9 maggio 2010

DENGUE, POLITICA, RELIGIONE, MISSIONE

Foto: il nuovo quartiere "Lago Primavera".

1) La dengue: é il fatto che mi tocca piú da vicino. Nel mio quartiere, infatti, uno dopo l´altro si finisce a letto con febbre alta, vomito e dolori tremendi in tutto il corpo. Il tempo minimo per uscirne é di sei giorni, qualcuno arriva anche ad un mese. I malati perdono il gusto del cibo: tutto quello che mettono in bocca é amaro. Cosí afferma Arcangelo, il piú vicino dei miei vicini, che per una settimana ha passato le notti dormendo poco e male e le giornate girovagando tristemente per casa sconsolato. Gli ha fatto compagnia suo figlio Francisco, pure lui ammalato. Ha 16 anni, é un appassionato di sport, frequenta una scuola di calcio nella capitale ed é solito giocare in strada con gli amici davanti a casa mia, ma la zanzaretta lo ha messo a terra ugualmente. Cosí pure é stata colpita la Grazia: non quella di Dio ma la Maria das Graças, che mi fa le pulizie e lava e stira. Cosí, fino ad ora io non ho avuto niente e sto bene (grazie), ma la casa é piuttosto sporchina.

Per la dengue non c´é cura. Si evita solo con la prevenzione. La gente dá la colpa a uno dei nostri vicini, che si é costruito una palazzina in mezzo alle nostre umili casette e ci ha fatto pure la piscina. Dicono che la trascura, non ci mette il cloro, e perció alleva le zanzare. Chi di voi ha la piscina dietro casa, pratichi una accurata profilassi settimanale. Gli specialisti sostengono che per allevare zanzare "aedes aegipti" ci vuole acqua ferma e pulita, come é il caso della piscina. Il mio piccolo deposito d´acqua non c´entra, perché ci sono i pesci. L´ho chiesto agli ufficiali sanitari del comune, e mi hanno assicurato che tutti i pesci sono ghiotti di larve di zanzara. Ci fanno una festa. A proposito, il comune sostiene che non c´é epidemia, e che fin´ora ci sono stati solo dei casi isolati: 16 in tutto ad Itaberaí, é stato pubblicato su un giornale. Di diverso parere, una dottoressa sostiene di averne accertati con esami di laboratorio, lei sola, 140. Ma basta guardare negli ospedali, che sono pieni di ricoverati con la dengue e ogni giorno hanno la coda di pazienti sospetti di contagio. Mi viene in mente il confronto tra la pubblicitá smisurata alla febbre suina e le spese enormi per vaccinare, mentre di questa che é cattiva davvero quasi non ne parlano, e nemmeno stanziano denaro per disinfettare la zona.

La zanzara aedes é piccolina, ma si vede e si riconosce dai colori. É a striscie bianche e nere come una piccola zebra. Molto piccola, peró furba e vigliacca. Lei non fa come le altre, che si attaccano alle pareti e si puó eliminarle con uno schiaffo. Si nascondono di preferenza sotto la sedia o il tavolino. Sfruttano bene l´informatica e il televisore. Si posano nelle vicinanze, e quando voi siete completamente assorti in internet o nel telegiornale ....zacchete, infilano il loro spillo, a tradimento, nelle parti scoperte. E vi succhiano. Di preferenza sul collo, in gola o intorno alle caviglie. E giá che sono in vena di descrivervi questa malattia, ecco cosa scrive un sito medico di internet a proposito di questa malattia: "La dengue, chiamata anche febbre delle ossa rotte, è una grave malattia infettiva tropicale, qualche volta mortale, causata da un virus che si trasmette da una persona all'altra attraverso zanzare del genere Aedes. E’ endemica in alcune zone dei tropici, soprattutto in Asia (dove sia il clima caldo che l’abitudine di conservare l’acqua dolce in serbatoi o in qualunque altro contenitore comportano il mantenimento di una vasta popolazione di zanzare Aedes aegypti), ma è comparsa in forma epidemica sia in paesi tropicali del Centro e Sud America che temperati". (Quindi siete in pericolo anche in Italia).

