25 maggio 2011

FATE LA CARITÁ!

Foto: i vitelli hanno dato spettacolo nella sagra di San Giuseppe a Lobeira, un villaggio a 25 km dal centro di Itaberaí. Protagonisti involontari e ribelli. Visibilmente stressati dalla modesta folla dell´asta beneficente, hanno fatto salti e capriole tentando di scardinare i pali del recinto e costringendo i giovani a improvvise rincorse per riprenderli e soggiogarli. Una drammatizzazione vitellina per il divertimento della specie umana. Dal gioco col bestiame si passa alla messa a cui fa seguito la processione nell´unica via che attraversa il villaggio. Poi la festa é finita. Durante la processione ho provato a immaginare in quanti luoghi sperduti di questo pianeta la messa e la festa sono l´occasione per incontrarsi e sentirsi parte della comunitá umana. Come si puó dire che la religione é superflua e che basta vivere il Vangelo? Ho percorso 50 km tra le buche e sotto una polvere da far paura, ma sono soddisfatto.

Il tempo pasquale volge al termine, e io vi passo due frasi di un ritiro spirituale del nostro prete novello Padre Celso Carpenedo a un gruppo di laici della parrocchia, commentando il vangelo dei discepoli di Emmaus (Luca 24).

“Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato tutto come le donne avevano detto: ma vederlo...nessuno lo ha visto. E a tutt´oggi: vederlo... nessuno lo ha visto! La fede in Gesú risorto é stata trasmessa nei secoli attraverso la Parola”.

“Lo riconobbero allo spezzare del pane: perché quel gesto era tutta la sua vita. Gesú é questo: pane spezzato. Vita donata. Non celebritá, non accumulazione, non potere, non successo, non collette, non decime, ma solo amore e dono di sé”.

A proposito di amore, il papa quest´ultima domenica ha messo nella lista dei “beati” non un papa, ma una donna brasiliana, una suorina: irmã Dulce. Lei faceva anche molte collette, ma le faceva per amore. Poiché era di Salvador da Bahia (una santa baiana, chi l´avrebbe mai detto?), vi passo un breve articolo di un operatore pastorale del posto: Roberto Malvezzi, dal titolo: Angeli buoni. É pubblicato nel sito Adital.

“Il popolo baiano ha giá definito un modo affettuoso di rivolgersi ad Irmã Dulce: Angelo Buono. É bene ricordare he quí é la Baía di tutti i Santi, e anche di tutti i diavoli.

Dulce fu una persona tra le piú contraddittorie a prima vista. Si dedicó di corpo e anima, con tutte le sue forze, a dare un poco di dignitá a quelli che vivevano e vivono nella miseria a Salvador. Proprio cosí, la bellissima cittá conserva ancora povertá in abbondanza, benché non esistano piú gli Alagados e tanti altri paesaggi infami. Lei non si preoccupó mai da dove venisse il denaro per il suo lavoro. Se necessario, chiedeva ai padroni del potere. Per questo, essi fecero questione di avvicinarsi a lei, per strumentalizzare la sua immagine, anche quando governavano la Bahia con mano di ferro e producevano miseria.

Apparentemente apolitica, divebbe una icone della destra baianae anche della Chiesa conservatrice. In fin dei conti, per molti, é cosí che un cristiano deve servire i poveri. Ma lei era piú scaltra di quanto i suoi strumentalizzatori immaginavano. Quando era necessario, fu ribelle, occupó case, portó ammalati in ambienti in cui non erano desiderati, creó problemi dentro alla sua congregazione. Era accusata di preferire i poveri e la strada alla sua comunitá.

La Chiesa ha avuto altri angeli buoni. D. Helder sognava un millennio senza miseria. Dom Luciano, Mauro Morelli e altri, seguendo il sogno di Dom Helder, crearono il "Mutirão pela Superação da Fome e da Miséria”, CNBB. Nel campo la lotta giunse in modo organizzato, con le Pastorali Sociali, come quella della Terra, dei Pescatori, assieme alle Pastorali Urbane come quella Operaia, dei Minori, dei Migranti, ec..... La Pastorale dei Bambini salvó e salva ancora la vita di milioni di bimbi in questo paese e nel resto del mondo.

Quí nel sertão stiamo riuscendo a vincere la sete, la fame, le migrazioni e tante altre miserie che hanno afflitto generazioni e generazioni di nordestini, semplicemente con la raccolta dell´acqua piovana. Le Pastorali sono parte integrante di questo sforzo erculeo.

Ma, parlo anche degli angeli senza religione. Per piú di trent´anni abbiamo avuto nella CPT della Bahia la signora Marta Pinto dos Anjos. Avvocata, senza convinzioni religiose. Quando ci apprestavamo a dire un Padre Nostro, stringeva le nostre mani, abbassava la testa e rimaneva in silenzio. Ho conosciuto poche persone tanto dedicate ai poveri delle campagne della Bahia quanto Marta. Andó in pensione e sei mesi dopo morí vittima di un cancro.

La cosa che sempre attiró l´attenzione in Marta é che non é necessario essere cristiano né aspettare la vita eterna per realizzare una vera donazione di sé per la giustizia e il superamento della miseria. Cosí, ne esistono migliaia e milioni. Si trovano nei movimenti sociali, e perfino dentro a certi governi.

Ir. Dulce é sí un angelo buono. Dove c´é qualcuno che ha bisogno, lí c´é un universo. Tuttavia, persone come lei, cosí come Teresa di Calcutta, spuntano dove la miseria é abbondante. E la miseria abbonda dove l´ingiustizia é sovrabbondante. Non troveremo queste sante a Berlino o a Copenaghen. Lá c´é una sanitá pubblica che funziona, un sistema educativo, infine, una politica sociale nella quale non sono necessarie sante come loro. Perció, pure loro sono frutto di un contesto perverso. Ma la santitá dell´Angelo Buono é vera, perché la sua generositá fu vera. La cosa peggiore non é la scelta assistenziale – tante volte necessaria – ma l´indifferenza”.

L´assistenzialismo é il tipo di caritá piú facile tanto per chi la fa come per chi la riceve. Di solito soddisfa le necessitá piú urgenti senza esporre a fatiche eccessive di organizzazione né a rischi di esposizione. E la si fa con i soldi di persone che desiderano aiutare e non hanno tempo o voglia di scomodarsi troppo. Di solito io cerco di ridurlo al minimo indispensabile, ma sono in mezzo a dei poveri: quindi sono costretto a farlo continuamente. Stamattina, ad esempio, ho giá portato aiuti a tre persone per un valore di circa 250 euro. Non oso dire che sia un miracolo, ma sicuramente Dio ci mette una mano: tante volte mi capita che arrivano offerte nel momento giusto, quando non ne ho piú e si presenta qualcuno in situazione disperata. Sono quasi sempre medicinali o esami clinici carissimi, alimenti, oppure bollette di luce e acqua da pagare. “I poveri li avrete sempre con voi”: e qui, come dice Malvezzi, abbondano.

Guardate, per farvi un´idea, il biglietto che mi ha mandato Wilson dalla prigione: "Saluti, Preto (era il destinatario del biglietto, ndr), spero che quando questo le arriva in mano trovi lei e la sua famiglia pieno di pace! Preto, ho bisogno di un aiuto per mantenermi qui dentro, la famiglia non mi aiuta, perció ho bisogno di due gomitoli di filo bianco di mille metri per fare un tappeto se puoi trovarmi questo aiuto che Dio sia sempre con te ad illuminare te e la tua famiglia, e anche qualcosa da mangiare, biscotti e una margarina".

Bisognerebbe che i poveri classificassero tra i loro angeli anche coloro che lottano per la giustizia, ma di solito non lo fanno. Sono persone umili, che non se la sentono di litigare ed esporsi in organizzazioni di lotta. Se si va un pó sotto, a conoscere la vita che hanno vissuto, si riesce a capirli. La misericordia é indispensabile, molto richiesta e molto gratificante.

P.S. - Mentre facevamo insieme la nostra oretta di camminata, Arcangelo mi ha ricordato che ieri il Parlamento ha approvato il nuovo codice forestale che riduce drasticamente le riserve forestali obbligatorie nelle fazendas. É una vittoria strepitosa dell´agro-business. Un bel regalo della Dilma a quelli che l´hanno eletta come barriera contro il neo-liberalismo selvaggio! Possiamo dire addio a uel poco che resta di foresta nativa e margini boschivi dei fiumi, e chissá cosa ne sará dell´Amazzonia. Ci sarebbe da arrabbiarsi e anche molto, ma é appena sceso il buio (di questi tempi il sole tramonta prima delle 18), é una serata dolce e amena, perché rovinarsi il fegato? Tanto non é solo colpa della Dilma e dei fazendeiros. Noi, che difendiamo l´ambiente a parole, abbiamo adottato uno stile di vita che é funzionale a usare la natura come fonte di lucro, senza nessun riguardo. I pensieri sono civili, ma il nostro stomaco e gli istinti sono ancora primordiali!

PS 2 - Errore: la Dilma, Presidente, non c´entra. Il nuovo codice forestale é un progetto di legge dei ruralisti (latifondisti) che é passato in Parlamento, deve ancora essere valutato dal Senato, e la Dilma si riserva di mettervi il veto.

19 maggio 2011

POVERTÁ EVANGELICA

Ci sono state notti splendide di luna piena, aria fredda e abbondante rugiada: e questo é un fatto che mi fa sempre piacere, anche se non ha la minima importanza per la storia. Poi ci sono state elezioni amministrative in Italia con risultati interessanti, che potrebbero lasciare qualche conseguenza se gli italiani ne sapranno approfittare.

