20 ottobre 2009

MESSAGGI ESPLICITI

Sono riuscito, finalmente, a correggere l´impostazione: d´ora in poi, se vuoi, puoi mandare un commento via e-mail o pubblicarlo direttamente senza difficoltá. Cerchiamo di creare un pó di dialogo e arricchire i contenuti.

L´onorevole Tremonti: "Credo nel posto fisso". Come dobbiamo accoglierlo questo messaggio? Ditemelo voi. Negli anni 80 Reagan e la Tatcher lanciarono la "deregulation". I sindacati, di fronte a un mercato del lavoro che non faceva piú assunzioni, accettarono la "flessibilitá del lavoro" e i contratti a tempo determinato, per aprire una strada ai giovani. Ricordo un´assemblea della CISL a Sassuolo nell´85 (ero provvisoriamente sindacalista), in cui il conferenziere e paladino della mobilitá era il professor Romano Prodi. Noi dicevamo: "Mobilitá sí, ma attenti: il contratto a tempo determinato sia realmente di formazione-lavoro, duri poco e abbia regole e controlli". Negli anni seguenti é accaduto il contrario. La finanza sempre piú fuori controllo, fino a provocare questa crisi. I contratti a termine hanno prodotto milioni di precari a tempo indeterminato. Se lo Stato non impone delle regole al capitale speculativo hai voglia di credere nel posto fisso! I finanzieri spostano gli investimenti da un continente all´altro e da un settore all´altro sorvolando la gente senza nemmeno vederla. Le imprese nascono, si fondono e chiudono come se niente fosse. Gli economisti sostengono nella midia che l´economia ha le sue regole che non dipendono dai comandamenti di Dio, e che l´egoismo é la molla che fa girare il mondo: senza di essa c´é solo miseria. "Credo nel posto fisso" sembra un atto di fede: bisogna poi vedere in quale dio!

Ma sarebbe bello se la crisi avesse messo in moto una reazione a catena di "conversioni": questo non é un ambito religioso, ma ha molto a che vedere con la fede di Gesú, rivelata nella moltiplicazione e condivisione del pane e nella storia del samaritano. Se si vuole dare un futuro sereno alle famiglie e promuovere la vita bisogna garantire lavoro e stabilitá. Forse, é meglio per la stessa economia, no? Una ripresa economica che continuasse a provocare disuguaglianza sarebbe una sconfitta, non una vittoria sulla crisi. E scusate se scrivo da incompetente: sono appena tornato dalla visita ad una famiglia che ha venduto le sedie e il televisore per comprare il cibo. L´economia va bene quando tutti hanno lavoro e salario. Nella vicina cittá di Heitoraí, mi raccontano: "Quí sono nati diversi accampamenti di senza terra, e hanno ottenuto la terra lottando contro tutto e tutti: anche contro i politici e l´elite locale, che li odiava. Padre Giorgio Gagliani, modenese, ci ha messo la vita per sostenerli. Altri preti e laici del posto hanno discusso e litigato perfino contro le famiglie cattoliche piú in vista, che trattavano i senza terra come dei vagabondi senza arte né parte. Ora, peró, si vede chi aveva ragione: da quando i senza terra si sono fissati sulla terra e producono, Heitoraí che era una cittá in agonia é risorta. La cittá é vivace, piena di eventi e iniziative, e gli esercizi commerciali prosperano".

Ci sono poi questi altri messaggi espliciti - via internet. Uno di Don Vitaliano della Sala: "Nell’universo ci sono 200.000.000.000 di galassie, ognuna a milioni di anni luce dall’altra, e ognuna con in media 100.000.000.000 di sistemi solari… e chi abita in Marocco sarebbe uno straniero?". Meno male che qualcuno lo dice, anzi, lo grida. Il secondo di don Angelo Casati parroco nel milanese: “Vogliamo una Chiesa che non imponga mai a nessuno le proprie convinzioni sui problemi dell’etica e della politica e si fidi solo della forza libera e mite della fede e della grazia di Dio. Vogliamo una Chiesa che pratichi la compassione e trovi nella pietà la sua gloria. E faccia sue le parole che il santo padre Giovanni XXIII incise sul frontone del Concilio: Oggi la sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia piuttosto che della severità. Essa ritiene di venire incontro ai bisogni di oggi non rinnovando condanne ma mostrando la validità della sua dottrina... La Chiesa vuol mostrarsi madre amorevole di tutti, benigna, paziente, piena di misericordia e di bontà, anche verso i figli da lei separati. Vogliamo una Chiesa che sappia dialogare con gli uomini e le donne e le loro culture, senza chiusure e condizionamenti ideologici, e impari ad ascoltare e a ricevere con gioia le cose vere e buone di cui gli interlocutori sono portatori. La verità e la bontà sono di Dio, il quale le dà a tutti gli uomini e non solo ai cristiani.
Vogliamo che al centro della Chiesa venga messo il Vangelo e la sua radicalità. Solo così la Chiesa potrà essere vista e sperimentata come esperta in umanità. È tempo che, senza paura, nella Chiesa e nella città prendiamo la parola da cristiani adulti e responsabili, pronti a rendere conto della speranza cristiana”.

Ma il messaggio piú esplicito di tutti é quello del Vangelo di domenica scorsa: "Voi sapete che i capi delle nazioni le opprimono e i grandi le tirannizzano. ma tra voi non sará cosí: chi vuole essere grande sia vostro servo, e chi vuole essere il primo sia lo schiavo di tutti" (Marco, 10, 42-44). Che sembra una tirata d´orecchi a noi: cattolici e Chiesa. Come siamo lontani da questa pratica evangelica! Quando diciamo di essere "al servizio", non stiamo peccando contro lo Spirito Santo (se ne parlava nel Vangelo di sabato)? Stiamo mentendo alla nostra coscienza, e lo Spirito é Dio in noi, che ci parla con la nostra coscienza. Un peccato imperdonabile: forse Dio perdona anche questo ("non sanno quello che fanno"), ma noi no. Ci tormenterá per tutta la vita, ricordandoci che siamo vigliacchi e impostori. Molta gente perde la fede per colpa nostra: e quelli che non hanno fede sono ben contenti di averci come complici. Nel film-fumettone Angeli é demoni, dopo ore di gimcana per le strade di Roma il prete-camerlengo pronuncia queste sagge parole: "Dobbiamo aprire le porte e le tende, e parlare al nostro gregge. Se il mondo lá fuori potesse vedere la Chiesa come la vedo io, vedrebbe un miracolo moderno: una fraternitá di anime semplici e imperfette, che non vogliono essere niente di piú che la voce della compassione in un mondo fuori controllo". Semplicista e populista, ma in fondo esprime il sentimento di tantissimi credenti. Non ci salveremo mascherando da "servizio" il potere, i titoli, le insegne, le caste,le alleanze e i patteggiamenti. Solo la sincera e reale sequela di Gesú Cristo salva. Forse, col tempo e i fallimenti, ci arriveremo.

Per ultimo, siccome siamo nel mese delle missioni, vi pubblico quest´altro messaggio e-mail dal Mozambico. É del Padre Luis Cardalda, uno spagnolo della Galizia, che é rimasto per molti anni qui con noi come prete Fidei Donum e poi ha chiesto di essere inviato, da questa Diocesi, come missionario in Mozambico: ed é assai piú vicino alla mia vita quotidiana. “É necessario rinnovare l´impegno di annunciare il vangelo, fermento di libertá e progresso, di fraternitá, unione e pace. Desidero di nuovo confermare che il compito di evangelizzare tutti gli uomini costituisce la missione essenziale della chiesa" (Benedetto XVI- messaggio per la giornata missionaria). Ottobre, mese missionario, ci riporta alla memoria i ricordi delle attivitá con cui, nelle nostre comunitá, si celebra il comando di Gesú di andare a tutte le nazioni. Ad Itaberaí io vibravo ogni volta che si cantava: "Vai,vai missionário do Senhor". Forse influenzato da quell´entusiasmo, quando mi capitó l´occasione venni in Mozambico, dove mi trovo ora per la seconda volta inviato dalla Chiesa di Goiás. Il missionario viene inviato per ricordare a tutte le comunitá che la missione é un´esigenza fondamentale della fede. Cosí lo conferma il papa: "La missione oltre frontiera dev´essere la prioritá dei vostri piani di pastorale".

La vita del missionario si compone di piccoli gesti. davanti al diverso impara ad essere umile, ascoltare, accogliere, essere paziente e rispettare. Ha nel cuore la certezza che prima di lui é arrivato lo Spirito Santo a spargere le sementi del Verbo. Per questo, il missionario é chiamato a guardare con fede la realtá per scoprirvi le strade che lo Spirito sta aprendo. Ci sono momenti, quando osserviamo con amore, in cui piccoli gesti sono rivelatori. Tornavo dal mercato verso sera, uma bambinetta veniva con un recipiente di paglia sulla testa, in cui portava un poco di manioca, forse per la cena della famiglia. Ad un tratto ella si ferma davanti a me, prende un pezzo di manioca, e me lo porge. Non ha detto niente, ho visto solo il suo sguardo brillare e un sorriso affettuoso sul suo volto. Sono gesti cosí, che parlano del Regno e incoraggiano il cammino conducendoci all´essenziale: creare fraternitá.