2 - In politica il Brasile é in stato di grazia. Vi traduco un testo (propagandistico e superficiale, ma abbastanza indicativo degli umori diffusi) che sta circolando in internet, cosí potrete confrontarlo con le notizie dei vostri giornali: mentre crolla la Grecia, tremano i paesi della UE e stanno male gli Stati Uniti, questo paese governato, per la prima volta nella sua storia di 500 anni, da un ex-elettricista di fabbrica, continua ad andare a gonfie vele, anzi accelera. Tutta fortuna, come dicono alcuni? Probabilmente no. Esiste la possibilitá che un governo nato dalla lotta di popolo stanco di oppressione e di prese in giro, sia meglio di un altro formato da politici di mestiere e votato distrattamente da annoiati spettatori televisivi e consumatori. Anche qui vale il principio de Edmundo (che citeró in seguito), che chi soffre pensa di piú e meglio. Dietro, ci sono sicuramente due visioni opposte: un popolo unito che guarda avanti e vuole costruire, sia pure in mezzo a tante contraddizioni; e un altro, non-popolo di individui rancorosi, spaventati dalla prospettiva di doversi scomodare per fare qualcosa insieme, e che rimpiangono un passato che, per diversi aspetti, é degno di essere dimenticato, ma che essi idealizzano come il paradiso perduto.

6 maggio 2001: a) Il Brasile vive la crisi drammatica dell´energia elettrica e attende il pronunciamento del Presidente Fernando Henrique Cardoso che annuncerá alla Nazione il razionamento.
b) Gionale Folha Online: "Oltre a soffrire per l´aumento delle bollette di energia elettrica, il brasiliano dovrá pure spendere di piú per accendere una candela, in caso di blak-out. Il prezzo sará riaggiustato a causa dell´aumento di 5,5% del costo della paraffina, venduta piú cara dalla Petrobras (ente nazionale del Petrolio, ndt) dall´ultimo primo di maggio.
c) Un incidente nella piattaforma P-36, che é esplosa e affondata nel Bacino di Campos il 20 marzo scorso, ha causato 11 morti e ha ridotto la produzione nazionale di petrolio ad 84.000 barili al giorno. L´Agenzia Nazionale del Petrolio afferma che l´incidente é stato provocato dalla "non conformitá nei procedimenti operazionali di manutenzione del progetto" da parte della Petrobras.


d) Folha On line: "Se gli aumenti delle bollette non basteranno a ridurre il consumo di energia elettrica, i brasiliani potranno rimanere senza energia fino a 4 ore al giorno al buio".

6 maggio 2010: a) Il governo annuncia il Plano Nacional da Banda Larga per garantire l´accesso all´alta velocitá di internet a 40 milioni di abitazioni entro il 2014; la statale Telebrás é capitalizzata per farsi carico del comando della rete di trasmissione.
b) Il governo crea la Eximbank per stimolare le esportazioni e definisce gli incentivi fiscali con restituzione rapida di contributi per spingere le vendite brasiliane all´estero.
c) L´industri di macchine ed equipaggiamenti registra il suo record storico in marzo, con un fatturamento di 7,2 miliardi di reali.
d) IBGE: la crescita del 18% della produzione industriale nel primo trimestre, rappresenta la maggiore espansione trimestrale dall´inizio di questa serie storica, nel 1991.
e) La Petrobrás si prepara a realizzare una mega-capitalizzazione destinata a investimenti dell´ordine di 174 miliardi di dollari nello sfruttamento delle riserve di petrolio brasiliane del pré-sale, la principale scoperta di petrolio del mondo degli ultimi decenni.
f) L´opposizione al Congresso boicotta la votazione di regole destinate a garantire la sovranitá nazionale nel controllo dei nuovi giacimenti.
g) José Serra, ex- ministro della Sanitá e della Pianificazione Economica durante il governo di FHC, si presenta di nuovo come candidato delle forze anti-Lula alla Presidenza della Repubblica, questa volta con una dimensione regionale: il tucano (affiliato al PSDB, ndt), afferma che il Mercosul é una farsa; vuole impedire l´adesione del Venezuela al blocco e mostra segni di ritorno alla diplomazia di FHC di allineamento con gli Stati Uniti d´America.

