memoria e lotta. Ieri era giá partito da San Felix per Ribeirão Cascalheira. Migliaia di pellegrini sono giá arrivati per la celebrazione di apertura seguita dalla camminata dei martiri.
Nonostante il calore bruciante, l´aria secca e la polvere, niente scoraggia i pellegrini. É il momento di rivedere molti compagni e compagne della camminata, uniti nella memoria dei 40 anni di lotta della Prelazia de São Felix, "una chiesa in conflitto col latifondo e l´oppressione”.
Verso la romaria dei martiri - Siamo partiti dal cuore dell´agrobusiness, da Dourados, nel Mato Grosso do sul, verso le rive dell´Araguaia. Abbiamo attraversato monotoni paesaggi di monocultura del granturco, soia, canna da zucchero, eucaliptus, pascoli, cotone, sorgo principalmente, diretti ai confini del latifondo e alle belle spiaggie dell´Araguaia. Saímos da posse do, ex-secretário Geral da CNBB,D. Dimas, como arcebispo em Campo Grande, para a prelazia do novo Secretário Geral, D. Leonardo, em São Felix do Araguaia.
Siamo venuti a condividere le nostre esperienze e lotte con i compagni del Cimi Mato Grosso. In questa regione in cui si trovano le radici delle trasformazioni dalle quali nacque il Cimi, incontriamo figure storiche e testimoni per piú di mezzo secolo jpresenti in mezzo ai popoli indigeni, come la piccola sorella Genoveva, che vive in solidarietá con gli indios Tapirapé da piú di 60 anni. Vi troviamo persone profondamente sagge e solidali con cammino dei popoli indigeni nelle ultime decadi.
Guardare i capelli, gli sguardi profondi, il corpo stanco, di decine di missionari e missionarie, uno prova l´orgoglio di questa bella storia scritta con decisione, audacia, sangue e gioia. É stato qui che é iniziata anche questa bella pagina della lotta indigena e indigenista del Brasile. Il sangue di Pe. Rodolfo e Simão Bororo (1976), Pe. João Bosco Burnier (1976), Vicente Canhas (1986), il cui corpo fu trovato 40 giorni dopo l´assassinio. Io stavo andando a fargli visita, insieme a Tomás e Tião, e ci trovammo di fronte quel quadro tragico. Sentimmo la ribellione degli Enawene Nawe, al ricevere la notizia dell´assassinio del loro grande amico Kiwi.
Nonostante che piú della metá dei missionari abbia oltrepassato i sessanta e sentano il peso dei lunghi e non facili tempi di vita e testimonianza di solidarietá verso i popoli indigeni, ció che si percepisce é una grande speranza di continuare la presenza rispettosa accanto ai popoli della regione.
"Abbiamo il diritto di celebrare la memoria dei martiri solo se di fatto ci facciamo carico delle loro cause”, é una delle frasi centrali della riflessione animata da Pe. Francisco Junior, e che ha avuto ripercussione nelle celebrazioni.