Quando il missionario arriva in una comunitá é una festa. Nella celebrazione dell´Eucaristia, si vibra di allegria, si condivide la Parola, e la presentazione delle offerte la si fa danzando. É quello di San Paolo, chi dona lo faccia con gioia. Ma é il momento della pace che per me é presenza coinvolgente dello Spirito. La gioia degli uomini, le grida di giubilo delle donne (ululus), i bambini che mi accerchiano per la pace, mi fanno vivere la profonda comunione che abbiamo nello Spirito del Risorto. Questa Chiesa é ministeriale. Sono i laici, madri, padri e giovani, che nelle comunitá si fanno carico dei diversi servizi. A loro dedichiamo prioritá nei nostri piani di formazione. In ogni comunitá c´é un consiglio che dirige e organizza la vita della comunitá. Il centro del cammino di ogni comunitá é il catecumenato, che dura 4 anni. Nessuno si battezza senza passare attraverso il catecumenato. Cosí camminano le 140 comunitá che serviamo con molti chilometri da percorrrere.

La situazione sociale non é buona. Quest´anno molta gente é morta di colera. La malaria é endemica e provoca anemia. L´aids sta decimando la gioventú e lasciando molti orfani. Esiste ancora la lebbra e la tubercolosi, e altre malattie croniche come cronico é il problema dell´acqua. Per bere noi andiamo a cercarla a 20 chilometri. Ma una cosa che colpisce l´attenzione é l´allegria di questo popolo povero. Nonostante tutto questo e la convivenza con la fame (molte famiglie fanno solo un pasto al giorno) conservano il sorriso. Penso che sia una chiara manifestazione dello Spirito. Alla nostra porta arrivano molti studenti - alcuni orfani - con difficoltá per continuare gli studi, e chiedono aiuto. Facciamo quello che le nostre possibilitá ci permettono, ma é doloroso quando dobbiamo dire che non possiamo. Che le nostre possibilitá non arrivano a tanto. Nonostante questo vogliamo aiutare a mantenere viva la speranza, come ha detto il papa: "La missione della Chiesa é contagiare di speranza tutti i popoli".

A tutta la gente di Itaberaí l´augurio che crescano nella fede e incontrino in Gesú Cristo la gioia e la pace. Pe.Luis - Moma 17-10-2009.

Foto: Padre Luís Cardalda (sinistra) e Padre Severino Silva, parroco di Itaberaí, che é stato per qualche tempo suo compagno di missione in Mozambico.

14 ottobre 2009

NUOVE RADICI CRISTIANE

Domenica scorsa la comunitá di Gongomé mi ha preso di sorpresa: mi hanno fatto trovare la loro cappella chiusa. Sul momento ho pensato che avessero dimenticato la messa. Invece si erano riuniti, assai piú numerosi del solito, in una casetta nuova costruita da loro per una signora di 94 anni, molto povera, che abitava in una baracca senza nemmeno il bagno in casa. Ci hanno messo pure i pavimenti di ceramica! Severina, la beneficiaria di questo gesto di solidarietá, é la vedova di Cícero, antico curatore della Chiesa della borgata. Le hanno fatto la casa accanto a quella della figlia. "Sono tanto felice di vedere che siamo riusciti ad unirci e dare una vita migliore a questa nostra sorella negli ultimi anni della sua vita" - ha detto Eunice, una delle animatrici. In gioventú Eunice fu catechista e insegnante della scuola locale che ora non c´é piú. Poi aderí a una chiesa evangelica per qualche tempo (forse per la disperazione, perché la comunitá era fredda). Ora eccola lí di nuovo: a dimostrazione che a lei interessa fino a un certo punto l´identitá ecclesiale, ció che lei ha sempre voluto é solo seguire Gesú. Hanno cantato e pregato a volontá, chiedendo benedizioni sulla nuova casa e su tutto e tutti. Mai un´Eucaristia fu celebrata cosí a proposito. Condiviso il Corpo di Cristo e quello dei suoi discepoli, la vita di Gesú e la loro stessa vita. Io ho commentato: "Oggi l´omelia l´avete fatta voi a me!" Alla fine ci hanno guadagnato pure i ragazzi, hai quali ho dato un bel pallone azzurro firmato "Italia 96", dono della parrocchia Beata Vergine Addolorata di Modena.

Gongomé é un gruppetto di casette molto umili tra le colline, a 25 chilometri da Itaberai. Un insediamento antico, che per via dell´urbanizzazione sembra diminuito e appassito come i funghi in un periodo di siccitá. Nei nostri primi anni di Brasile (67-77) era il collega don Isacco che ne seguiva tutta l´attivitá religiosa. Lo fece per dieci anni di seguito: la messa una volta al mese, l´organizzazione del catechismo e la novena del patrono una volta l´anno. Io andavo ogni tanto a sostituirlo. Allora, per arrivarci, si mangiava tanta polvere e si pattinava su tanto fango. Oggi non piú: 20 chilometri sono asfaltati, e il restante coperto di ghiaia é assai poco disagio per le nostre spartane abitudini. La comunitá ha attraversato lunghi periodi di crisi, fino quasi a sciogliersi completamente: molti trasferiti in cittá, altri "passati" ad una chiesa evangelica, altri ancora rintanati nei bar, nei campi di calcio e nell´indifferenza. Scomparve perfino la campana che era stata installata da don Isacco davanti alla chiesetta: "L´ha rubata qualche malandrino" - diceva il povero Cícero, un anziano discendente di africani che trattava la sua chiesina con piú amore della sua povera baracca. La pazienza che ci deve essere voluta per continuare, una volta al mese, ad andare a celebrare la messa per quei sette o otto! E la pazienza per quei sette o otto a mantenersi attaccati alla loro fede! Diverse volte ci siamo chiesti, in questi ultimi due anni in cui anch´io sono tornato e continuiamo a seguire Gongomé a turno, se non era meglio dedicare quella domenica pomeriggio a una comunitá piú numerosa e vivace. Ma la perseveranza produce frutti! Come hanno fatto a saltare, senza che noi preti ce ne accorgessimo, dalla semplice religiositá devozionale e consolatoria alla comprensione di una scelta da comunitá cristiana adulta, che non si accontenta di obblighi religiosi ma vive in Cristo, si fa samaritana e condivide ció che possiede? Lo Spirito Santo lavora a modo suo. Uno dei nostri inni della messa lo spiega: "Metti la semente nella terra, non sará invano!"

In tanti l´hanno capito che non si puó separare la vita spirituale dalla vita reale, se no la spiritualitá diventa una fuga dall´impegno e un pretesto per pensare solo a sé stessi. Tuttavia c´é ancora chi lascia intendere o dice espressamente: "Lasciamo perdere le pastorali sociali, qualsiasi consiglio comunale o sindacato puó fare meglio di noi in questo campo. Dedichiamo il nostro tempo alla liturgia, alla catechesi e spiritualitá, che sono la missione specifica della Chiesa!" La smentita viene dalla stessa pratica di Gesú: il Samaritano che ama e soccorre quelli che a nessun sindaco o consiglio comunale disturbano il sonno, e da cui le autoritá del Tempio distolgono perfino lo sguardo per non macchiarsi d´impuritá legale. La liturgia é importante perché educa a tenersi collegati con la realtá trascendente, se no perdiamo i punti di riferimento. Noi umani siamo fatti cosí. Peró, se vivi una vita spirituale disincarnata, potrai anche sentirti appagato, ma sei un illuso. Non sei con Gesú Cristo neanche se "prendi" migliaia di messe. Se vivi in Cristo, ogni attimo e atto della tua vita é imbevuto della sua spiritualitá. A proposito di un tema che discutete tanto dalle vostre parti, il cristianesimo ha tante radici, culture, anime e identitá, ma tutte sono cristiane solo perché sono aggrappate allo stesso tronco, che é Cristo. Alcune radici diventano vecchie, muoiono, e ne spuntano di nuove che vi si soprappongono, come in certi fiori: e allora la Chiesa, che é una comunitá vivente, si rinnova. Per questo io sono affezionato al Concilio Vaticano II e voglio continuare sulle nuove radici che ha lanciato. Il Vaticano II ha abbandonato vecchie concezioni per dare continuitá a ció che conta: la nostra vita redenta e trasformata dal di dentro, in Gesú Cristo.