La diocesi di Goiás ci ha inviato una relazione dettagliata del percorso fatto fin´ora in preparazione all´Assemblea Diocesana. L´autore/autrice é una sociologa competente: Carmen, la responsabile della Casa della Gioventú (CAJU) di Goiania. Al vescovo, alla diocesi e a Carmen che ha fatto un buon lavoro, spetta un doveroso e meritato riconoscimento per avere osato l´iniziativa di ascoltare la gente. Non succede tutti i giorni. Di solito i fedeli, in materia ecclesiastica ed ecclesiale, lasciano fare ai preti e ad alcuni laici addetti ai lavori.

"Mia madre é a letto, passiamo la maggior parte del tempo a lavorare, mio figlio é via, quando viene a casa ruba tutto". "Mi sento male perché sono solo, per questo resto in giro per strada; la solitudine é dura". "Sono sola, ho i miei nipoti, non sto a casa dei miei figli perché non ricevo attenzione". "Il mio ambiente familiare é spesso agitato, mio marito é alcoolatra". "Ho visto la persecuzione contro i preti, l´elite che era contro la Chiesa, oggi la Chiesa si trucca per contornare la situazione". "Mio fratello é in prigione e ho avuto paura quando la prigione ha preso fuoco". "Mi sento stanco, sono disoccupato, rimango isolato". "I miei figli vivono in cittá per studiare, io sono sola in campagna". “Vedo la mia famiglia stanca di tanto lavorare, mio marito é malato, ha poca salute, mi sento isolata dal mio handicap". "Ho dei figlia da tirare su, non ho casa, vivo in affitto, lavoro oggi per mangiare domani, non ho studi, ricevo vestiti in donazione, é difficile il lavoro come tagliatore di canna".

Queste sono alcune delle situazioni emerse nelle conversazioni. Chi vive fra la gente sa quanti santi e sante si spendono per gli altri ogni giorno, con amore e dedizione, in simili situazioni, e anche assai peggiori, di malattia e miseria umana da brivido. Di solito le persone superano dolori e fatiche piú grandi di loro, e solo per amore: amano e soffrono, pensano di non farcela, ma ogni volta che si guardano indietro constatano, con piacere e orgoglio, che ce l´hanno fatta. Non hanno banche a disposizione né amici ricchi a pagare le loro spese e coprire i loro debiti. Non hanno medici che fanno a gara per soccorrerli. Puó darsi che la "santitá" battesse le ali al funerale del Papa Beato, ma di sicuro é presente in abbondanza in mezzo ai comuni mortali anonimi nella lista dei santi: perché la santitá é cosa di Dio, e Dio é amore.

L´opzione fondamentale della Diocesi é la risposta perfetta a queste situazioni: la Chiesa sceglie di essere samaritana e dedicarsi piú ai feriti ed esclusi ai bordi della strada che a sé stessa e al proprio culto. Purtroppo é questo che abbiamo scritto sui posters appesi in tutte le chiese e sale parrocchiali, ma non é questo che facciamo prevalentemente. E non é questo che vogliono nemmeno, prevalentemente, i nostri “fedeli”, come risulta da questo commento di un operatore pastorale laico: “La diocesi di Goiás ultimamente é migliorata, in passato sembrava volersi occupare solo dei poveri!”. “Una volta – srive dom Tomás – la Chiesa non discuteva con i senza terra; li aiutava a rivendicare la terra, e basta”. Oggi il vento ha cambiato direzione.

Non desta sorpresa che nella relazione di Carmen, che ha raccolto le risposte della “coordinazione diocesana ai clamori e racconti delle riunioni di ascolto, appaia in primo piano la necessitá di comunicare meglio l´opzione fondamentale della diocesi. Si constata che i mass media comunicano un altro modello di Chiesa e di religiositá. "La midia – dice il testo - é al servizio del sistema neoliberale, del suo rafforzamento e diffusione. Genera confusione anche dentro alla Chiesa, condiziona i comportamenti della gente, rafforza un tipo di Chiesa contrario alla nostra opzione diocesana e provoca un rovesciamento di valori della famiglia, formando una cultura di morte". Di fronte a tutto ció "siamo sfidati a sviluppare mezzi di comunicazione alternativi che favoriscano la coscienza critica della gente - uno di questi mezzi puó essere la produzione di materiale audio-visuale proprio per mezzo di una equipe diocesana di comunicazione".

Figuriamoci: come produrre materiale proprio restando fedeli alla nostra opzione fondamentale? Per competere con il mondo moderno delle comunicazioni sono necessarie apparecchiature costose e competenze. Come camminare "a piedi scalzi" nel mondo delle moderne telecomunicazioni, alla maniera di Gesú in Galilea? Eppure bisogna credere alle soluzioni alternative, se si vuole cambiare qualcosa. In altri tempi contrastammo la stampa della dittatura e delle multinazionali con i ciclostili a inchiostro, e nacque un movimento che ha cambiato il paese.

“Confusione anche dentro alla Chiesa” – dice il testo della Carmen. I cattolici, in Brasile, hanno cinque o sei canali televisivi, ma tutti impegnati, quasi esclusivamente, ad attirare la gente in chiesa e non a convocarla a trasformare il mondo. Non resta dubbio che questa é anche una risposta a un bisogno: la gente ha paura del futuro che si prospetta, e si aggrappa al culto per averne un conforto e un incoraggiamento. Chi ha un canale televisivo fiuta l´aria e sfrutta, con molto successo, questo sentimento.

Sono i tempi che corrono, un´onda che ha invaso il mondo. Attraverso i mass media, esattamente. Anche a Roma. Scrive un opinionista: "La Chiesa oggi vuole contare, essere rilevante politicamente. Ha messo da parte la scelta, che alcuni volevano, di una povertá fine a sé stessa". É un vento che pervade tutta la societá civile che diventa incivile: insultare i poveri e fare leggi per penalizzarli e scacciarli dalle cittá e dal paese é diventato normalissimo. Migliaia di poveretti fuggono dalla fame attraversando il deserto dentro ad autocisterne e il mare su barconi alla mercé delle onde, per finire in paesi dove saranno insultati e respinti. L´ottimismo e la speranza di un mondo fraterno non é piú nei cuori di tanti. Paura di essere irrilevanti? Quando mai la Chiesa é stata irrilevante politicamente? Semmai, scegliendo di gareggiare sul piano del potere politico e del dominio delle masse, rischia di diventare irrilevante per chi cerca Dio: il mondo moderno ama il potere, ma ama pure l´autenticitá. Se parli di Gesú Cristo, devi almeno tentare di fare come lui.

Ben inteso che la povertá evangelica non si riduce a una questione di denaro e beni posseduti: é una questione di amore. I preti che sceglievano di fare gli operai in fabbrica lo facevano per amore, per essere in mezzo agli operai un segno vivente dell´amore di Dio. Esistono poveri con la testa da ricchi, e ricchi con la testa da poveri. É un modo di sentire, di praticare il proprio rapporto con i beni, e di affrontare la vita. Tuttavia non puó nemmeno ridursi ad una faccenda intima e individuale. La povertá evangelica é apertura all´intera umanitá. Se io volessi essere il padrone della mia parrocchia, agirei da ricco anche se io, individualmente, facessi una vita da San Francesco di Assisi. Il quale chiamava “fratello” e “sorella” perfino l´acqua, il lupo, il vento e la morte. Se io sognassi una societá in cui é normale che ci siano esclusi e inclusi, padroni e servi, non sarei veramente povero nemmeno se appartenessi alla classe piú miserevole. La povertá evangelica é vivere giá ora lo spirito del Regno di Dio nelle relazioni con la famiglia, la societá, le altre religioni, gli atei, gli immigrati, i nomadi: e ovviamente, facendo quello che posso per il riconoscimento dei diritti e dignitá di ogni essere umano.

Quando io facevo la teologia, la povertá evangelica era ritenuta una colonna portante della vocazione dei preti. Noi abbiamo fatto gioiosamente la scelta di servire la Chiesa della Mater et Magistra, del documento Gaudium et spes, della Populorum Progressio, e di personaggi come Raul Foullerau, Abbé Pierre, Charles de Foucalt, Dom Helder Câmara e altri, che rivelavano nella Chiesa il cuore di Dio misericordioso che sta dalla parte di Lazzaro. Non esclude l´epulone, ma lo invita a condividere con Lazzaro prima che sia troppo tardi. Gesú, dopo gli anni della gioventú passati, probabilmente, a lavorare come un qualsiasi artigiano di un villaggio di campagna, a ventotto anni cominció a percorrere le strade di Galilea curando tutti e annunciando tempi di grazia e redenzione per i diseredati. Mangiava e vestiva quello che gli davano, ma non faceva collette. Non aveva l´aspetto di un Dio, non parlava da una situazione di potere e successo mediatico. Si identificava con la gente comune, ispirato da un cuore solidale e misericordioso: e dal sogno del Regno. Era irrilevante? Tuttaltro: suscitó subito preoccupazione e paura nei potenti: dove vuole arrivare questo ciarlatano? Parla di un Regno. Non ha l´aspetto di un re, ma la gente lo segue!”