P.S: Un´altra notizia politica di questi giorni, che ci interessa, é il dibattito parlamentare sulla proposta "scheda pulita", per la quale due anni fa la Chiesa brasiliana fu promotrice di una campagna nazionale di firme (ne furono raccolte un milione e mezzo), e che ora i deputati e senatori stanno vanificando. Bisognerebbe andare tutti a Brasilia a fare sit-in davanti al Congresso, ma chi lo fa? Sono tempi di scarsa passione politica e democratica. La mania nazionale, adesso, é la camminata a piedi...per vivere piú a lungo! Anch´io mi sono adeguato, e la faccio un paio di volte la settimana.

3 - La Chiesa brasiliana celebra il Congresso Eucaristico Nazionale. Si svolgerá a Brasilia dal 13 al 16 maggio prossimo. Coincide con il cinquantesimo di fondazione della cittá di Brasilia. Il primo giorno sará dedicato alla "giornata sacerdotale", in osservanza dell´anno sacerdotale proclamato dal papa. Sono attesi almeno 5 mila preti. Parlerá il cardinale Dom Claudio Hummes, prefetto della Congregazione del clero, che é un brasiliano e di sicuro parlerá al clero anche di sacerdozio. Io non ci vado perché queste manifestazioni di massa mi stancano da morire: ma sul "sacerdozio" é ora di riflettere parecchio, nei congressi e anche collegialmente. La memoria delle virtú fondamentali del Curato d´Ars sono sempre valide, ma il mondo é cambiato e bisogna fare una rilettura del modello di prete per il nostro tempo.

Le letture della messa confermano questa vocazione della Chiesa alla collegialitá e a trovare le risposte ai problemi del proprio tempo. Basti pensare che stiamo scorrendo i vangeli del tempo pasquale, quei capitoli di Giovanni in cui Gesú insistentemente richiama i suoi discepoli ad immedesimarsi nel progetto del Padre, a fare della propria vita un dono totale e ad accettare un cammino tra conflitti e contraddizioni affidandosi allo Spirito del Padre e alla comunione fraterna: "amatevi come il Padre ha amato me ed io ho amato voi". "Lo Spirito vi insegnerá quello che dovete fare". E poi c´é il testo degli Atti degli Apostoli: sorge una conflitto nella comunitá di Antiochia, i giudaizzanti litigano coi pagani convertiti per via della circoncisione, e Pietro e Paolo riuniscono la comunitá a Gerusalemme e decidono: "abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi...." É un programma che richiede una Chiesa collegiale e un "sacerdozio" in cammino in mezzo alla gente, non chiuso nei suoi dogmi e autoritá di magistero. Attento allo Spirito e ai segni dei tempi, aperto alla conversione e al cambiamento dove e quanto ne risulti il bisogno. In definitiva, siamo chiamati a vivere e testimoniare l´amore, che é il "nuovo comandamento". Vi cito anche il postino, che lo descrive meglio di me:

"Vi do un comandamento nuovo, ultimo, definitivo: amatevi gli uni gli altri. Non in qualunque modo, ma “come io ho amato voi”. Nel dono quotidiano, fino ala morte. Così, ogni volta che qualcuno è portato a disperarsi per le sue infedeltá, ecco che gli torna all’udito del cuore l’invito: Ama, perdona, come io ti ho già perdonato. Giuda era appena uscito e, dice il Vangelo, era notte. La notte è quella del tradimento nostro nei confronti del significato di Gesù, quando lo svendiamo per racimolare le nostre trenta monete d’argento; chissà, qualche pezzo di potere, un beneficio o un finanziamento in più per la nostra chiesa, il nostro movimento, la nostra comunità, o anche solo, a livello personale, il nostro gustare una rivincita, coltivare un risentimento e crogiolarci in esso. Snaturando, così, la nostra fede e la testimonianza del Vangelo. Notte anche di Dio, abbandonato e angosciato, nell’abbandono e nell’angoscia dei suoi poveri. Notte, se lo vogliamo, della ritrovato intimità con Lui, che si dispone a rivelarci il suo segreto: la sua croce e la sua morte imminente come culmine della gloria di Dio. Momento, in cui tutto, anche il tradimento di Giuda, la durezza di cuore dei sacerdoti, la crudeltà di Pilato e dei soldati romani, la viltà dei discepoli, tutto cospira a farci conoscere Dio come è: assoluto e incondizionato amore. In quella notte Gesù ci affida questo comandamento, che in realtà è un dono: testimonare, nel nostro amore e perdono vicendevole, il “come è di Dio” il “come dovrebbe essere il mondo. Noi, lo vorremo deludere, scegliendo altro?"

É poca la gente che sa dire o scrivere queste cose, ma ci sono quelli che le sentono per intuizione o per istinto, e le vivono. Di solito sono i poveri e i sofferenti. Per questo motivo ci ricevono, spesso, come un dono dal cielo per aiutarli a risorgere dopo la "morte" del dolore, della perdita, o di una vita quotidiana dura o insignificante. Argelina (i nomi sono tutti fittizi) abita in campagna. Ha perduto una figlia sei mesi fa e un figlio, suicida trenta giorni fa. Lui ha bevuto una miscela di erbicida e veleno per formiche. Accogliendo la gente per la messa, che lei ha chiesto, in casa sua, ha detto: "Ringrazio il padre e tutti voi, é la prima volta che si celebra la messa da me, ed io sono felice, provo una grande gioia, un conforto che voi non immaginate nemmeno, dopo tutto quello che ho passato. Ho sentito il cuore pieno di tenebra e dolore, ma ora vedo una luce perché voi mi mostrate che esiste l´amore!" E un´altra giovane signora, che ha voluto accompagnare me e altre persone in una comunitá rurale per celebrare l´Eucaristia, afferma: "Mi piace la messa in campagna, é tutto cosí vero e cosí vicino a me!" Prima mi aveva raccontato che guadagna la vita vendendo iogurt di porta in porta, sempre a piedi, ad Itaberaí e nelle cittá vicine. "Facciamo cento vendite al giorno, o anche piú. Vendiamo a litri, un litro sono venti iogurt". Probabilmente non ha quasi mai tempo per andare a messa. Pensate un pó che vite, e quanto bisogno hanno di sentirsi amate da Dio.

E poi c´é Edmundo, un camionista che, di tanto in tanto, ha delle rivelazioni direttamente dallo Spirito Santo. Partecipa ad un incontro che noi chiamiamo "Scuola della fede", a cui partecipano pochissime persone (l´ultima volta erano quattro). Lui mi ha raccontato l´ultima lezione che ha avuto dallo Spirito: "Dio vuole perfezionare l´essere umano, ed é per questo che lo ha creato in mezzo alle difficoltá e gli ha messo accanto il male. Perché noi impariamo nel dolore e nella sofferenza. Siamo come le pietruzze, che sfregando tra di loro perdono dei frammenti e si arrotondano. Quando invece si trovano nella terra soffice o accanto al legno rimangono sempre piene di spigoli. Qualche volta Dio ha pietra di noi perché ci mettiamo a piangere e sgambettare, e ci libera da quella prova troppo dura: ma é un favore che si trasforma in un danno per noi, perché significa che non siamo ancora maturi per crescere forti come il suo Figlio Gesú".