Notizie di cronaca: 1) le nostre Commissioni di Pastorale della Terra (CPT), quella diocesana e quella parrocchiale di Itaberaí, hanno lanciato sabato scorso e aperto le iscrizioni per una nuova "Scuola agro-ecologica", a servizio degli agricoltori di piccole proprietá, periferie, accampamenti e nuclei di beneficiari della Riforma Agraria. Le lezioni teoriche si svolgeranno in alcuni fine-settimana, a partire dal prossimo mese di marzo, nella chácara della parrocchia di Itaberaí. É aperta anche ai comuni circostanti. La pratica consisterá in cinque o sei orti sperimentali sparsi nella regione, che saranno dotati di irrigazione centrale. Il progetto generale é finanziato da Misereor, un fondo di solidarietá della Chiesa tedesca. Il finanziamento degli orti é a cura del Fondo Populorum Progressio, di Roma: perché nessuno dica che le offerte alla Chiesa Cattolica vanno tutte in tasca ai preti (anche quelle che arrivano nelle mie tasche finiscono, quasi sempre, in aiuto agli altri: non lo scrivo per vantarmi, ma per sfatare tanti pregiudizi).

2) Non é andata cosí bene, invece, sul fronte della difesa ambientale in collaborazione col comune. Lo scorso anno promovemmo un seminario sull´acqua e ambiente, che fu un notevole successo. Il sindaco neo-eletto era presente, e anche diversi consiglieri comunali. Promisero di istituire una segreteria ambientale come punto di riferimento per i cittadini nella difesa dei fiumi e del cerrado. Garantirono pure investimenti e una commissione ambientale nella camera legislativa. Di tutto questo, nonostante le insistenze, é rimasto assai poco: appena la disponibilitá, per i frontisti dei fiumi, di piantine per rifare la galleria di foresta dove é stata distrutta, e qualche controllo che poi si é smarrito da solo strada facendo. Il sindaco Wellington Baiano é stato sopraffatto da una serie di processi per corruzione e altre illegalitá della campagna elettorale: e siccome quí non basta essere eletti dal popolo, ma bisogna anche dimostrare (qualche volta) di essere onesti, é probabile che sará dimesso. Il comune, in tal caso, avrá un commissario fino a nuove elezioni. Domani c´é la seduta finale del processo, e tutto fa credere che si concluderá con una condanna.

3) La sorella di don Francesco Cavazzuti, suor Teresa, é stata richiamata in Italia dalla Congregazione (sorelle della caritá di Santa Giovanna Antida), e ritornerá in dicembre, facendo prima una sosta a Carpi e poi non si sa. Giunta nella Diocesi di Goiás verso la fine del secolo scorso, suor Teresa Augusta Cavazzuti, 64 anni, ha iniziato la sua attivitá pastorale nella parrocchia di Jussara. Poi ha lavorato per alcuni anni nella periferia di Itapuranga per tornare, infine, alla parrocchia di Jussara, dove risiede ora in comunitá assieme a suor Daniela Maria Contini (di Nonantola) e suor Maria Rita Siboni. Ha quindi alle sue spalle una lunga esperienza di apostolato tra la gente di periferia di questa regione di Goiás. Vi conviene valorizzare la sua presenza in Italia invitandola ad incontri e conferenze.

Foto: 1) e 2) - radici vecchie e nuove, e fioritura; 3) Suor Teresa in casa nostra, col parroco Severino Silva e c´é anche don Eligio accanto a una bottiglia di vino del Cile.

Vi aggiungo in calce una breve memoria storica di un martire della nostra regione, elaborata da Mario di Goiás, che si firma "IL POSTINO".

Era la sera dell’11 ottobre 1976. Due contadine, Margarida e Santana, erano sotto tortura nella prigione del presidio di polizia di Ribeirão Bonito, nel Mato Grosso, località del latifondo prepotente, del bracciantato semischiavo, della brutalità poliziesca. La Comunità celebrava l’ultimo giorno della novena della patrona, N.S. Aparecida. E, in quel giorno erano arrivati in paese il vescovo, dom Pedro Casaldáliga e padre João Bosco Penido Burnier, un gesuita missionario tra gli Indios Bakairi. Informati di quanto stava succedendo, i due si recarono al commissariato per intercedere a favore delle due donne torturate. Quattro poliziotti li aspettavano sul posto. Solo un accenno di dialogo: Sapete che non potete fare questo. Dovete smetterla. Come tutta risposta, uno degli agenti colpì il p. João Bosco prima con un pugno, poi con il calcio della pistola infine gli sparò. Durante l’agonia che seguì, il prete riuscì a sussurrare: Offro la mia vita per il CIMI (Consiglio Indigenista Missionario) e per il Brasile. Poi invocò il nome di Gesù, ripetutamente, e ricevette l’unzione degli infermi. Fu trasportato a Goiânia e morì il giorno dopo, festa della Vergine Aparecida, coronando così con il martirio una vita santa. Le sue ultime parole furono le stesse del maestro: “Abbiamo compiuto la nostra missione”. In questo giorno le Comunità cristiane dell’America Latina uniscono alla celebrazione del martirio di p. João Bosco, la memoria di tutti i martiri del nostro continente. Memoria di uomini, donne e perfino di bambini, di differenti razze, fedi e culture, assassinati per il solo fatto di lottare per un mondo più giusto e fraterno, per affermare i diritti degli indigeni, dei negri, delle minoranze, dei lavoratori, contro la violenza e la tortura, per la riforma agraria, la protezione dell’ambiente e la pace.

8 ottobre 2009

IL MESE DI APARECIDA

Finalmente si é messo a piovere, e speriamo che duri tutta la notte, perché abbiamo avuto alcuni pomeriggi di calore davvero soffocante e ci vorrebbe un pó di refrigerio. A parte questo, una buona parte del popolo brasiliani ha gli occhi puntati sul prossimo 12 ottobre, che sará la festa di Nossa Senhora Aparecida patrona dichiarata del Brasile, e festa dei bambini. In realtá tutto é giá cominciato. Ci sono innumerevoli chiese e cappelle dedicate a lei, che stanno facendo la "novena". In molte cittá e villaggi ci sono manifestazioni, spettacoli e festival per i bambini. La gente ama i bambini e ama la sua sua santa patrona (per questa bisognerá forse tenere conto di qualche milione di evangelici che forse non la apprezzano piú di tanto!). Vi trascrivo qualche notizia di storia del Santuario, perché é troppo importate per conoscere la cultura e la religiositá dei brasiliani. Per farvi un´idea, pensate che durante la notte dell´11 ottobre parte a piedi, da Itaberaí, una processione verso il santuario di Aparecida che si trova a quasi trenta chilometri di distanza, vicino alla Cittá di Goiás sede della diocesi. In mattinata partecipano alla messa, pagano i loro voti e tornano a casa in corriera. Sicuramente c´é molta piú gente in quel pellegrinaggio che nelle messe parrocchiali, anche le piú frequentate. Le persone, con Aparecida, trattano spesso gli affari privatamente: io ti vengo a trovare a piedi se tu mi aiuti a risolvere il mio problema. Non é che disprezzino la Chiesa, ma la Madonna Aparecida é davvero di piú!


La devozione all´immagine di Nossa Senhora Aparecida há origini tipicamente popolari. Ci sono diverse versioni della sua storia. La píú comune é che nel 1717, nella cittadina paulista di Guaratinguetá, arrivó la notizia che Dom Pedro, governatore di San Paulo, sarebbe passato di lá per andare a Ouro Preto (che allora si chiamava Vila Rica), e si sarebbe fermato a pranzo. Alcuni pescatori, desiderosi di offrire del buon pesce a lui e a tutto il seguito, scesero nel fiume a pescare. Dopo diversi giorni di tentativi inutili, il 12 ottobre lanciarono la rete e pescarono un´immagine di Nossa Senhora da Conceição senza la testa. Lanciarono di nuovo e presero la testa. In seguito, fecero una pesca abbondante e tornarono a casa felici. Nella casa di uno di loro la gente cominció a riunirsi per pregare e poco alla volta tutta la regione divenne devota di quella statuina nera di legno, che otteneva molte grazie. Ben presto le fu costruito un oratorio nel porto di Itaguaçu. Nel 1734 fu costruita la prima cappella dal parroco di Guaratinguetá, sulla cima di un colle. Nel 1834 fu iniziata l´attuale "Vecchia Basilica", per accogliere i fedeli che aumentavano: fu inaugurata l´8 dicembre 1888. Un mese prima la principessa Isabella, ancora reggente (la fondazione della repubblica del Brasile avvenno l´anno seguente, 1889), regaló all´immagine l´attuale manto azzurro e corona d´oro. Nei decenni seguenti la basilica-santuario divenne sempre piú meta di pellegrinaggi da tutto il paese, tanto da ricevere nel 1908 il titolo di Basilica Maggiore, e da far crescere attorno a sé una cittá (dal 1928 eretta a comune) col nome di Aparecida do Norte, e diventare l´importante centro religioso nazionale che oggi é. Nel 1929 fu eletta patrona nazionale. E il 4 luglio 1980 il papa G.Paolo II consacró la Basilica Nuova, che é il piú grande santuario mariano del mondo.