Molti anni fa partecipai ad un corso di esercizi predicato da un prete francese che aveva scelto di vivere radicalmente la povertá evangelica e seguire alla lettera Gesú di Nazaret. Tutti lo chiamavano solo “Alfredinho”: niente titoli! Abitava in una favela del nordest brasiliano quando lá era uno dei luoghi piú poveri della terra. Povero tra i poveri, sempre scalzo e vestito di umili abiti di tela fatti a mano sul telaio come usavano i contadini, la sua parola era sempre e solo il vangelo. Molti vescovi lo chiamavano a predicare esercizi spirituali, e lui non accettava mai di essere pagato: viveva del suo lavoro manuale. Seguiva lo schema della “Teologia della zappa”, un libro scritto dal vescovo nordestino Dom Fragoso, di Crateus. Di lui mi raccontarono questo aneddoto: una sera bussó alla porta di casa di un vescovo che lo aveva chiamato per gli esercizi spirituali al clero. La domestica, vedendolo vestito a quel suo modo, pensó che fosse un mendicante e gli disse: “Il vescovo é in viaggio, e io non sono autorizzata a darle niente”. Gli chiuse la porta in faccia. Alfredinho si accucció poco lontano dalla porta, in un angolo buio, e vi passó la notte. Al mattino presto arrivó il vescovo per la colazione. Mentre beveva il caffé, preoccupato, chiese alla domestica: “Doveva arrivare padre Alfredinho per predicare gli esercizi, non é arrivato nessuno ieri será?” La domestica rispose: “Io ho visto solo un mendicante, aveva un aspetto che mi faceva paura, l´ho lasciato fuori dalla porta”. Il Vescovo capí e corse fuori a cercarlo: lo trovó seduto su un muretto che rosicchiava alcuni biscotti di manioca che aveva comprato.

La povertá di Alfredinho non era fine a sé stessa. Convertiva la gente. Riusciva quasi a convertire anche noi preti. Se fossimo tutti come lui forse non ci sarebbero tanti atei in giro per l´Europa.

La tendenza del momento, l´ho giá detto, non é favorevole. La crisi economica, prodotto della speculazione e dell´accumulazione capitalista sempre piú sfrenata, ha acuito la paura dell´impero economico-politico e dei vice-imperatori piccoli e grandi, spingendoli a stratagemmi legali e illegali per escludere i poveri e negare i diritti umani oltre a quelli dei lavoratori. La nostra societá occidentale ha paura di tutto, perfino delle opinioni scritte e dei dibattiti, e sembra camminare nella direzione del controllo dei corpi e delle menti di tutti, come la Bestia descritta dall´Apocalisse: "Inoltre obbligò tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi, a farsi mettere un marchio sulla mano destra o sulla fronte. Nessuno poteva comprare o vendere se non portava il marchio, cioè il nome della bestia o il numero che corrisponde al suo nome. Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza, calcoli il numero della bestia, perché è un numero d'uomo; e il suo numero è seicentosessantasei" (Apocalisse 13:16-18). Ma la Bestia non vincerá. La risurrezione di Cristo ce lo garantisce. Ci sono giá, in giro, ad ogni angolo anche il piú sperduto del mondo, tanti discepoli dell´Agnello che vivono l´amore e la povertá evangelica.

12 maggio 2011

FATICOSI PERCORSI DI LIBERAZIONE

Foto: suppongo che vi piacerá vedere la frutta di Donizete. Per alcuni é forse una novitá. In Italia si conosce il fiore: passiflora. Che in Brasile tutti chiamano maracujá, ottimo per succhi di frutta che dissetano e conciliano il sonno. Oltrettutto quelli delle foto sono giganteschi. (E ho il sospetto che le sementi, dono del governo, siano OGM!)

1 - Ho celebrato la messa a casa di Donizete e Dativa sabato pomeriggio scorso, col sole a picco. La storia di questa giovane coppia é la stessa di tanti senza-terra: anni di lotta e di accampamento per ottenere la terra della Riforma Agraria, poi finalmente l´INCRA (Istituto Nazionale Colonizzazione e Riforma Agraria) compró la fazenda dell´impresa Encol (fallita) e assegnó pezzetti di terra buona a una quarantina di famiglie. Cosí nacque l´”assentamento Luís Ório". Assentamento é un´area di terra assegnata dalla Riforma Agraria.

Luís Ório era il coordinatore del settore Centro-Ovest della Commissione Pastorale della Terra. Abitava ad Itaberaí, ed era sempre rimasto al fianco degli accampati durante tutta la lotta, senza risparmio di forze, aiutandoli a organizzarsi e farsi sentire. Morí in un incidente stradale proprio nei pressi dell´assentamento a cui hanno dato il suo nome. Fu una figura di spicco, un esempio di cristiano impegnato, generoso e tenace. Merita qualche cenno biografico, ma so molto poco.

So che era di una famiglia del Rio Grande del Sud, discendente di Italiani, ed arrivó in Goiás nell´80 come seminarista che abbandonava il seminario di Viamont, nel Sud, e voleva diventare prete nella diocesi di Goiás. Erano i tempi in cui i seminaristi erano affidati ai parroci, e Luís Ório, assieme ad altri due, fu invitato a studiare e fare esperienza pastorale ad Itaberaí, sotto la guida di don Giuliano Barattini, il parroco di quegli anni. La valutazione nei suoi confronti era ottima sia nell´aspetto religioso e intellettuale, che in quello umano e di rapporto con la gente. Solo che il seminarista si innamoró di Eleusa e si sposarono. Era giá inserito nella Pastorale della Terra e, a quel punto, fu libero per accettare l´elezione a Coordinatore del Regionale Centro Ovest. Ma continuó pure attivo, e molto richiesto, nella pastorale delle comunitá ecclesiali di base. Tanto che verso il 1997 si candidó ufficialmente e pubblicamente al diaconato permanente, che il Sinodo Diocesano aveva deciso di adottare. Credeva che in Diocesi si sarebbe fatta un eccezione, e questa forma di diaconato sarebbe stata conferita pure alle donne. Quando lo informarono che "assolutamente non era possibile", egli disse: "Se non possono e donne, che nella chiesa sono le piú numerose a svolgere un diaconato di fatto, non possono nemmeno gli uomini. Non é roba per me!" La Diocesi di Goiás ha dato il suo nome al Centro Diocesano di Pastorale.

Adesso Donizete e Dativa sono agricoltori poveri ma in condizioni di costruirsi un futuro. Si stanno facendo la casa poco alla volta e coltivano frutta e verdura con tutte le tecniche possibili a chi ha pochi soldi da investire. Nell´assentamento l´Incra promuove corsi quasi mensili di tecnologie per l´agricoltura familiare. La situazione di Donizete ricorda un pó quella delle nostre famiglie di contadini dopo la guerra: molto impegno, molto lavoro, pochi soldi e comoditá, e la speranza di non imbattersi in una malattia che li impedisca di lavorare e mandi tutto in rovina. Ma con la soddisfazione di essere padroni del proprio naso.

Oltre al maracujá e alle verdure che vende sul mercato locale, Donizete pianta riso riso e granoturco per il consumo di familia, e alleva alcune mucche da latte. Di questi tempi il prezzo dei cereali é molto basso e non conviene coltivarli per la vendita. É una produzione lucrativa solo per le grandi monoculture. Il frutteto, nonostante il suo podere abbia sofferto poco tempo fa un grandinata, é ancora prospero, come potete vedere. Ha due o tre qualitá di frutti, tutti di una bellezza eccezionale.

Tornando alla nostra messa, l´abbiamo celebrata sotto un portichetto assai angusto, fuori casa. C´era poca gente, ma la casa é troppo stretta anche per pochi. La comunitá degli assentados non ha corrisposto bene al suo invito. "C´é un mucchio di "crentes" e "discrentes" ha detto Dariva, che é una signora piccola, esile e umile, ma non le manca lo spirito. I "crentes" sono gli evangelici pentecostali, i "discrentes" sono i cattolici non praticanti.

In realtá so che ci sono problemi piú grossi di questi nell´assentamento: situazioni di invidia e di inimicizie tra famiglie, qualcuno sorpreso a rubare, eccetera. Succede. Sono pochi, abitano lontani uno dall´altro, e sono divisi da interessi. É come nella parabola dell´esodo biblico: pur essendo usciti vincitori dalla lotta contro la schiavitú egiziana grazie a un atto di fede nel Signore che ama il suo popolo, camminano ancora nel deserto tra mille difficoltá e infedeltá. Sviluppare mentalitá ed abitudini di lavoro in comune é un processo difficile e lento, che avrebbe bisogno di essere piú aiutato. Nemmeno il vento, oggi, soffia a favore: i giovani pensano ad un futuro in cittá. Non é ancora la Terra Promessa. Per questo bisogna diffidare quando i media ci mostrano il Regno dei cieli trionfante nei grandi eventi di massa che voi ben conoscete. Gli eventi di massa, quando non c´é a monte una coscientizzazione e non c´é libertá di pensiero, di parola e di ricerca della veritá, servono a ingannare gli allocchi.

7 maggio 2011

L´ORA DELLE TENEBRE

Foto: Impegnato in un intervento di pulitura e ristrutturazione della casa nel quartiere, sono tornato momentaneamente ad abitare con i colleghi nella casa parrocchiale. In casa mia c´é solo tanta polvere e odore di vernici. Non ho preparato bene il testo per questo post e non ho scattato fotografie. Vi pubblico di nuovo alcune immagini dell´ordinazione di Celso Carpenedo, come la settimana scorsa.

Liturgicamente siamo nel tempo della Resurrezione, ma nella vita reale é sempre anche il tempo della passione e l´ora delle tenebre, come la chiamarono gli scrittori dei Vangeli. ). É arrivata anche per l´amico don Paolo Boschini, la Parrocchia BVA e la Diocesi di Modena. A loro tutta la solidarietá mia e del collega don Eligio, che ne é preoccupatissimo.

Modena, 3 maggio 2011 - L’arcivescovo mons. Antonio Lanfranchi e tutta la Chiesa di Modena-Nonantola esprimono vicinanza e solidarietà a don Paolo Boschini ed alla comunità parrocchiale della Beata Vergine Addolorata, vittime, nei giorni scorsi di gesti intimidatori di matrice mafiosa, con gli sfregi alla mostra “Scampia. Volti che interrogano” di Davide Cerullo, allestita in chiesa, le minacce al parroco e ad una catechista.