4 - La missione: L´altra sera ero ad un incontro in un piccolo gruppo biblico di un quartiere ancora in formazione. Gli abitanti provengono da svariate localitá del paese, da aree agricole o da cittá vicine o lontane, mossi dall´unica ragione della ricerca di un posto per lavorare e di uno spazio per abitare. Si trovano raggruppati lí come per caso. L´integrazione é lenta. La panoramica e la posizione del quartiere sono bellissime, ma per il momento é un luogo desolato che non sembra nemmeno appartenere alla cittá. Le vie senza asfalto e scavate dalle pioggie riversano, ad ogni veicolo che passa, nuvole di polvere rossa sulle case e "dentro". Nel periodo delle pioggie diventano ruscelli o piste di fango. Di notte si ha una bella visione dall´alto di Itaberaí illuminata, ma l´area intorno é quasi buia per via degli ampi spazi ancora incolti tra l´uno e l´altro dei rari lampioni. La comunitá ecclesiale é incipiente. Si riuniscono al massimo quindi o venti persone, in maggioranza donne e ragazzetti. Con loro non si sa che linguaggio parlare e da quali temi partire perché hanno alle spalle esperienze di vita, situazioni, abitudini e culture diversissime anche dal punto di vista religioso.Quella sera erano solo dieci. Abbiamo letto un vangelo delle domeniche di Pasqua, quello di Luca 24, dove Gesú, dopo la risurrezione, mangia pane e pesce coi suoi discepoli sulle rive del lago. Sono rimasti per parecchi minuti in assoluto silenzio.

Oltre a pensare al brano di Vangelo, io li osservavo. C´era la Neusa, che immaginavo afflitta dal pensiero del marito che ha subito un trapianto di rene nei giorni scorsi ed é ancora in osservazione: e dei suoi ragazzi, 12 e 14 anni, ambedue minacciati dal diabete. Poi la Felicita che ha il marito in prigione perché, accecato dalla rabbia perché il genero picchiava sua figlia e la trattava come una bestia, lo ha ucciso a colpi di rivoltella. La Maria, sempre preoccupata perché il suo uomo é sempre in giro per le strade col camion, e lei sola e in ansia, a casa, ad occuparsi dei tre figli. La Joelma, piccola di statura e troppo magra per il peso che deve portare lavorando nelle pulizie dalle sei del mattino fino a tarda sera. E tutte le altre ognuna con la sua croce, perfino i ragazzi. Mi sono chiesto che cosa ci facevano quelle persone lí, e che cosa ci facevo io cosí lontano dal mio mondo? Il primo intervento é stato proprio di un ragazzino, Antonio, che ha commentato: "Mi piace quella frase "le reti non si spezzavano". Avevano preso 150 pesci grandi ma le reti non si sono spezzate. Proprio come noi, che portiamo grandi pesi nella vita ma resistiamo". La signora Neusa ha detto: "Io sono quí perché la comunitá é importante per me, ma non chiedetemi di dire cose sul Vangelo perché una volta ho parlato in una comunitá e quelli che credono di sapere tutto hanno riso di me". Un´altra ha spiegato che Gesú spezzava sempre il pane, gli piaceva mangiare assieme agli altri. La conversazione é caduta presto sulla situazione del quartiere, la gente che non si conosce, le coppie che non osano venire perché sono conviventi, quelli che si visitano e promettono di partecipare ma poi non vengono, chi é cattolico ma non sa nemmeno cosa siano Natale e Pasqua, chi non é stato battezzato, chi é evangelico, e chi non si sa cosa sia ma é sempre pronto ad aiutare il prossimo.

Non si capisce tutto, ma é molto chiaro perché quella gente, che é tornata dal lavoro alle sei di sera e ha fatto il bagno e cenato in fretta, trova poi tempo e forza per andare a leggere il Vangelo in comunitá. C´é un vuoto da colmare, una vita a cui dare un senso, e la ricerca del piacere di stare con gli altri, conoscere i vicini, non restare soli, e rinnovare la speranza e la gioia di vivere. E non é per aiutare questa gente a restare unita vivere nonostante tutto, che Gesú é venuto al mondo? É il senso del Vangelo e della missione.