In Brasile, in ottobre, c´é solo Aparecida? Sicuramente no, ma certo che i milioni di persone che vanno ad Aparecida do Norte per partecipare alla festa, e gli altri milioni che ci vanno in gita durante tutto l´anno, dimostrano che il cuore di tanta gente é piú lí che altrove. Oggi il benessere assai piú diffuso intacca anche questa festa: hanno spostato un´altra festivitá che cadeva piú avanti e l´hanno fatta coincidere, cosí ci sará un lungo ponte: da sabato mattina a martedí sera. Tempo sufficiente per una scappata al santuario (o alla chiesa piú vicina) e poi passare alla riva del fiume, o alla casa di campagna, a bere birra, fare la grigliata e chiacchierare. Nelle parrocchie celebriamo solennemente molte altre cose: il mese delle missioni, la festa di Santa Teresa del Bambino Gesú, gli angeli custodi, San Francesco d´Assisi. La cappella del mio quartiere é dedicata a quest´ultimo, e la comunitá si é fatta onore. Hanno celebrato anche un triduo di letture bibliche seguito dal solito leilão, e hanno offerto a tutti un brodino di gallina delizioso. Stasera io sono a casa in parcheggio perché la comunitá in cui dovevo celebrare ha spostato la data della messa. Ma i miei colleghi sono tutti al lavoro: due (Maurizio ed Eligio) a celebrare messe in campagna, e l´altro (Severino) a preparare le Messe di domenica prossima con le equipes di liturgia.

Per il resto, io che prendo molte notizie nazionali dal sito ADITAL, avrei molte citazioni importanti da farvi ma é meglio che ve le cerchiate da soli sullo stesso sito. Un pó di portoghese riuscirete a capírlo! Fondato col l´aiuto di organizzazioni italiane (ad es. Rete Radié Resch) e con la collaborazione di Frei Beto; dedicato a Frei Tito di Alencar, un domenicano morto in Francia negli anni 70 dopo un periodo di prigione e tortura da parte della Dittatura Militare; Adital é di una ricchezza di informazione straordinaria sull´America Latina. Per darvi un´idea, in questo momento ha piú di 1500 persone on-line. Sono suoi collaboratori diverse persone che molti di voi conoscono. Tra gli altri: Marcelo Barros, Padre Ermanno Allegri e suo fratello Padre Lino. Io ve lo consiglio, no? Oggi, giá che tutto il Brasile inneggia a Lula che ha ottenuto i giochi olimpici a Rio per il 2016, vi segnalo un articolo critico e stimolante di Marcos Arruda sulle Olimpiadi e ve ne cito un brano per finire questo post:

"L´olimpismo di oggi partecipa, secondo Jacquard, della chiusura della nostra societá in una cultura di lotta, la LOTTA DI CIASCUNO CONTRO TUTTI. La stessa cultura patriarcale che riduce l´economia a una guerra di egoismi, voracitá e insoddisfazioni, in cui la ricchezza materiale che si possiede non é mai abbastanza, e l´altro é sempre un avversario da combattere, soggiogare o eliminare. Invece, ció di cui l´umanitá ha bisogno oggi, é di INCONTRI veri, che permettano agli uni di aprirsi agli altri per conoscerli e arricchirsi con le diverse qualitá di cui sono portatori. "VIVERE E SORRIDERE INSIEME" é la consegna che l´autore propone per i giochi olimpici! Sarebbero giochi cooperativi e solidali, nei quali l´obiettivo sarebbe il superamento di sé stessi, la socievolezza degli incontri tra popoli diversi, il piacere e la bellezza. Che i premi siano dati a tutti e tutte quelli e quelle che battono i loro propri record. Che siano presentati su podii di un unico livello. Cosí, la competizione con sé stessi diventa emulazione. Lo sport torna ad essere un gioco. E l´umanitá si avvicina un pó di piú alla PACE! "

Foto: l´immagine e il santuario nazionale di Aparecida do Norte. Nel santuario é stata celebrata pure la V ASSEMBLEA CONTINENTALE DEI VESCOVI DELL´AMERICA LATINA NEL 2007, aperta solennemente dal papa.

2 ottobre 2009

NOTIZIE: DI FEDE E POLITICA

Ad esercizi spirituali finiti posso garantire: nessuna smentita, e qualche conferma, alla teologia che vi ho esposto nella pagina della settimana scorsa. Ma che c´entra? In un regione come il Goiás gli esercizi non si misurano tanto dalle meditazioni teologiche sulla spiritualitá "sacerdotale", quanto dall´incontro in sé. Siamo una trentina di preti sparsi in un territorio grande come l´Emilia Romagna. La meraviglia viene dalla condivisione dei sentimenti e dal racconto di fatti, esperienze, gioie e dolori, vittorie e sconfitte. É un raduno di discepoli di Gesú: "Li invió due a due, davanti a lui, ad ogni cittá e villaggio dove egli stesso doveva andare. I settandue tornarono molto allegri, dicendo: "Signore, perfino i diavoli ci obbediscono a causa del tuo nome!" (Lc. 10, 1 e 17). Padre Wellington di Carmo do Rio Verde, nei mesi scorsi, ha assistito sua madre negli ultimi giorni di vita e narra le sofferenze e la fede. Padre José, che vive a Britania (agli estremi confini della diocesi), confessa: "Avevo nostalgia di incontrarvi. Sono mesi che non ho piú notizie di nessuno di voi". Tutti hanno da raccontare. Sono i settantadue discepoli: ragazzoni che forse non hanno letto molta teologia, ma vanno lontano dal centro e spendono sé stessi nelle piccole cittá dell´interno, condividendo ogni gioia e dolore della gente. Non ci sono dubbi che le loro radici sono in una profonda e stretta comunione con Gesú e nella ferma convinzione di essere inviati da Lui. E poi anche nel sentirsi parte del suo Corpo che é la Chiesa, di cui sono la manodopera. Sí, sono la manovalanza che annuncia il Vangelo e trasmette la fede! Non da una cattedra o da un ufficio centrale, ma tra la gente e costruendo relazioni personali. Quelli dell´apparato non stiano a costruire muri di difesa: finirebbero per chiudere fuori anche i propri operai.

Il vescovo-predicatore ha conservato l´uso del clergyman, dello zucchetto e della croce d´oro sul petto. Per il resto é molto alla buona e affabile, secondo lo stile molto democratico dei brasiliani. Ci ha distribuito le sue meditazioni scritte. Sono farcite di citazioni di Enzo Bianchi. Ho letto un articolo sul Corriere in cui il giornalista, molto sicuro di sé, riaffermava che "la Chiesa é una monarchia assoluta", come se questa fosse una veritá di fede e un segno del legame della Chiesa con Dio. Dalle nostre parti sono pochi a ritenere che il rapporto tra i vari membri del Corpo di Cristo abbiano bisogno del supporto di questo carattere monarchico, assoluto per di piú: che non é altro, invece, che un pó di fango del mondo che si appiccicato dove non doveva. Il nostro vescovo Dom Eugenio si é messo tra noi come prete tra preti. Se gli chiedete perché, risponde: siamo tutti Chiesa-Popolo di Dio, discepoli di Gesú, senza caste, senza "cariche": solo servizi. I vescovi sono ancora profeti. Non di quelli alla Dom Helder Câmara, Dom Pedro Casaldáliga, Dom Tomás Balduino, Dom Antonio Gomes, Dom Fragoso, eccetera, che scuotevano Chiesa e mondo con la forza della parola. Ma di quelli che sono Chiesa sulla strada di Gesú di Nazareth, con la loro stessa vita che diventa Parola di Dio. Certo che a volte si sente nostalgia delle voci profetiche di un tempo. Mentre il predicatore ripeteva: "Se viviamo in Cristo, cambiamo il mondo", un collega della mia etá mi ha bisbigliato all´orecchio: "Se viviamo in Cristo, dobbiamo stare coi poveri cristi e portare la loro stessa croce".

Il vescovo Dom Eugenio, durante un intervallo di preghiera, mi ha passato una rivista: "Leggi quí, poi me la restituisci". É l´edizione brasiliana di "le monde diplomatique", un mensile che ha tre anni di vita. C´é un articolo sui berluscones, firmato da Carlos Galli, un professore di Bologna. Non c´entra con i bartimei di Goiás ma ve ne cito un brano: perché ho la strana sensazione che il male che affligge l´Italia sia diffuso, in dosi piú o meno pericolose e in contesti diversi, nel mondo intero: é un´infezione che puó saltare fuori anche quí, in qualche modo. Ma é poi vero che siete una societá in decadenza? Lo lascio decidere a voi.