La Chiesa di Modena rinnova il suo impegno, non di oggi, per una cultura della legalità che vede al centro l’uomo: Pastorale Giovanile e Caritas, da tempo, attraverso numerosi strumenti, come i percorsi di Animatamente, Casa 21 Marzo, Martedì del Vescovo e campi estivi, realizzano esperienze di conoscenza, educazione e scambio, rivolti particolarmente ai giovani, collaborando anche all’animazione delle celebrazioni cittadine del 21 marzo, Giornata della memoria e dell’impegno per le vittime delle mafie.

La comunità cristiana modenese si sente sostenuta da Consiglio comunale di Modena, Consiglio Provinciale, Libera, Azione Cattolica e da quanti, in questi giorni hanno espresso, in molti modi, la propria vicinanza e solidarietà.

Afferma ancora una volta che non c’è nulla di cristiano in un modello culturale che si fonda sulla sopraffazione e la violenza.

L’arcivescovo mons. Lanfranchi parteciperà domenica 8 maggio alla veglia “In memoria di me”, organizzata nella parrocchia della Beata Vergine Addolorata “in memoria dei servitori dello Stato caduti nella difesa delle istituzioni e a sostegno di tutte le persone che mettono il loro impegno a servizio della legalità nella vita pubblica, specialmente nelle situazioni dove sono forti la violenza e le intimidazioni”.

Possiamo esserne certi, ció che disse Gesú non era una vaga e ipotetica premonizione: "Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi". Basta tentare di denunciare e organizzare qualcosa per sanare una delle tante piaghe che gravano sulla nostra societá malata e producono dolore e morte, per diventare bersaglio degli empi e cadere vittime dell´odio delle piú diverse mafie del Principe delle tenebre. Non c´é niente di nuovo: la novitá, per me, é dover esprimere solidarietá ad una Chiesa italiana alla quale, in un passato non molto lontano, ci si aspettava solidarietá. Ai nostri giorni, quí in Goiás, godiamo una situazione di pace e di una certa popolaritá favorevole, ma chi ha lavorato quí negli anni 70 e 80 ha conosciuto bene la durezza delle persecuzioni e intimidazioni. Fummo attaccati e minacciati da forze della dittatura militare e da organizzazioni armate dei latifondisti, perfino con denuncie calunniose per azionare contro di noi le autoritá ecclesiastiche romane. Ma erano tempi migliori di oggi, e non mancó mai la stima e il sostegno di grande parte della popolazione. In questi momenti é fondamentale camminare uniti, seguire l´esempio di Gesú per non avvilirsi, e mettere tutto in piazza perché i nemici della giustizia amano lavorare nel buio della notte. Di solito, oltre alle intimidazioní, l´avversario del Regno di Dio usa l´arma del discredito: "Crederanno di fare cosa gradita a Dio".

Tempi tristi! l´illegalitá alza la voce! In Italia abbiamo la situazione anomala che tutti sanno, unica al mondo: il reo che ottiene il consenso popolare e vanta una legittimazione confessionale per giudicare il giudice. Tuttavia il fenomeno della diffusione della criminalitá é mondiale. "Sempre più dobbiamo distogliere gli occhi per non irritarci e soccombere. Si gioisce ormai per l'uccisione dei nemici, si fa festa perché non sono scampati all'ira e alla vendetta. Si tornano a bombardare i vicini, come un secolo fa....." E: "La cosa importante è riuscire a mantenere la gioia (o a riconquistarla) anche dentro la consapevolezza che non cambieremo il corso della storia. La Pasqua, da questo punto di vista, è una bella lezione". Queste parole me le ha scritte un amico di vecchia data, e mi hanno tirato su all´istante. Se l´immersione nel mistero pasquale ci fa sentire Dio presente accanto a noi perfino nella condivisione della sofferenza e del sentimento di impotenza e ci dona una gioia che ha le radici nella fede e nella trascendenza, l´amicizia é pure un sacramento umano capace di aggiungere un surplus di serenitá e pace.

C´é stato un tempo in cui si respirava piú ottimismo e speranza, e in piú noi eravamo giovani e la Pasqua l´avevamo quasi sempre nel cuore. Ricordi? Una sera, quando eravamo ancora seminaristi (teologi), fummo sorpresi da un vento impetuoso al Passo di Annibale e ci rifugiammo nel minuscolo oratorio della Foce per passarvi la notte. Lí dentro, pigiati come sardine (eravamo in quattro e uno era anche grassoccio) e accompagnati dalla musica della bufera che scuoteva la tenda con cui avevamo chiuso la porta dell´oratorio, recitammo il rosario prima di dormire: e fu un rosario che ricordo come uno dei piú belli della vita. Un´altra notte, nella prima tappa di una passeggiata in vespa sulle Dolomiti del Brenta, piantammo la tenda nel bosco ai margini della via Gardesana, dalle parti di Riva del Garda. Anche lí, noi due soli, recitammo il rosario. Pregavamo e ridevamo, perché gli automobilisti che scorgevano la tenda ci suonavano il clacson pensando che fossimo qualche coppietta in amore. Oggi chi oserebbe attendarsi al buio accanto a una strada di grande traffico? Decisamente, il mondo é cambiato.

In Brasile, attualmente, il pericolo piú grande é la delinquenza comune: e la paura generalizzata, che ammorba la societá ed é strumentalizzata per ogni tipo di manipolazione di massa per ottenerne soldi e potere. Anche quí a Itaberaí, dove la probabilitá di cadere in un´imboscata o un assalto a mano armata é poco probabile (ma possibile, e non sarebbe la prima volta), si dissemina la paura. Stasera ho percorso una settantina di chilometri in mezzo ai boschi e ai pascoli per celebrare in una comunitá, e il mio compagno di viaggio mi spiegava quali sono i posti dove ci si puó aspettare un agguato. Sono strade dissestate, si procede lentamente, e al buio tutto puó accadere. Io faccio questi percorsi da sempre, e mai sono stati pericolosi come oggi. L´unico assalto l´ho avuto alcuni anni fa a Goiás, in piena notte, dentro casa, da un giovane alcolizzato. Sono sempre del parere che la vita é pericolosa ma bella, e non vale la pena lasciarsi imprigionare dalla paura. La felicitá e la pace sono dentro di noi, dono della fede. "Calpesterete serpenti e non vi faranno male..." - promise Gesú. Per meglio dire: un pó di male lo possono fare, ma é meglio vivere finché si é vivi.

30 aprile 2011

É RISORTO: LO SANNO TUTTI?

Foto: questa sera ore 19.30, nella cattedrale di Goiás velha, Celso Carpenedo ex monaco benedettino laico ha ricevuto l´ordinazione presbiterale dalle mani del vescovo Eugenio. C´é la foto di Chicão, di cui Celso é stato seminarista prima di entrare in monastero, e poi aiutante in parrocchia quando soffrí l´attentato.

Primo maggio: “Vai trabalhar, vagabundo....” era una canzone brasiliana dei tempi della dittatura militare (anni 64-84). Denunciava le condizioni umilianti del lavoro: il lavoratore era una specie di ignorante-marginale-ritardato mentale. Gli davano da lavorare solo per fargli un favore. Doveva solo lavorare e tacere. Appena possibile lo si mandava a casa. Oggi sono parole che si leggono tra le righe sulle prime pagine dei giornali italiani. Che tristezza! I brasiliani si preparano da giorni a fare presentazioni in tutte le piazze: spettacoli artistici, mostre fotografiche delle conquiste del lavoro, proposte sociali e politiche. Il lavoratore é protagonista numero uno dello sviluppo del paese. Il paese delle tradizioni cristiane e della repubblica fondata sul lavoro, secondo i giornali, dice ai lavoratori: “Vai a lavorare, vagabondo...” Ma io non ci credo. Sui giornali solo alcuni nomi dominano la scena: sempre gli stessi. Gli italiani non la pensano cosí!

Tuttavia lo vediamo tutti, le democrazie occidentali stanno degenerando. Per sostenere una campagna elettorale occorrono miliardi. I comitati centrali dei partiti scelgono i candidati da sostenere. La gente non conta piú. É un giro di affari. Segni di morte.Anche Lula sembra alla deriva: nella sua proposta di riforma politica fa capolino il sistema elettorale all´italiana. Come nell´esodo biblico: siamo nel deserto e vogliamo tornare indietro.

E segni di vita: Francisco abita ad una decina di chilometri dal paese. Piccolo proprietario all´antica, usa ancora la carretta col cavallo come unico mezzo di trasporto. Peró ha la passione per la fotografia: possiede una di quelle compact di una volta, niente di digitale. Alcuni giorni fa la messa della sua comunitá rurale era in casa sua. Aveva incaricato suo figlio di scattare foto dei momenti piú emozionanti della celebrazione. Dopo la messa, chiacchierando mentre offriva ai partecipanti lo spuntino serale consueto dopo ogni incontro, gli chiedo: “Come mai le foto?” Mi risponde corto e schietto: “Padre, a me piace conservare i ricordi dei fatti importanti della mia famiglia. Dovrebbe vedere! Sa che conservo fotografie di vacche che avevo nella stalla venti o trenta anni fa?”