É anche il senso della vita (la mia e di tanti altri) e della mia presenza qui. Di fatto, oltre all´anomalia di essere ritornato con il permesso dei due vescovi su mia richiesta ma senza un invito e un invio ufficiale, secondo la "logica e ingegneria ecclesiale" quí non c´é piú bisogno di missionari perché questa Chiesa é autosufficiente: ha una trentina di preti, che bastano a "coprire" tutte le parrocchie. (Anche se, dobbiamo dirlo, non sempre questa logica é aderente alla realtá, perché di fatto le comunitá hanno la messa, quando va bene, ogni due mesi e i preti, anche quelli come me che si sforzano di andare nei quartieri piú poveri, hanno pochissimo tempo per farlo). Peró mi sento in perfetta armonia e sintonia con l´invio che leggeremo sui vangeli nei prossimi giorni: "Andate in tutto il mondo. Il Vangelo sará predicato a tutte le nazioni. Lo Spirito Santo, che il Padre vi invierá, vi insegnerá cosa dovete fare".

La notte dopo quella riunione mi é tornato in mente il tempo del seminario, quando cominciai a sognare le missioni e ho provato una sensazione di compiacimento: ho sentito che mi trovavo esattamente in una delle situazioni che sognavo a quindici anni. A quei tempi leggevo libri sulle missioni, guardavo film, ascoltavo missionari che venivano a raccontarci le loro vicende e descriverci i loro popoli, e pensavo: "Seguire Gesú che va verso quelli che cercano la salvezza e che sentono e vivono di piú il bisogno di lui". L´essenza della missione é questa: quella di Cristo, della Chiesa, la nostra, sono per il mondo intero, per tutta l´umanitá. Quelle dieci persone sono state, quella sera, la mia parte nella missione. Anche se la visione di cinquanta anni fa era un pó diversa, e se la Chiesa non ha raggiunto l´obiettivo che si proponeva, di essere pienamente una comunitá "popolo di Dio", di vivere la collegialitá e lo stile evangelico, di incarnarsi nelle lotte dei poveri, di liberarsi dallo spirito mondano, dal carrierismo, dalle diplomazie e alleanze ingombranti coi poteri statali. E anche se, personalmente, ho attraversato diversi periodi di dubbio e ripensamenti, ringrazio lo Spirito Santo, perché a quanto pare mi ha mantenuto dentro ai parametri e al percorso sognato nella mia adolescenza, imparato in seminario e fondamentato nella vita, morte e risurrezione di Gesú Cristo.

5 - ANCORA MISSIONE: ora vi offro la traduzione dell´ultimo capitolo di Yung Mo Sung, che é davvero importante. Vale la pena leggerlo: anch´esso tratta, da un angolo diverso, il tema "missione".

Economia e Vida (XII): Fé, economia e formação - Jung Mo Sung - dal sito Adital.

In quest´ultimo articolo della serie "Economia e vita" voglio proporvi alcune riflessioni sui contributi che la fede cristiana e la teologia possono dare nella costruzione di un sistema socio-economico e socio-politico capace di rendere possibile una vita degna per tutte le persone.
In primo luogo, bisogna avere chiarezza sui limiti della fede e della teologia. La fede é, soprattutto, una scommessa su un modo di vivere e vedere la vita. Essa ci dá il senso al vivere e una prospettiva per capire la vita e il mondo. La Teologia cristiana é una riflessione critica e sistematica sulla vita e sul mondo a partire dalla fede che nella persona di Gesú di Nazaret ci é stato rivelato il "volto" di Dio. Nella misura in cui l´oggetto della riflessione teologica é la vita umana e il mondo - nella prospettiva di cui la fede si fa carico - siamo sempre tentati di trattare tutte le questioni con argomenti religiosi o teologici, senza necessitá di aiuto delle altre scienze. Questo si manifesta, tra gli altri casi, quando vediamo persone di fede che criticano o fanno proposte di economia usanto solo argomenti etici o teologici, senza mostrare un minimo di conoscenza delle scienze economiche. É come se l´economia potesse essere capita solo con il buon senso, le esperienze economiche della vita quotidiana e qualche conoscenza teologica.