"Il successo politico di Silvio Berlusconi non é niente dell´altro mondo: non si tratta di un extraterrestre che ad un tratto é atterrato nel seno di una democrazia efficace e di un mercato trasparente. Rappresenta, al contrario, la sintesi del declino e dell´immobilismo dell´Italia. In altre parole, questo successo politico é il frutto proprio di una democrazia e di un mercato in decadenza. A partire dal 1978, anno in cui fu assassinato il primo ministro Aldo Moro dalle Brigate Rosse, il paese entró in un periodo di mancanza di obiettivi politici e impulso riformatore. Soffrí anche la decadenza di senso civico, legata direttamente all´estinzione progressiva della base che aveva dato legittimitá alla Repubblica: l´antifascismo. In seguito, la funzione regolatrice della politica e del diritto diminuí sotto la pressione delle esigenze dell´economia. L´Italia é un paese frammentato in gruppi di interesse - dai piú potenti ai piú miserabili - tutti estranei alla legalitá comune e allo spirito civico. La societá é una selva, nella quale non sono presenti pienamente le logiche del mercato o dello Stato, ma piuttosto il privilegio, il risentimento e la paura. Non é per caso che l´insicurezza caratterizza questo "stato di natura", tipico di un´organizzazione che sente sempre meno la necessitá di regole di convivenza. Gli italiani sentono intuitivamente che la crisi di legalitá penalizza tutti, ma la maggior parte preferisce sfruttare la situazione e usare le breccie della legge, senza molto sforzo per promuovere il rispetto collettivo delle regole".

Quanto alla crisi di Honduras, la rivista ISTOÉ del 30/09/09, nell´editoriale, scrive: "Posto involontariamente in mezzo al conflitto istituzionale che ha colpito l´Honduras, il Brasile si é proiettato come protagonista della politica internazionale e dovrá mostrare un polso fermo per condurre una situazione di impasse senza precedenti con l´insurrezione della popolazione. Dando protezione al presidente deposto, Zelaya, l´ambasciata brasiliana é stata circondata, in netto affronto alla sua sovranitá. Il presidente Lula, strategicamente in viaggio agli Stati Uniti per incontri coi leader del mondo libero, ha approfittato della tribuna dell´ONU per esigere l´immediata uscita dei golpisti. Ha detto di non riconoscere il governo dell´attuale presidente Roberto Micheletti. É stato applaudito. Nonostante il suo fosse un passo avanti verso lo scontro diplomatico, Lula ha incassato sostegni dati apertamente. Il segretario generale della OEA, José Miguel Insulza, ha detto che il governo brasiliano attuava con l´appoggio della comunitá. Il presidente francese, Nicolas Sarkzy, ha lanciato la proposta che il Brasile occupi definitivamente una sedia nel consiglio permanente dell´ONU. In pratica il Brasile ha fatto ció che doveva: non c´era come ricusare riparo alla richiesta di un presidente eletto nell´esercizio legittimo del suo mandato. Ma su Zelaya é bene ricordare che non si tratta di uno statista classico, che segue la regola dei diritti democratici". In pratica vuol dire che Lula ha fatto bene a proteggerlo, ma Zelaya stava cercando di cambiare la Costituzione per ottenere un terzo mandato: quindi é stato lui il primo a mettere in pericolo la Costituzione. Come nelle liti tra bambini: il primo é il piú colpevole. Sará vero? La lezione é che dietro le deboli democrazie dell´America Latina ci sono gruppi di potere forti che manovrano, e che la democrazia stessa é sempre in pericolo se la gente non la difende a tutti i costi. E non é solo in America Latina.

PS 03/09/09: DI IERI SERA LA NOTÍZIA CHE LE OLIMPIADI DEL 2016 SARANNO A RIO DE JANEIRO. QUESTA MATTINA GOOGLE É APPARSO CON UN PAESAGGIO DELLA EX-CAPITALE. ALTRA VITTORIA, QUESTO LULA É UN DIAVOLO!!!

Foto: la cappella della chácara, dove abbiamo fatto il ritiro. La foto non é attuale, l´ho presa dal mio archivio.

24 settembre 2009

UN ANNO PER IL SACERDOZIO

La settimana prossima anche noi, clero della diocesi di Goiás, ci ritireremo per alcuni giorni in preghiera e meditazione sul tema scelto dal nostro vescovo Eugenio in coincidenza con l´Anno Sacedotale voluto dal papa Benedetto: il sacerdozio. I miei quattro lettori avranno pazienza se espongo in anticipo le mie conoscenze su questo argomento, per fare una sintesi in preparazione a questi esercizi spirituali: infatti in questi giorni non riesco a pensare ad altro. In certo senso ho giá cominciato i miei esercizi. Quando li avró terminati, se avró scoperto qualche novitá ve le comunicheró. Ovviamente l´argomento é molto ampio, e qui dovró limitarmi al nocciolo. Per chi vuole approfondire ci sono tanti libri di gente che sa piú di me.

Il "sacerdozio" c´era nelle religioni pagane e in quella di Israele. Il termine indica una casta di uomini separati dagli altri e consacrati, per fare da mediatori tra Dio e l´uomo. Piú dalla parte di Dio che dell´uomo. Gesú era un ebreo, ma non é mai stato sacerdote del sacerdozio ebraico. Come del resto noi non siamo sacerdoti nel modo di Gesú. Perché il suo é unico nel suo genere, ma questo non é il problema: le parole cambiano significato. I Vangeli non attribuiscono questo titolo né a Gesú né ai suoi discepoli. Le lettere di Paolo e quelle di Giovanni spiegano per filo e per segno che noi, dopo la conversione e il battesimo, essendo uniti a Cristo, non abbiamo piú bisogno di intermediari perché siamo Figli di Dio, ed é presente in noi lo Spirito Santo che ci fa gridare "Abbá, Padre", rivolgendoci a Lui direttamente (e Gesú ci ha insegnato a rivolgerci direttamente: Padre Nostro che sei nei cieli!). L´unico libro del Nuovo Testamento che dá a Gesú, espressamente, il titolo di sacerdote, guarda caso é la lettera agli ebrei. Ma lo fa per dire loro che Gesú é quasi l´opposto dei loro sacerdoti (vedi nota): Gesú é un sacerdote che: 1) Non é intermediario né separato, ma si é fatto uomo e si é messo in mezzo e dalla parte dell´umanitá. 2) Non celebra riti, ma vive. 3) Non offre sacrifici di animali, ma sé stesso. 4) Non ha bisogno di ripetere l´offerta, perché una basta per tutti e per sempre. 5) Il suo non é lo "Yom Kippur" (il principale sacrificio espiatorio del Tempio ebraico), che é morte e spargimento di sangue: ma é la sua stessa vita intera, assieme alla morte e specialmente risurrezione. Gesú non fa una "espiazione", bensí con la fedeltá completa al Padre dall´inizio alla fine, e soprattutto con la risurrezione, vince per sempre la schiavitú dell´umanitá al peccato. "Per questo motivo, entrando nel mondo, Cristo disse: tu non hai voluto né sacrifici né offerte. Al loro posto, tu hai dato a me un corpo. Olocausti e sacrifici non ti sono graditi. Per questo io ho detto: eccomi quí, o Dio - nel rotolo del libro scritto per me - per fare la tua volontá" (Ebrei, 10, 5-7). Non siamo autorizzati a pensare che Dio abbia ordinato a Gesú di farsi ammazzare perché voleva il suo sangue in riparazione all´offesa del peccato. Il Padre buono di Gesú non comporta un sacrificio umano, tanto meno di Suo Figlio. Gesú é morto in conseguenza della vita di fedeltá al Padre, non per volere del Padre. Ha vissuto una esistenza umana perfettamente obbediente al Padre. Una esistenza, peró senza peccato. Talmente senza peccato, che pur di non cedere al peccato ha affrontato la morte. E la sua risurrezione é rimasta come il segno della vittoria: l´uomo non é piú soggetto al peccato e ai sacrifici della Legge, perché Cristo ha vinto (lo scrive Paolo nella lettera ai romani, e in altre). Il sacrificio é abolito (lo afferma la lettera agli ebrei).

Oltretutto, Gesú si scontró spesso coi sacerdoti cosí come con gli scribi e dottori della legge, quindi con la religione istituita del suo tempo e paese, rappresentata dal Tempio e dalle Sinagoghe. Tanto che furono loro a decretarne la morte, come risulta chiaramente dai 4 Vangeli. Perché? Non possiamo certo pensare che lui fosse un mistico con la testa fra le nuvole, o un anarchico che non voleva nessuna istituzione, o un pauroso che si rifugiava in Dio perché non aveva il coraggio di affrontare la vita reale. Sapeva bene che niente funziona, nel nostro mondo, senza istituzioni. Solo che le istituzioni, anche quelle religiose, sono un potere: e viziano. Invece di mettersi al servizio dell´uomo, gli "istituiti" cominciano a servire solo sé stessi e operano per il mantenimento del potere e dei privilegi. In particolare il sacerdozio, ai tempi di Gesú, operava per contare i "buoni e fedeli", usarli, sfruttarli e mantenerli sotto la Legge. E per escludere gli altri. La legge esigeva la "puritá", che per alcune classi sociali era praticamente impossibile. Gesú si mise dalla parte degli esclusi (prostitute, pubblicani, storpi, lebbrosi, e perfino gente che faceva una vita in cui non si poteva lavare le mani secondo la Legge), e denuncia: "Il sabato é fatto per l´uomo, non l´uomo per il sabato". A questo punto i sacerdoti e gli scribi (religiosi) si mettono d´accordo con gli erodiani (autoritá civili), per farlo morire. Del resto lui aveva rifiutato ogni tipo di potere vincendo le tentazioni nel deserto, e manteneva solo il potere di "Figlio dell´uomo", cioé un uomo vicino a Dio, e poi direttamente di Figlio di Dio. La sua vittoria sulla cattiveria e ingiustizia umana verrá dopo la sofferenza per resistere alla cattiveria e all´ingiustizia, non piegandosi ad essa per evitare i patimenti "chi perde la sua vita per amor mio la salverá" - (Mt. 10, 39).