Si era letto il primo annuncio della risurrezione di Gesú (discorso di Pietro, Atti degli Apostoli, 2), perció ho osato domandare: “Chi ha seguito le celebrazioni della settimana santa in chiesa o in televisione?” Su una trentina, hanno alzato la mano in due. La padrona di casa, sincera almeno quanto il marito, ha dichiarato: “Peró noi preghiamo tutti i giorni, un Padre Nostro e tre avemaria”. Cattolici, religiosi e devoti: ma il mistero pasquale non fa parte della loro fede esplicita. Li commuove molto di piú una immagine di Santa Teresa del Bambino Gesú che la signora ha esposto sul tavolo della celebrazione. “L´imparo adesso che é Santa Teresa - spiega la signora – a me l´hanno venduta come la Madonna di Fatima!” (pazienza, giocano pur sempre nella stessa squadra!).

Cosí ho avuto anch´io la soddisfazione di fare un “primo annuncio” quasi come quello di Pietro. Ma c´é un “ma”, un dubbio: il mio profilo, la mia vita, rendono credibile il messaggio? Eh sí, perché la fede nella risurrezione bisogna sentirla, piú che saperla. Si trasmette anche con le parole, ma esse sono opache se dietro non c´é una vita. “Quel Gesú che voi adorate con le vostre novene, messe e rosari, ha passato tre anni camminando di villaggio in villaggio per la Galilea, la Samaria e fino a Gerusalemme, predicando il Regno di Dio e curando tutti. Poi le autoritá dei giudei, contrarie a ció che egli annunciava, lo hanno condannato a morte e crocefisso. Ma Dio lo ha risuscitato dai morti. Egli é vivo in mezzo a noi. Se volete partecipare pienamente al suo progetto, cercatelo tra gli ultimi della terra: i malati, i migranti in cerca di un posto per vivere, gli esclusi e discriminati, i carcerati, e annunciate loro che Dio ama senza riserve ogni essere umano!”

Si puó fare, tuttavia, una seconda ipotesi: i contadini e contadine devoti di cui sopra non sanno esprimere in linguaggio corrente il mistero pasquale, ma lo conoscono bene e ogni istante della loro vita é immerso in esso. Se no, perché farebbero chilometri a piedi, nel buio della notte, per ritrovarsi insieme a celebrarlo? Perché ogni volta ricordano uno per uno i loro malati, i loro morti e i loro compleanni? Credere nella risurrezione non é soprattutto sentirsi comunitá, sostenere e curare i malati e i feriti, aiutarsi, gioire insieme? Festeggiano la vittoria della vita sulla morte. Sinval e Lucia, la famiglia che ha ospitato la messa della comunitá di Cedro ieri sera aveva preparato una cena abbondante per tutti. In piena sintonia con la lettura del Vangelo, pur non avendolo letto prima: Gesú che incontra i suoi in Galilea, provoca una pesca abbondante e invita a mangiare insieme pesce alla griglia. Allora puó darsi che ancora oggi ci siano solo i sadducei a negare la risurrezione. I sadducei, in ogni tempo, non vogliono che la gente si ritrovi insieme e sia felice, ma che dipenda da loro e abbia paura.

Dicevo, prima, della necessitá di avere un profilo credibile. Gli apostoli soffrirono il fallimento e tentarono la fuga prima di ritornare, probabilmente pentiti e vergognosi, spinti dalla convinzione che si impossessó sempre di piú di loro giorno dopo giorno: “Non é morto. Dio non puó averlo abbandonato cosí. É stato troppo giusto e ha predicato un futuro di cui il mondo ha troppo bisogno: amore, condivisione, perdono, misericordia e compassione, sono il nuovo ordine che il Padre vuole. Cristo ci ha perdonati e ci aspetta per inviarci a continuare la sua opera”. Oggi noi ripetiamo queste cose come un copione scritto e imparato a memoria troppo facilmente, e non siamo allo sbaraglio come loro. Le parole rimangono, ma hanno perduto buona parte della loro forza. La stessa risurrezione non é piú una gioia e una speranza da vivere giá ora, a partire da questo momento, ma da rimandare a un luogo e un tempo indefiniti e molto lontani.

I Vangeli e gli Atti raccontano che Gesú si faceva vedere, parlava con loro, li incoraggiava. Questi libri del Nuovo Testamento furono scritti alcune decine di anni piú tardi. Erano la catechesi delle comunitá cristiane. Trasmettevano la fede cristiana ai neofiti, e spiegavano la risurrezione ricostruendo, ognuno a modo suo, i fatti come erano percepiti dalle comunitá. Non sono “storia” in senso stretto, ma dimostrano che i discepoli si erano sentiti chiamati a incarnare la sua presenza in sé stessi, e avevano dato inizio a un passaparola che aveva funzionato.

L´unico testimone, e il piú antico, che riferisce in prima persona la propria esperienza della risurrezione di Cristo é Paolo nelle sue lettere (Prima ai Corinti, Galati, Filippesi), scritte tra il 50 e il 60. Egli aveva avuto questa illuminazione dopo essere stato un persecutore. Descrive il modo in cui lui stesso scoprí “il potere della risurrezione di Cristo”. Era sicuro che Gesú Cristo era vivo e gli si era rivelato, facendo cadere il velo dai suoi occhi. Paolo sentí questo come una “grazia”, un “dono” di Dio. “Dio volle rivelare in me suo Figlio”. Da quel momento, tutta la sua vita fu trasformata. Divenne un “uomo nuovo”. Scriverá ai Galati: “Non sono piú io che vivo. É Cristo che vive in me”. La sua testimonianza corrisponde pienamente a quella dei discepoli narrata dai vangeli: i discepoli di Emmaus (Luca 23) sfiduciati e delusi, si sentirono “ardere il cuore” allo spezzare del pane, e dopo che Gesú aveva camminato e parlato con loro.

Ció che il Nuovo Testamento nel suo insieme, e soprattutto le lettere di Paolo, fanno intendere con assoluta chiarezza é che dalla fede nella risurrezione di Cristo scaturiscono cambiamento radicale di vita e la forza della testimonianza fino al martirio. La risurrezione segue la crocifissione, che segue la rabbia di chi non voleva il Regno dei cieli, che segue la predicazione di Gesú e la sua pratica, la tenerezza verso i piú deboli della terra. Quindi la fede nella resurrezione é sempre legata al coraggio del martire. É cosí anche per noi, oggi. Quando hanno ucciso Mons. Romero la gente, che credeva nella pace e nella fraternitá che egli proclamava scontrandosi con l´arroganza e la crudeltá del regime, ha cominciato a bisbigliare e poi a gridare: “Romero é morto, Romero vive”. Quí in Goiás é accaduta la stessa cosa quando hanno ucciso Padre Josimo Tavares, Padre Ezechiele Ramin, Padre João Bosco, il sindacalista Nativo, il laico Sebastião Rosa da Paz, l ´indio Galdino, piú recentemente suor Dorothi Stang e tanti altri.

Nei martiri-testimoni di oggi, come in quelli del passato e per primo in Gesú Cristo, Dio continua a irrompere nel mondo con la proposta di un nuovo ordine. É questo che bisogna trasmettere, ed é di questo che bisogna gioire con il cuore pieno di speranza. La risurrezione di Cristo, oggi, é molto presente nella liturgia soprattutto grazie agli interventi del Vaticano II. Ogni domenica, ogni messa sono La Pasqua di Gesú Cristo. É ancora poco esplicita nella vita personale di tanti cristiani e nelle nostre conversazioni e discorsi spiccioli; ambigua e talvolta incomprensibile, poi, nei criteri che sembrano ispirare le decisioni istituzionali. In poche parole, il mistero pasquale oggi sicuramente ancora si consuma, ma nel silenzio dei midia, nella generositá di chi dona la sua vita e nelle tragedie dei poveri: le televisioni, la stampa e le piazze sono piene di un altro tipo di potere e di gloria.

Ma per non ripetere sempre questo ritornello negativo, vi cito quanto scrive il mio solito autore J.A. Pagola: “So che non basta parlare di conversione della Chiesa a Gesú, benché ritenga necessario proclamarlo sempre di nuovo. L´unico modo di vivere in processo di conversione permanente é che le comunitá cristiane e ciascuno di noi credenti osiamo vivere piú aperti allo Spirito di Gesú. Quando ci manca questo Spirito, possiamo cadere nell´illusione di essere cristiani, ma quasi nulla ci distingue da quanti non lo sono; giochiamo a fare i profeti, ma, in realtá, non abbiamo niente di nuovo da dire a nessuno. Finiamo per ripetere spesso con linguaggio religioso le “profezie” di questo mondo”.

“La risurrezione di Gesú é per noi la ragione ultima e la forza quotidiana della nostra speranza: quella che ci incoraggia a lavorare per un mondo piú umano, secondo il cuore di Dio, e che ci fa sperare fiduciosamente nella sua salvezza”.

23 aprile 2011

SETTIMANA PASQUALE

Foto: la luna pasquale di goiás: in pieno giorno e a notte fonda.

Mio fratello Guido era stato colpito da un ictus cerebrale una decina di anni fa, e soffriva di enfisema grave che lo costringeva a usare la bombola di ossigeno per parecchie ore al giorno. É morto all´improvviso stamattina all´alba, quando in Italia erano le 1,30 del sabato santo. Pare che sia stato colpito da un ictus mentre dormiva, non se n´é nemmeno accorto. Per essere un amico per la pelle di don Carlo Bertacchini, si direbbe che non ha resistito alla tentazione di seguirlo dove potranno chiacchierare in santa pace sugli argomenti che erano la loro passione: il Vangelo, la giustizia, il Regno dei cieli. Mio fratello, a modo suo, aveva qualcosa in comune col servo di Javhé descritto da Isaia, umile, sofferente, e sempre frustrato per come vanno le cose di questo mondo. Non era molto di Chiesa ma non la dimenticava nemmeno un istante, criticandola per le incoerenze tra l´annuncio e la pratica. Sará per puro caso, ma é partito nella notte tra il venerdí della croce e il sabato della vigilia della resurrezione. Aveva appena compiuto i 73 anni. Arrivederci, fratellone: goditi la pace raggiunta e aspettaci. Non abbiamo fretta, ma finiremo per raggiungerti prima o poi.