Avendo rifiutato ogni forma di potere, non ha senso pensare che Gesú volesse distruggere il sacerdozio e la religione per sostituirla con un potere contrapposto (che avrebbe poi commesso gli stessi abusi). L´obiettivo dichiarato da Gesú é un altro: "Annunciare una Buona Notizia ai poveri, la libertá agli oppressi e dare la vista ai ciechi" (cfr. Lc. 4, 18) e poi creare un nuovo "fermento" che faccia lievitare e trasformi tutta la massa. Sempre, in ogni tempo e luogo. Ha istituito anche dei segni per riconoscersi dentro a questo fermento: il battesimo, segno di adesione a Lui come discepoli, e l´Eucaristia: "Ogni volta che farete questo, lo farete in mia memoria" (dalla preghiera eucaristica della messa). Questo é, o almeno dovrebbe essere, il nostro tipo di sacerdozio. Nel corso dei secoli si sono aggiunti elementi culturali e religiosi di diverse provenienze: dall´A.T., dal paganesimo (perché no?), dal diritto romano, dal diritto germanico, eccetera. Era inevitabile, dal momento che il cristianesimo diventava religione di massa e istituzionale: e non é credibile che Gesú l´avesse escluso a priori, visto che aveva i piedi per terra. Ma noi siamo chiamati a non smettere mai di essere "nuovo fermento" e "sale della terra". E questo il sacerdozio, é questo essere "la Chiesa di Cristo: essere essere fermento e sale (quindi una minoranza disarmata, sprovvista di potere ma attiva). Non vale solo per i preti ordinati, ma per tutti i "battezzati": "Voi siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo acquistato da Dio per proclamare...." (1Pietro, 2, 9). Dove si sviluppa il cancro di un potere oppressivo, e dove la religione istituita diventa sua alleata volontaria o involontaria e strumento per opprimere o escludere "nel nome di Dio", il nostro compito é reagire. "Beati voi, quando vi insulteranno e perseguiteranno, e vi calunnieranno in tutti i modi per causa mia. Siate allegri e contenti, perché sará grande per voi la ricompensa nei cieli" (Mt. 5, 11).

A questo proposito, a Manaus si é diffusa una versione assai diversa da quella che vi ho passato io alcuni giorni fa, circa l´assassinio del prete padovano don Ruggero Ruvoletto. La mia era la pista seguita dalla polizia. La gente del posto ritiene che il ladruncolo che lo ha derubato non lo avrebbe ucciso, se non fosse stato preparato e pagato per questo. Pensano ai trafficanti di droga, a cui dava fastidio l´arrivo nel quartiere di questo prete affabile e zelante che attirava i giovani fuori dal giro della droga. Lo hanno ucciso con un unico colpo alla nuca, dopo averlo fatto inginocchiare accanto al letto. É morto in ginocchio. Al funerale la folla ha cantato l´inno dei martiri del repertorio delle Comunitá di Base: "Se faranno tacere la voce dei profeti - le pietre parleranno". Le pietre, perché la gente non parla: bisbiglia soltanto. I trafficanti di droga, oggi, sono un potere non istituzionale ma armato e collegato, probabilmente, ad altri poteri: e fa paura.

E nessuno mi venga a dire che questa é una lettura sociologica, orizzontalista, ideologica del Nuovo Testamento. Non cerchiamo un mondo perfetto e una liberazione immanente e imminente, né fatta solo di stipendi e benessere. L´abbiamo giá capito come si trasforma, si ricrea e si riproduce l´oppressione. Tuttavia i poveri credono in Dio e aspettano di prendere parte a pieno titolo al banchetto della vita: non prendiamoli in giro con misticismi fasulli che banalizzano la vera mistica cristiana. La promessa di Gesú, il Regno dei cieli, é un premio che non puó essere relegato all´evanescenza di un vago spiritualismo o rimandato ad un futuro remoto di lá da venire. O apparteniamo al Regno subito e cerchiamo di concretizzarlo, o siamo fuori. Siamo mondani mascherati di spiritualitá. Questa é una scelta da vivere finché siamo vivi, ogni giorno, quí, nell´impegno che é giá di per sé gioia del Regno mescolata alle sofferenze per il Regno. Paolo scriveva dalla prigione dicendosi pieno di allegria e preoccupandosi delle minime cose della sua comunitá, e spiegava perché: "Il mio vivere é Cristo" (Filippesi, 1, 21). Noi non siamo da tanto, ma giá in questa vita possiamo e dobbiamo scegliere tra il Regno di Dio e l´anti-Regno di Dio, che sono sempre contemporanei. E agire di conseguenza, per quel tanto di cui siamo capaci.

NB: La riflessione sulla Lettera agli ebrei e alcune altre osservazioni sparse nel testo, non sono farina del mio sacco. Le ho tratte, liberamente e affidandomi alla mia comprensione personale, dal libro di François Varone, Ce Dieu censé aimer la souffrance, Éditions du Cerf, 1993 - tradotto in brasiliano da José Augusto da Silva e pubblicato dalla Editora Santuário di Aparecida, dei redentoristi, nel 2001.

La foto: accampamento Paulo Farias: i poveri credono in Dio e aspettano di prendere parte a pieno titolo al banchetto della vita.

21 settembre 2009

SCENARI BRASILIANI

Avrete letto la notizia sui giornali: Dom Roberto, un prete fidei donum di Padova (uno dei piú giovani, ormai: 52 anni!) é stato ucciso nella periferia di Manaus, capitale dell´Amazzonia. Una rapina dentro casa. Era venuto in Brasile per l´evangelizzazione soprattutto della gioventú: una missione di pace, questa sí, assolutamente disarmata. L´ipotesi piú probabile é che i rapinatori fossero dei drogati che lo conoscevano bene, che forse lui aveva anche aiutati, e che volevano qualche banconota da cento reali. Puó succedere in qualsiasi posto del mondo, ma chi viene missionario nei quartieri di periferia del Brasile deve per forza mettere nel conto anche l´eventualitá di morire vittima di coloro che vuole salvare. Io ho sofferto una rapina del genere alcuni anni fa: dentro casa e in piena notte. Quella volta il rapinatore aveva solo un coltello. Penso di avere evitato il peggio perché lo aiutai a vincere la paura (mi stagliuzzó la gola di tanto che tremava). Se ne andó con i 150 reali che avevo nel portafoglio. La periferia é molto violenta. Le cause le sanno tutti: vuoto nella testa dei ragazzi, a cui non si dá una formazione umana (e non dico nemmeno cristiana!). Teste piene del pattume delle televisioni e la violenza della strada. Disuguaglianza sociale che provoca rabbia. Disorganizzazione sociale: i movimenti popolari sono stati sistematicamente bleffati. Il modello di sviluppo, che fa emigrare milioni di persone verso le cittá dietro la chimera del benessere che c´é solo per pochi: gli altri sono relegati, cinicamente, alla condizione di "riserva di manodopera". Il loro mondo é davvero un "paese di missione": il piú pericoloso, ma quello che merita di piú l´annuncio del vangelo. Del resto non sono cose solo dei nostri giorni: la storia ci conferma quanto fossero violente le cittá italiane nei secoli del cattolicesimo piú forte e della "societas cristiana": come ai tempi di San Francesco, per esempio.

In Brasile si preparano le candidature per la campagna presidenziale, che comincerá nella seconda metá del prossimo anno. Si sono giá fatti avanti G. Serra del PSDB, che fu l´avversario di Lula nelle precedenti elezioni, e Dilma del PT che é la candidata di Lula. Ed ora anche Marina Silva, del Partito Verde, giá ministra dell´ambiente nel governo Lula. Lúcio Flávio Pinto, in Adital, scrive: "La presenza della senatrice Marina Silva nella disputa per la presidenza fará bene al Brasile". "Ella é nordista, e nessun nordista é mai riuscito a essere presidente". "L´Amazzonia é l´unica regione brasiliana che non é stata ancora culla di un presidente. Confermare la sua candidatura sará giá un successo per Marina. É entrata di colpo nella storia in un paese di esclusioni regionali e sociali ancora drammatiche. Lei é negra, donna, senza bellezza fisica, é stata alfabetizzata da adulta e dal Mobral (Movimento Brasiliano di Alfabetizzazione, ndt), ha esercitato una professione disprezzata, quella di lavoratrice domestica, é stata raccoglitrice di caucciú e maestra (altra professione maltrattata in Brasile), era povera fino ad entrare in politica (nella quale non si é arricchita, al contrario della pratica comune), porta i segni di malattie che consumano (malaria, leishmaniose, contaminazione da metalli pesanti), la sua apparenza (a 51 anni, con 4 figli) é di fragilitá, ed é di sinistra. Alcuni di questi aspetti basterebbero, da soli, a bloccare la sua avanzata negli strati del potere, ma lei é salita fino a vicino alla cima con tutta questa combinazione e anche qualcosa in piú". Vedremo fin dove arriverá: é comunque una buona notizia. Per il momento il grande favorito nei sondaggi é Serra. Certamente la situazione cambierá di molto quando entrerá in campagna Lula a favore di Dilma. Per il momento, il Presidente commenta soddisfatto come di un successo suo: "Nelle prossime elezioni il Brasile non avrá nessun candidato troglodita".