Ho ricevuto e gustato una notevole quantitá di messaggi email di auguri di pasqua imbottiti con preghiere, poesie e salmi. Roba di prima scelta. La gente vola, in questi periodi!!! Si emoziona e supera sé stessa. Grazie. Potrei anche montare questo post con il copia-incolla. Sicuramente avrebbe un contenuto di migliore qualitá. Ma no!!!! Oggi rimango a terra e uso del mio.

Questa settimana, tuttavia, non avrei altro da raccontarvi che delle celebrazioni. Ho celebrato tutto il tempo. Se non é avvenuto un decentramento liturgico a mia insaputa, i riti cattolici devono essere piú o meno gli stessi in tutto il mondo. Quí ci mettono solo, forse, un pó piú di colore. Quindi riassumiamo, perché quelli tra voi che seguono le celebrazioni pasquali sanno giá quasi tutto. Gli altri penso che facciano a meno di saperlo.

Una delle piú belle celebrazioni pasquali della mia vita era quella del venerdí santo a Montespecchio. Ogni anno preparavamo per fare la Via Crucis all´aperto, poi quasi sempre faceva freddo e pioveva. Dovevamo rintanarci tutti (le 4 parrocchie) dentro alla graziosa e accogliente, ma piccolissima chiesa. Il bello era proprio questo: che si stava bene e ci si sentiva comunitá. Il compianto Giacomino, distrutto da un tumore poco tempo dopo la mia partenza, aveva riempito quel luogo dei suoi artefatti di legno. Ogni tanto la mia mente torna a scendere la via Caselline, si ferma un poco nella casa della Tommasina (a 96 anni anche lei é partita per sempre) e raggiunge la casa di Giacomo, dove andava spesso. Lí é il capolinea: piú sotto ci sono dirupi boschivi e poi il fiume Dardagnola. Con lui mi sentivo a mio agio: eravamo coetanei e lui era rimasto un contadino aggrappato a colline sassose e piene di calanchi. Perfino la sua famiglia e la sua casa erano copia perfetta dell´ambiente in cui ho passato i primi dieci anni di vita.

Domenica scorsa, delle Palme, ho visto l´attaccamento della gente ai simboli naturali: rami di piante e acqua benedetta. Sono sacramenti laicali e secolari. Le persone stendono le mani per raccogliere nell´aria gli spruzzi dell´aspersorio. Agitano i rami con gioia al canto di “osanna al re”. Forse piace ovunque, ma i fedeli di Itaberaí hanno, in piú, un resto di sangue indio. A proposito: non si usano rami di ulivo. La gente li porta da casa, raccolti dalle piante preferite. Anche per aspersorio mi hanno messo tra le mani un ramo di un tipo di basilico profumatissimo che da queste parti nasce spontaneo: lo chiamano alfavaca oppure manjericão (ocimum americanum – ocimum gratissimum per gli esperti). Dicono che sia un portentoso medicinale: c´é un´associazione di idee con Gesú che passava curando tutti.

Dopo la prima messa ho battezzato dodici bambini. Le dodici tribú d´Israele? No, ma l´accostamento ai patriarchi mi é venuto davanti a quelle coppie di giovincelli incantati dal loro pargoletto o pargoletta che scalcia e contesta gagliardamente il bagnetto del fonte battesimale. “Ti benediró di generazione in generazione, i tuoi discendenti saranno numerosi e tu stesso sarai una benedizione per gli altri popoli...”

Sempre la domenica delle Palme, ore 22, in un´altra comunitá, la ragazza che commenta esorta con insistenza: “Durante la settimana santa un cristiano non va in ferie. Assolutamente nessuno deve mancare alle celebrazioni del sacro triduo, che ci fa rivivere i misteri centrali della nostra fede!” Mi ricorda me stesso quando ero prete giovane. Meno si conosce la vita, piú si é portati a credere che ció che ci entusiasma debba essere imposto a tutti. É una cosa troppo bella, sarebbe un peccato che qualcuno ne fosse privato! E qui vedo spuntare, in buona fede, il germe dell´integralismo. Ma ognuno dei presenti, e soprattutto i molti assenti, hanno giá deciso a modo loro come celebreranno questi grandi misteri: in visita ai parenti lontani. In riva al fiume con gli amici e alcune casse di birra. Sulle spiaggie del Rio Araguaia con la famiglia. In un santuario vicino o lontano. Non ho visto nessuno preparare flagelli, cenere e cilicio. Sono tutte forme sostenibili e ricche di simbologie pasquali. Anche quella di restare a casa e seguire il calendario della comunitá non é male, e piace a moltissimi.

Martedí santo, ore 22: al pomeriggio, nella messa speciale per gli ammalati, abbiamo elargito unzione degli infermi a quasi tutti i presenti: qualcuno non sembrava proprio malato, ma lui (o lei) sosteneva: “C´é sempre qualcosa...” Anche l´olio, dunque, fa parte dei sacramenti che piacciono alla gente.

La sera, invece della messa, abbiamo servito la confessione comunitaria con assoluzione generale. Non viene molta gente. C´é stato un tempo in cui la confessione comunitaria aveva preso piede, poi i Vescovi hanno fatto un pó di tira-molla. Convinti, forse, che la secolarizzazione e la crisi vocazionale si stiano esaurendo, e che si potrá tornare alla “societas cristiana”, insistono sulla confessione individuale. Auguri di successo. Per il momento, il risultato é che il popolo tende a dimenticare l´una e l´altra. Non é una cosa spaventosa. Gesú ha garantito che il Padre ha giá perdonato il figlio (pródigo, non prodigio) prima ancora che glielo chieda. Chiedere perdono fa bene a noi, non a Dio: e ci sono giá parecchi momenti di confessione dei peccati, fuori della confessione sacramentale. L´atto penitenziale nella messa, il Padre Nostro, la preghiera “Agnello di Dio” prima della comunione! Prima o poi tutti confessano in qualche maniera, se non altro per riuscire a sopportare sé stessi.

Chi ha qualche nozione di storia della Chiesa sa che il sacramento della penitenza ha attraversato altri lunghi periodi di crisi. Fino al 600 era permessa solo la confessione pubblica, e le pene erano severissime: la gente aveva paura, e si confessava solo in punto di morte. I monaci (per primi gli irlandesi missionari in Italia e Francia, credo) cominciarono a praticare abusivamente la confessione individuale, ma l´autorizzazione esplicita e generale arrivó solo due o tre secoli piú tardi.

Mercoledí santo: il popolo é in movimento per le ferie pasquali. La fila per passare il ponte provvisorio é di chilometri. Il progresso costa tante ore di coda....
In serata Messa Crismale, con tanto di bandierine, presentazione delle comunitá, giuramento dei preti, una cantoria specialissima. Nonostante questo, il tono é stato piú da funerale che da festa del “sacerdozio” e della comunitá cristiana. Erano presenti Dom Tomás Balduino e Padre Francisco Cavazzuti e tre giovani missionari stranieri: un filippino, un indiano dell´India e un africano (non ricordo il paese). Ma zitti zitti senza dire una parola. L´omelia del Vescovo ha spiegato a cosa servono le tre varietá di olio consacrato.

Il problema delle omonimie: partendo per Goiás, mi sono trovato in una fila di chilometri in attesa dell´apertura del ponte. Preoccupato per la sorte di don Eligio che aveva preso posto nella macchina delle suore, ho chiamato al cellulare. Una suora mi ha risposto: “Tutto bene, siamo nel Rio das Pedras”. Tranquillo, dunque, lui era davanti a me, stava passando il ponte. Invece no, é arrivato a Goiás un´ora e mezza dopo di me. In effetti quando ho chiamato erano nel supermercato Rio das Pedras, non sul ponte del fiume omonimo.

A proposito, si avvicina un plenilunio splendido! Siamo entrati alla brutta nel periodo secco, non si vedono piú nuvole, le notti sono freddine e questo é il tempo del cielo piú pulito e dei colori del paesaggio piú belli. Fino a fine giugno, poi....tutto secco e impolverato.

Ho scoperto un prete che cambia sistematicamente alcune parole nel messale: quando c´é “sacrificio” legge “offerta” oppure “cena pasquale”. “Dio Onnipotente” lo cambia con “Dio di misericordia e compassione”. E via di questo passo. Qualche volta anch´io sono tentato di farlo e non sempre resisto. Non si puó aggiungere, togliere né cambiare nulla nel rito romano, ma d´altra parte i dieci comandamenti esigono di non pronunciare mai solennemente parole in cui non si crede. Ci sono cose strane, anzi sconcertanti, nei messali: ad esempio dovremmo dire che il Padre di Gesú, che é solo amore come tutti sanno, aveva bisogno del sangue di suo figlio per riscattarci dal peccato. Caspita. E quale peccato? Quello commesso dalla coppia Adamo-Eva (nomi simbolici) nella notte dei tempi. Sicuramente c´é una veritá, ma é molto piú in fondo.

“Ha preso su di sé i pesi di ogni essere umano calpestato, umiliato, escluso, scacciato, ferito, incatenato e oppresso” – ha dichiarato Padre Severino nella concelebrazione del Venerdí Santo. “E noi, in quale squadra ci mettiamo: in quella degli oppressori, dei razzisti, degli sfruttatori e degli empi che gozzovigliano ridendo delle sofferenze altrui: o nella squadra del cireneo, delle donne, di Giuseppe di Arimatea e di Nicodemo, che sono stati vicini a Gesú Cristo nel momento estremo, tentando di aiutarlo a portare la croce e a preparare il suo corpo per la risurrezione?” Bella riflessione, che possiamo apprezzare soprattutto perché oggi, sabato santo, la liturgia giá ci propone la speranza e la gioia pasquale.

17 aprile 2011

LA VIA DELLA CROCE

Secondo il cardinale Tettamanzi arcivescovo di Milano “quelli che stiamo vivendo oggi sono giorni strani. I più dotti potrebbero dirli giorni paradossali. Ad esempio, per stare all’attualità: perché ci sono uomini che fanno la guerra, ma non vogliono si definiscano come “guerra” le loro decisioni, le scelte e le azioni violente? Perché molti agiscono con ingiustizia, ma non vogliono che la giustizia giudichi le loro azioni? E ancora: perché tanti vivono arricchendosi sulle spalle dei paesi poveri, ma poi si rifiutano di accogliere coloro che fuggono dalla miseria e vengono da noi chiedendo di condividere un benessere costruito proprio sulla loro povertà?» (dal Corriere).

Evviva l´Arcivescovo! Finalmente una parola chiara da qualcuno di quelli posti sul candelabro per fare luce: una parola con il sapore e il sapere del Vangelo . Dopo tanto sconcertante mutismo, accondiscendenza e ambiguitá.

Nella Settimana Santa noi cristiani rinnoviamo la memoria e, spero, l´impegno di discepoli dell´Innocente, Gesú Cristo, che invece accettó di essere giudicato e condannato.


Un giudizio e una condanna ormai inevitabili, che Egli affrontó per completare l´opera e non smentire sé stesso. Aveva liberato Lazzaro dalla morte, e per quest erano aumentate le adesioni alla sua “Buona Notizia”. La fama del guaritore che annunciava il Regno di Dio, un nuovo ordine che rovesciava i regni di questo mondo con le loro ingiustizie ed esclusioni, stava avvicinandosi pericolosamente alla capitale di Israele, centro del potere sacerdotale (del tempio) e del controllo imperiale. La classe dominante e le autoritá compresero la gravitá del pericolo e aspettavano solo l´occasione per eliminarlo. Scacciando i mercanti dal tempio nel periodo di maggiore afflusso, durante le feste di Pasqua, Gesú si consegnó definitivamente al boia. Potere del tempio e potere dell´impero non avevano alternative, e la loro macchina tritacarne entró in azione inesorabilmente. Vi propongo la lettura di un testo che tenta una approssimazione storica alla Passione di Gesú raccontata dai Vangeli, e potrá aiutare a capire la settimana santa nel suo lato meno rituale e piú vicino alla realtá umana di Gesú:

“Quelli che passano vicino al Golgota in questo 7 aprile dell´anno 30 non contemplano nessun spettacolo pio. Ancora una volta sono costretti ad assistere, in piene feste di Pasqua, ad una esecuzione crudele di un gruppo di condannati. Non potranno dimenticarlo facilmente durante la cena pasquale di questa sera. Sanno molto bene come finisce, normalmente, questo sacrificio umano. Il rituale della crocifissione esigeva che i cadaveri rimanessero nudi sulla croce per servire di alimento agli uccelli rapaci e ai cani selvatici; i resti erano depositati in una fossa comune. Rimanevano cosí cancellati per sempre il nome e l´identitá di quei disgraziati. Forse si agirá in modo diverso in questa occasione, poiché mancano solo poche ore all´inizio del giorno di Pasqua, la festa piú solenne di Israele e, tra i giudei, si era soliti seppellire in giornata gli esecutati. Secondo la tradizione giudaica, “un uomo appeso ad un albero é una maledizione di Dio”.

Com´é che Gesú vive questo tragico martirio? Che cosa prova davanti all´evidenza del fallimento del suo progetto del regno di Dio, all´abbandono dei suoi seguaci piú prossimi e all´ambiente ostile di quanti lo circondano? Qual´é la sua reazione di fronte a una morte cosí vergognosa e crudele? Sarebbe un errore pretendere di sviluppare una investigazione di carattere psicologico per entrare nel mondo interiore di Gesú. Le fonti non sono orientate verso una descrizione psicologica della sua passione, ma invitano ad avvicinanrci ai suoi atteggiamenti fondamentali alla luce della “sofferenza del giusto innocente” descritto in diversi salmi ben conosciuti dal popolo giudeo.

Tra i primi cristiani esiste il ricordo che, alla fine della sua vita, Gesú attraversó una lotta interiore angosciosa. Giunse perfino a chiedere a Dio di liberarlo da quella morte cosí dolorosa. Probabilmente nessuno sa con sicurezza le parole precise che Gesú pronunció. Per avvicinarsi in qualche modo a questa esperienza, ricorrono al salmo 42: nell´angoscia di questo orante odono l´eco di ció che Gesú puó avere vissuto. Contemporaneamente, associano la sua preghiera in queto terribile momento a forme di preghiera que essi stessi recitano e que provengono da Gesú: senza dubbio fu lui il primo a viverle nel profondo del suo cuore. Forse, all´inizio, non si riesce a determinare quando e dove Gesú visse questa crisi, ma ben presto il fatto fu situato nell´”orto del Getsemani”, nel momento drammatico in cui avverrá il suo arresto.

La scena é da spezzare il cuore. Immerso nelle ombre della notte, Gesú si addentra nell´”Orto degli Ulivi”. Poco alla volta “comincia a rattristarsi e a cadere nell´angoscia”. Poi si allontana dai discepoli e cerca, come é solito fare, un pó di silenzio e di pace. Immediatamente “cade al suolo” e rimane prostrato col volto a terra. I testi cercano di suggerire il suo abbattimento con diversi termini ed espressioni. Marco parla di “tristezza”: Gesú é profondamente triste, di una tristezza mortale: niente puó infondere gioia nel suo cuore; gli sfugge un lamento: “La mia anima é molto triste, fino alla morte”. Si parla anche di “angoscia”: Gesú si vede privo di protezione e abbattuto; un pensiero prese in lui il sopravvento: egli morirá. Giovanni parla di “turbamento”, Gesú é sconcertato, interiormente a pezzi. Luca mette in risalto l´”ansietá”: ció che Gesú prova non é l´inquietudine né la preoccupazione; é l´orrore di fronte a ció che lo attende. La lettera agli Ebrei dice che Gesú piangeva: “Mentre pregava gli scendevano le lacrime dagli occhi”.

Da terra Gesú comincia a pregare. La fonte piú antica raccoglie cosí la sua preghiera: “Abbá, Padre! Tutto é possibile per te; allontana da me questo calice, ma non sia fatto ció che voglio io, ma ció che vuoi tu”. In questo momento di angoscia e abbattimento totale, Gesú ritorna alla propria esperienza originale di Dio: Abbá. Con questa invocazione nel cuore sprofonda fiduciosamente nel mistero insondabile di Dio, che gli sta offrendo un calice cosí amaro di sofferenza e morte. Non gli occorrono molte parole per comunicarsi con Dio: “Tu puoi tutto. Io non voglio morire. Ma sono disposto a ció che tu vuoi”. Dio puó tutto, Gesú non ha dubbi. Dio potrebbe realizzare il suo regno in un altro modo senza bisogno di questo terribile supplizio della crocifissione. Perció gli grida il proprio desiderio: “Allontana da me questo calice. Non mettermela piú vicino. Voglio vivere”. Ci dev´essere un´altra maniera di compiere il progetto di Dio. Poche ore prima, accomiatandosi dai suoi discepoli, egli stesso stava parlando, con un calice tra le mani, della propria consegna totale al servizio del regno di Dio. Ora, nell´angoscia, chiede al Padre di risparmiargli quel calice. Ma é disposto a tutto, perfino a morire, se é questo che il Padre vuole. “Che si faccia ció che tu vuoi”. Gesú si abbandona completamente alla volontá di suo Padre nel momento in cui essa gli si presenta come qualcosa di assurdo e incomprensibile.

Che cosa c´é come panno di fondo di questa preghiera? Da che cosa nasce l´angoscia di Gesú e la sua invocazione al Padre? Lo affligge, senza dubbio, dover morire cosí all´improvviso e in modo cosí violento. La vita é il piú bel regalo di Dio. Per Gesú, come per qualsiasi giudeo, la morte é la peggior disgrazia, perché distrugge tutto ció che c´é di buono nella vita e non conduce ad altro che ad una esistenza oscura nello sceol. Forse la sua anima trema ancora di piú al pensiero di una morte umiliante come la crocifissione, considerata da molti come segno di abbandono e perfino di maledizione da parte di Dio. Ma c´é qualcosa di ancora piú tragico per Gesú. Egli morirá senza avere realizzato il suo progetto. Ha vissuto il dono di sé con tanta passione, si é tanto identificato con la causa di Dio, che ora la sua lacerazione é ancora piú orribile. Che cosa ne sará del regno di Dio? Chi difenderá i poveri? Chi penserá a quelli che soffrono? Dov´é che i peccatori troveranno accoglienza e il perdono di Dio?

L´insensibilitá e l´abbandono dei suoi discepoli lo fanno immergere nella solitudine e nella tristezza. Il loro comportamento gli rivela la dimensione del suo fallimento. Ha riunito attorno a sé un piccolo gruppo di discepoli e discepole; con loro ha cominciato a formare una “nuova famiglia” al servizio del regno di Dio; ha scelto i “Dodici” come numero simbolico della restaurazione di Israele; li ha messi insieme a tavola per trasmettere loro la sua fiducia in Dio. Ora li vede a un passo dal fuggire lasciandolo solo. Tutto crolla a terra. La dispersione dei discepoli é il segno piú evidente della sua sconfitta. Chi li riunirá piú, d´ora in poi? Chi vivrá al servizio del regno di Dio?