"La cosa migliore e a cui non dobbiamo mai rinunciare - proclama Lula - é la democrazia". Io non sono politico, ma questo stile e spirito di fedeltá alla Costituzione, che afferma sempre con molta determinazione, mi piace. Del resto lui ne é stato uno degli autori. Se un paese é governato secondo le regole ferree della democrazia (che é la forma di governo piú lontana dall´anarchia) ci si guadagna tutti. Il vantaggio per l´evangelizzazione é evidente. Il nostro Vescovo di Goiás, in questi giorni, sta convocando i sindaci, vicesindaci e segretari comunali ad una riunione per il prossimo quindici ottobre. La lettera di invito spiega che il tema sará: fede e politica alla luce della Parola di Dio. E lo scopo é "per illuminare e dare forza ai responsabili del governo della cosa pubblica". Quando sai che non esiste, dietro le quinte, nessun accordo di favori reciproci tra Stato e Chiesa, puoi presentare i bisogni delle comunitá e le esigenze del Vangelo senza provocare paure di ingerenza. Lo Stato laico é una grande invenzione. I laici cattolici esercitino il loro ministero battesimale portando la luce di Cristo nelle realtá temporali e umane, come insegna il Concilio Vaticano II. É il "loro" ministero: di credenti adulti, che agiscono secondo coscienza alla luce del Vangelo ma tenendo conto delle necessitá concrete del bene comune, e non come marionette o sacrestani. Non sará facile nemmeno cosí, ma evitiamo di coinvolgere Dio in colossali errori e ingiustizie.

A parte queste cose molto serie, siamo nel tempo delle cicale e della fioritura di alcune bellissime piante. Sono rientrato ora da un viaggio di lavoro ad Heitoraí e Itapuranga, e per tutto il tempo ho avuto nelle orecchie il loro canto stridente: sono insetti enormi e fanno voli brevi ma veloci come saette. Alla luce dei fari si vedono i loro occhi rossi come braci. Mi é venuta in mente una canzone: "Cicale, cicale, cicale - e la formica - quella non ci cale mica". Pensiero profondo. Ma la vita é una cosa tremenda: al mio arrivo a Itaberaí la strada era sbarrata dalla polizia davanti all´industria Superfrango, e poi ho incontrato don Eligio e Maurizio che si stavano dirigendo lí perché il padre della Veneranda, una donna della comunitá Fernanda Park, é rimasto schiacciato sull´asfalto. Non occorre andare in Afganistan o a Manaus, né essere eroi, per morire stupidamente in una serata cosí piena di odori e suoni di vita. Lui era solo un modesto operaio di una industria che uccide e pela decine di migliaia di polli al giorno.

Foto: dal mio archivio, la nostra presenza al convegno dei preti Fidei Donum italiani a Manaus, lo scorso anno.

15 settembre 2009

RADICI CRISTIANE AUTENTICHE

1 - Cominciamo con una notizia di cronaca: l´influenza A si sta diffondendo ad Itaberaí, e in alcune cittá vicine ha fatto anche dei morti. Arriva un uomo trafelato ed emozionato in canonica e dice: "Padre, la Secretaria di Sanitá pubblica suggerisce di non dare piú la comunione in bocca". Cosa non induce a fare (e a dimenticare) la televisione. Io ero presente quí nel 1968, quando cominció la pratica del Concilio Vaticano II e noi chiedemmo ai fedeli di andare a ricevere la comunione camminando in fila, invece che in ginocchio alla balaustra: e sul palmo della mano invece che in bocca. In poche settimane tutti adottarono felicemente questo nuovo modo. Si diceva: "É piú da adulti, e mette in risalto la dignitá di ogni battezzato. Non siete bambini che hanno bisogno di essere imboccati, ma persone che seguono volontariamente Gesú e partecipano alla "cena eucaristica" in sua memória". Recentemente sono sorti dei movimenti che, invece, chiedono di ricevere di nuovo la comunione in bocca. Alcuni hanno aderito: non molti. Il pretesto é che le mani sono sporche e indegne del Corpo di Cristo. Perché la bocca sarebbe piú pulita e piú degna? Adesso, scoprendo che la bocca puó essere piú infetta delle mani, dovranno tenerla chiusa! Ma davanti a Dio resta sempre vero ció che dice il Vangelo: lo sporco esce dal cuore dell´uomo, non entra attraverso le mani o la bocca.

2 - Il grido di allarme di un Bartimeo italiano é stato lanciato su Internet: IL PAESE DI SAN FRANCESCO É IL PRIMO A PRIVATIZZARE L´ACQUA. É di Padre Alex Zanottelli, che poi accenna al Cantico delle creature: "Laudato sii, mi Signore, per sora acqua - la quale é molto utile, et preziosa et casta". San Francesco é il patrono d´Italia, e l´inno é una delle prime gemme della letteratura italiana. Se non sono radici cristiane queste! Eppure, fa notare il missionario, la prima nazione al mondo a trasformare l´acqua in una fonte di guadagno per imprese private, assimilabile alla raccolta e riciclaggio dei rifiuti, é la stessa che rivendica un crocifisso appeso alla parete nelle sale pubbliche, l´insegnamento cattolico nelle scuole, lo sbarramento contro le moschee. "Giorni fa abbiamo avuto l’ultimo tassello che porterà necessariamente alla privatizzazione dell’acqua. Il Consiglio dei Ministri , infatti, ha approvato il 9/09/2009 delle “Modifiche” all’articolo 23 bis della Legge 133/2008 . Queste "Modifiche" sono inserite come articolo 15 in un Decreto legge per l’adempimento degli obblighi comunitari. Una prima parte di queste Modifiche riguardano gli affidamenti dei servizi pubblici locali, come gas, trasporti pubblici e rifiuti. Le vie ordinarie -così afferma il Decreto- di gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica è l’affidamento degli stessi, attraverso gara, a società miste, il cui socio privato deve essere scelto attraverso gara, deve possedere non meno del 40% ed essere socio "industriale”.

3 - Un altro che grida - ma senza alzare la voce - é Mario. Legge attentamente il Vangelo del giorno nelle case dei quartieri piú poveri della cittá di Goiás e, sfruttando le osservazioni piú incisive dei partecipanti, invia ogni giorno una breve riflessione agli amici italiani iscritti alla sua mayling list. Si firma "il postino". Tuttavia é un postino che ci mette del suo: e da buon milanese non puó esimersi da riferimenti ai fatti italiani. I suoi "pezzi" diventano, in questo modo, un campanello d´allarme costante: a stare attenti, per non assorbire inavvertitamente il "lievito" mondano o quello, piú insidioso, dei farisei e degli scribi, scambiandolo per quello di Gesú. Quello dei farisei ci trasforma in marionette. Quello di Gesú ci fa figli di Dio. Vi pubblico alcuni stralci dei suoi "vangeli" di questi giorni, per condividere. A chi volesse, poi, leggerlo tutti i giorni e per intero, indico il sito italiano http://giornoxgiorno.myblog.it a cura di don Augusto Fontana, un parroco della diocesi di Parma che ha buoni rapporti con noi. Nella pubblicazione completa sono incluse anche memorie molto precise dei "santi" e "martiri" del Vangelo nella storia, seguendo non solo la lista del martirologio cattolico ma anche quella, assai piú ampia, dei giusti di ogni religione, popolo ed....epoca.

4 - “Un sabato Gesù entrò nella sinagoga e si mise a insegnare. C’era là un uomo che aveva la mano destra paralizzata. Gli scribi e i farisei lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato, per trovare di che accusarlo” (Lc 6, 6-7). Ancora una volta la sinagoga, ovvero la comunità. E un uomo, la cui mano destra paralizzata è insieme conseguenza e specchio della nostra incapacità di “fare” il bene. Marco, nel racconto parallelo a questo, mette in scena anche gli erodiani (i partitari del premier godereccio di Galilea) a congiurare con membri del partito religioso per far morire Gesù (Mc 3, 1-6). Detto in altri termini, per eliminare il Suo significato dalla nostra storia, svuotare il Suo nome (e la Sua chiesa) della “Buona Notizia per i poveri” (Lc 4, 18) che egli è (e che noi dovremmo testimoniare), riducendolo così a semplice contenitore vuoto, pronto per essere riempito di qualsiasi altro contenuto. Funzionale al potere, senza inutili intralci al manovratore di turno. Luca, quando scrive, ha ben presente come sarebbe finita, come Gesù, appunto, sarebbe stato condannato da una manovra congiunta del potere politico (Pilato), di un partito paganeggiante (erodiani), di alte gerarchie religiose (sadducei), e di un’influente corrente religiosa assolutamente ortodossa (farisei). Espressione, evidentemente, di una, solo apparentemente strana ma reale, convergenza di interessi. E si fa premura di ricordarlo alla sua comunità, e alle comunità di ogni tempo. Dimenticare ciò che è prioritario per Gesù (cioè, per Dio) – dare (o ridare) all’uomo (ogni uomo) la sua capacità di agire, renderlo cioè soggetto della sua storia – a cui dovrebbe tendere ogni legislazione civile e religiosa (la legge del Sabato), è tentazione ricorrente. Non solo per le istituzioni, ma anche per ognuno di noi, individualmente. Ed è volta ad influenzare la scelta dei nostri stili di vita, le nostre preferenze politiche, le nostre opzioni economiche e la nostra maniera di vivere la fede e testimonianrne i contenuti. “Gesù disse all’uomo che aveva la mano paralizzata: Àlzati e mettiti qui in mezzo! Si alzò e si mise in mezzo” (Lc 6, 9). L’autore della cura, si fa ora specchio dell’uomo guarito. Guarire significa mettere al centro delle nostre attenzioni l’altro. E liberarlo. Certo, ai potenti che hanno bisogno, non di uomini, ma di marionette, o di cristiani mai davvero adulti e responsabili, questo può dare fastidio. Molto fastidio.

5 - “Alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva: “Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi, che ora piangete, perché riderete. Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo” (Lc 6, 20-22). Sono le beatitudini nella versione che ce ne fornisce Luca. Ad esse seguono i lamenti di Gesù sui ricchi, i sazi, i gaudenti, i vanamente adulati. Ma noi ci si potrebbe fermare anche solo alla prima beatitudine: beati voi, poveri! Così apparentemente paradossale. Ancor più per quel verbo al presente che attribuisce loro la proprietà del regno di Dio. Che se fosse al futuro, uno direbbe: ma sì, lasciamo che si consolino con la promessa del paradiso prossimo venturo. Ma non si parla di paradiso. Si parla di qui e di adesso. Questa è una beatitudine che non manca di scandalizzare ogni volta che ci si soffermi solo un po’ a pensarla. Perché, da pazienti frequentatori di chiesa, ci si aspetterebbe, ogni tanto, un contentino per noi: beati voi, battezzati, cresimati, devoti, e anche, magari solo ogni tanto, buoni e con almeno una qualche virtù di cui potervi vantare. E, invece no. Nemmeno al giudizio, quello finale e definitivo, saremo giudicati su questo. No, nemmeno una parola per noi. Ma tutto per loro: beati voi, poveri. Certo, quelli che sono tra noi, ma anche quelli che incontriamo per strada, la mattina presto, mentre si va a pregare, e che vanno chi al lavoro, chi a scuola, e chi, invece, magari, ritorna dal perdere tempo in sciocchezze. Di quelli che, di Dio, non gli sfiora neanche lontanamente il pensiero. Beati voi, poveri: perché io ho già scelto; sto dalla vostra parte! Così come siete, buoni o cattivi, riconoscenti o ingrati, lavoratori o pigri, sobri o mica tanto, di quelli che non cadono mai o recidivi. E così via. Dio è così. La chiesa dovrebbe essere così. Mica intenta a farsi proseliti o a distribuire sacramenti. Ma a tifare per i poveri, che è l’unica maniera di tifare per Gesù Cristo. A lasciarsi convertire da loro. Cioè, da Lui. Beh, a questo punto molti storcerebbero il naso e finirebbero con l’andarsene di chiesa. È persino ovvio. Ma arriverebbero altri. Per pura passione e incanto. Come già succedeva si recassero da Lui. Passione di Dio. E i sacramenti non sarebbero più la stanca ripetizione di cose che non si capiscono più, ma il modo di raccontarci questo amore e di giocare ad essere un po’ come Lui. Dio.

6 - “A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. [...] La vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi” (Lc 6, 27-28. 35). Non viene naturale amare chi ci sta sulle scatole, ci dicevamo stamattina. Né fare tutte le altre cose che Gesù ci suggerisce in questo brano di Vangelo. Eppure, se c’è qualcosa per cui il Vangelo è davvero Buona Notizia, si tratta di queste parole. Perché ci dicono come è Dio, come agisce anche con coloro che lo sfuggono, gli disobbediscono, si ribellano. Dunque anche con noi, che gli resistiamo. Lui è una buona madre, che può perdere ogni tanto la pazienza, però poi alla fine, perdonare, non smettere di amare, è più forte. Come dice Dominga, che fa l’esempio di lei e Daniela. E come conferma, l’altra Dominga, più avanti negli anni e perciò nell’esperienza, e con uno stuolo di figli e nipoti. Lui, però, Dio, ha un vantaggio (come Dominga con Daniela e l’altra Dominga con i suoi cuccioli più o meno cresciuti), è il fatto che noi, tutti, siamo figli suoi. Mentre quelli che ci sono nemici, che ci maledicono, che ci perseguitano, non sono quasi mai figli nostri, né fratelli o anche solo parenti. E allora le cose si complicano. Questo, però, ci rivela che noi non abitiamo veramente in Dio, non viviamo della sua vita. Perché, diversamente, vedremmo con i suoi occhi – solo figli e figlie, dappertutto -, giudicheremmo, o, meglio, ameremmo, con il suo cuore. La tentazione, davanti a questa difficoltà, è far finta di niente, saltare a piè pari queste istruzioni, o minimizzarle, banalizzarle, svuotarle di significato. Ma, così facendo, si butta a mare Dio. Allora, forse, si tratta piuttosto di prendere atto della difficoltà. E, senza tradire la Parola, affidarci all’azione della grazia. “Siamo molti a dire, ma pochi a fare. Almeno però nessuno deve adulterare la parola di Dio per giustificare la propria negligenza, ma confessare la propria debolezza e non celare la verità di Dio: perché non diventiamo responsabili, oltre che della trasgressione dei comandamenti, anche della falsa interpretazione della parola di Dio”.

7 - “Un sabato Gesù passava fra campi di grano e i suoi discepoli coglievano e mangiavano le spighe, sfregandole con le mani. Alcuni farisei dissero: Perché fate in giorno di sabato quello che non è lecito?” (Lc 6, 1-2). La contesa non è tanto tra farisei e discepoli di Gesù, né, quando scrive Luca, a rottura ormai consumatasi tra chiesa e sinagoga, tra ebrei e cristiani (tanto è vero che Gesù, nel racconto, argomenta in difesa dei discepoli a partire dall’Antico Testamento). No, la contesa è tra due modi profondamente diversi di pensare Dio e il rapporto con Lui. Certo, alcune prescrizioni che la Torah ci consegna riguardo al sabato suonano terribili (Es 31, 14-15). Ma nulla lascia immaginare che siano uscite mai dalla carta. Anche perché la Torah orale che accompagnava l’interpretazione di quella scritta, aveva da sempre anche la funzione di giustificare ogni volta la mancata applicazione di norme tanto severe. Salvando capra e cavoli, cioè la lettera e lo spirito della legge. Evitando una brutta fine al malcapitato contravventore, e tranquillizzando nel contempo il buon Dio, che, certe cose, se l’era lasciate scappare solo per un’eccessiva preoccupazione paterna. Del tipo: Sì, l’ho detto, ma non prendetemi alla lettera! Gesù, con la sua risposta mira a questo. La Legge, quella di Dio almeno, è al servizio della crescita dell’uomo, della sua dignità e della sua libertà. A protezione dagli abusi dei potenti. Per chi, invece, la usa “contro” i piccoli, gli ultimi, i deboli, vale il severo richiamo di Gesù: “Guai a chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare!” (Mt 18, 6). Dove lo “scandalo” è ciò che impedisce di credere che la vita sia il compimento di una benedizione e di una promessa di Dio. Che è Padre. E solo quello. Niente a che vedere con l’occhiuto carabiniere che non ha altro da fare che controllare quei poveri discepoli [di suo Figlio, per giunta!] che colgono quattro spighe fuori orario. Che tipo di chiesa siamo noi: una chiesa che si diverte a sparare sui poveri cristi, e dà magari, nel contempo, di gomito ai pesci grossi?

Foto: una via del centro di Cittá di Goiás conservata come ai tempi degli schiavi, che la pavimentarono. Le periferie sono tutta un´altra cosa. Fondata nel 1725 come cittá mineraria (oro), é dichiarata patrimonio culturale dell´umanitá.