La solitudine di Gesú é totale. La sua sofferenza e le sue grida non trovano eco on nessuno: Dio non gli risponde, i suoi discepoli “dormono”. Catturato dalle forze di sicurezza del tempio, Gesú non ha piú dubbi: il Padre non ha ascoltato il suo desiderio di continuare vivo; i suoi discepoli fuggono in cerca della propria sicurezza. Egli é solo! I racconti lasciano intravedere questa solitudine di Gesú durante tutta la passione. L´attenzione degli abitanti di Gerusalemme e di quella moltitudine di pellegrini che riempie le strade non é rivolta a quel piccolo gruppo che sará esecutato nelle vicinanze della cittá. Nel tempio tutto é agitazione e indaffararsi. In queste ore, migliaia di agnelli sono sacrificati nel recinto sacro. Le persone si movimentano febbrilmente per concludere gli ultimi preparativi per la cena pasquale. Solo quelli che si imbattono sulla strada nel corteo dei condannati ou passano vicino al Golgota lo notano. Come é abituale nelle societá antiche, sono persone che hanno familiaritá con lo spettacolo di una esecuzione pubblica. Le loro reazioni sono diverse: curiositá, grida, beffe, disprezzo e uno o un altro commento di condoglianza. Dalla croce, Gesú percepisce probabilmente solo rigetto e ostilitá.
Soltanto Luca parla di un atteggiamento piú amabile e compassionevole da parte di alcune donne che, in mezzo alla moltitudine che osserva i condannati nel cammino della croce, si avvicinano a Gesú e piangono per lui.

D´altra parte, un gruppo di discepole di Gesú si trova sulla scena del Golgota “a guardare da lontano” perché i soldati non permettono a nessuno di avvicinarsi ai crocifissi salendo fino alla sommitá della montagnola. Ci sono riferiti i nomi di queste donne coraggiose che rimangono lí fino alla fine. Tutti gli evangelisti coincidono sulla presenza di Maria di Magdala, la donna che tanto ama Gesú. Marco e Matteo parlano di altre due donne: Maria moglie di Alfeo, madre di Giacono Minore e Giuseppe, e Salomé, madre di Giacomo e Giovanni. Solo il quarto evangelista fa menzione della “madre di Gesú”, una sua zia, sorella di sua madre, e “Maria moglie di Clopas”. Benché si sia detto frequentemente che la presenza di queste donne puó essere stata di conforto a Gesú, il fatto é poco probabile. Circondato dai soldati di Pilato e dagli incaricati dell´esecuzione, é difficile pensare che, durante la sua agonia, Gesú abbia potuto notare la loro presenza, obbligate com´erano a rimanere a distanza, sperdute tra le altre persone.

Probabilmente le prime generazioni cristiane non sapevano con esattezza le parole che Gesú puó aver mormorato durante la sua agonia. Nessuno era cosí vicino da poterle raccogliere. Esisteva il ricordo che Gesú era morto pregando Dio e anche che, alla fine, aveva lanciato un forte grido. Poco piú. Quasi tutte le parole concrete che gli evangelisti pongono sulle labbra di Gesú riflettono probabilmente le riflessioni dei cristiani, che poco alla volta vanno meditando piú profondamente sulla morte di Gesú a partire da diverse prospettive, accentuando diversi aspetti della sua preghiera: desolazione, fiducia o abbandono nelle mani del Padre. Non potendo ricorrere a ricordi concreti conservati dalla tradizione, ricorrono a salmi ben conosciuti nella comunitá cristiana, nei quali si invoca Dio da una situazione di sofferenza.

Dobbiamo, quindi, rassegnarci a non sapere nulla con certezza? Sembra abbastanza chiaro che il “dialogo” di Gesú con sua “madre” e con il “discepolo amato” é una scena costruita dal vangelo di Giovanni. Lo stesso dobbiamo dire del “dialogo” tra i due malfattori e Gesú, redatto quasi sicuramente da Luca. D´altra parte, provoca una certa delusione sapere che la preghiera forse piú bella di tutta la relazione della passione é testualmente dubbia.

Secondo l´evangelista Luca, nel momento in cui era inchiodato sulla croce, Gesú diceva: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”. Senza dubbio, fu questo il suo atteggiamento interiore. Lo era sempre stato. Egli aveva chiesto ai suoi di “amare i loro nemici” e “pregare per i loro persecutori”, aveva insistito di perdonare fino a “settanta volte sette”. Quelli che lo conobbero non hanno dubbi che Gesú morí perdonando, ma, probabilmente, lo fece in silenzio, o almeno senza che nessuno potesse udirlo. Fu Luca, o forse un copista del secondo secolo, colui che pose nella bocca di Gesú ció che tutti pensavano nella comunitá cristiana.

Il silenzio di Gesú durante le sue ultime ore é sorprendente. Tuttavia, alla fine, Gesú muore “lanciando un forte grido”. Questo grido inarticolato é il ricordo piú sicuro della tradizione. I cristiani non lo dimenticarono mai. Tre evangelisti mettono, inoltre, sulla bocca di Gesú moribondo tre parole diverse, ispirate in altrettanti salmi: secondo Marco (=Matteo) Gesú grida con forza: “Mio Dio, mio Dio! Perché mi hai abbandonato?” Luca, peró, ignora queste parole e dice che Gesú gridó: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. Secondo Giovanni, poco prima di morire, Gesú dice: “Ho sete” e, dopo aver bevuto l´aceto che gli hanno offerto, esclama: “Tutto é compiuto”. Che cosa possiamo dire di queste parole? Furono pronunciate da Gesú? Sono parole cristiane che ci invitano a penetrare nel mistero del silenzio di Gesú, rotto solo alla fine dal suo grido sorprendente?

Non é difficile capire la descrizione che ci viene presentata da Giovanni, l´evangelista piú tardivo. Secondo la sua visione teologica, “essere innalzato in croce” é per Gesú “ritornare al Padre” ed entrare nella sua gloria. Per questo la sua relazione della Passione é la marcia serena e solenne di Gesú verso la morte. Non c´é angoscia, né spavento. Non c´é resistenza a bere il calice amaro della croce: “Il calice che il Padre mi ha offerto, forse che non lo berró?” La morte di Gesú non altro che il coronamento del suo desiderio piú profondo. Cosí lo esprime: “Ho sete”: voglio terminare la mia opera; ho sete di Dio, voglio entrare al piú presto nella sua gloria”. Per questo, dopo aver bevuto l´aceto che gli offrono, Gesý esclama: “Tutto é compiuto”. Egli é stato fedele fino alla fine. La sua morte non é la discesa allo sceol, ma il suo “passaggio da questo mondo al Padre”. Nelle comunitá cristiane nessuno lo metteva in dubbio.

É facile capire la reazione di Luca. Il grido angoscioso di Gesú, che si lamenta con Dio per il suo abbandono, é troppo duro per l´evangelista. Marco non aveva avuto nessun problema a metterlo sulla bocca di Gesú, ma forse qualcuno avrebbe potuto interpretarlo male. Allora, con grande libertá, lo ha sostituito con altre parole, secondo lui piú adatte: “Padre, nelle tue mani abbandono la mia vita”. Era necessario chiarire bene che l´angoscia vissuta da Gesú non avrebbe annullato in nessun momento il suo atteggiamento di fiducia e abbandono totale al Padre. Niente e nessuno aveva potuto separarlo da lui. Al termine della sua vita, Gesú si consegnó fiducioso a questo Padre che era stato all´origine di tutta la sua opera. Luca voleva che questo fosse chiaro.

Tuttavia, nonostante le sue riserve, il grido conservato da Marco “Eloi, Eloi, lema sabactani!” ossia “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato” é, senza dubbio, il piú antico nella tradizione cristiana e potrebbe rimontare a Gesú stesso. Queste parole, pronunciate in aramaico, lingua materna di Gesú, e gridate in mezzo alla solitudine e all´abbandono totale, sono di una sinceritá schiacciante. Se Gesú non le avesse pronunciate, qualcuno nella comunitá cristiana avrebbe osato metterle sulle sue labbra? Gesú muore in una solitudine totale. É stato condannato dalle autoritá del tempio. Il popolo non lo ha difeso. I suoi sono scappati. Intorno a lui ascolta solo scherni e disprezzo. Nonostante le sue grida al Padre nell´orto degli ulivi, Dio non é sceso in suo aiuto. Il suo amato Padre lo ha abbandonato ad una morte umiliante. Perché? Gesú non chiama Dio col titolo di Abbá, Padre, la sua espressione abituale e familiare. Lo chiama Eloi, “mio Dio”, come tutti gli esseri umani. Mio Dio! Dio continua ad essere il suo Dio nonostante tutto. Gesú non mette in dubbio la sua esistenza né il suo potere di salvarlo. Si lamenta del suo silenzio: dov´é? Perché sta zitto? Perché lo abbandona proprio ora, quando ha piú bisogno di lui? Gesú muore nella notte piú buia. Non entra nella morte illuminato da una rivelazione sublime. Muore con un “perché” sulle labbra. Tutto rimane, ora, nelle mani del Padre. (“Jesus” – aproximação histórica – de José Antonio Pagola, editora Vozes – pag. 466 e 476-484 – traduzione in proprio dal testo portoghese).

E noi, oggi, cosa possiamo fare? Dove sono il potere del tempio e quello dell´impero? Chi sono i condannati alla croce e i discepoli fuggiaschi? Inviate le vostre risposte....per completare questo post. E poi: BUONA PASQUA A TUTTI - e su http://youtu.be/51NQtzjBLIo potete seguire il video di Fabrizio de André, la via della croce.