Immaginiamo questo problema da un altro angolo. Se un gruppo di economisti emettesse opinioni sul cristianesimo basandosi solo sulle loro esperienze religiose quotidiane e il senso comune sulla religione, senza un minimo di conoscenza, per esempio, della differenza tra linguaggio analitico-descrittivo e linguaggio simbolico, di come la Bibbia fu scritta nel corso di mille anni e della complessa storia dei duemila anni del cristianesimo e altre cose del genere, la comunitá teologica non prenderebbe sul serio quel gruppo. Per capire la tradizione biblico-cristiana bisogna conoscere almeno un poco gli strumenti teorici che ci danno una visione adequata dell´argomento, al di lá della conoscenza immediata o del senso comune. La stessa cosa vale per l´economia.

Questo non significa che le persone di fede che non hanno conoscenza delle scienze economiche non possano o non debbano emettere nessun commento o giudizio sull´economia. Al contrario, La fede deve incidere su tutti gli aspetti della vita, anche in campo economico, e per questo essa deve spingerci a difendere i diritti e la giustizia a favore dei poveri. Mostrando cosí che il senso della vita consiste nel vivere in una comunitá in cui c´é posto per tutti e tutte, non nell´accumulazione delle ricchezze. É questo il contributo principale che possiamo dare. Peró, dobbiamo riconoscere che la fede ci dá lo spirito di questa lotta, ma non ci offre le strategie concrete o le risposte adeguate per le questioni operative dell´economia o della politica. Se non distinguiamo bene le specificitá della teologia e delle scienze economiche e sociali, corriamo il rischio di trasformare la teologia in una sociologia di seconda categoria. Per evitare questo rischio e anche per separare la fede e la teologia dai problemi concreti e reali delle persone e della societá, la teologia deve dialogare con l´economia e le altre scienze del sociale e della vita. Questo é il secondo punto.

In terzo luogo, affinché i leader cristiani, operatori pastorali e teologi/teologhe, possano esercitare in modo piú efficiente la missione di annunciare la buona novella ai poveri, abbiamo bisogno di superare la tendenza che esiste nell´area di formazione, di chiudersi "dentro" al campo religioso, per l´affermazione delle dottrine religiose (compresa la dottrina sociale) della Chiesa. Bisogna assumere la formazione teologica-pastorale come un mezzo (indispensabile, ndt) per la missione nel mondo. E per attuare e dialogare col mondo, lo studio delle scienze economiche e sociali deve far parte della formazione teologica-pastorale e dell´educazione permanente. Non per formare economisti o sociologi, ma per formare operatori pastorali e teologi-teologhe capaci di pratiche e di riflessioni teologiche rilevanti e pertinenti nel mondo di oggi.

In veritá, questa logica é giá esistente da molto tempo in altre aree della formazione teologica. Per capire la dottrina cattolica della transubstanziazione, che accade nella consacrazione eucaristica, gli studenti di teologia imparano anche il pensiero filosofico sulla sostanza e l´accidente, cosí come per studiare e praticare la direzione spirituale é necessario imparare le nozioni basiche della psicologia. La sfida posta dalla Campagna della Fraternitá di costruire un sistema economiche che renda possibile una vita degna per tutti e tutte non dev´essere una proposta in piú fra tante altre, che per il fatto di essere troppe finiscono per essere dimenticate o riposte in secondo piano. La vita é il piú grande dono che abbiamo ricevuto da Dio, e "la vita in abbondanza per tutti e tutte" é l´obiettivo piú importante della missione di Gesú e della sua Chiesa.



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2 maggio 2010

LA VITTORIA É CERTA

Foto: immagini delle piú recenti messe in due comunitá rurali (Corrego Branco e Pastinho).

"la vittoria é certa!"

Dicono che sia una frase del teologo tedesco Bonhoeffer. L´avrebbe scritta quando era rinchiuso in un campo di concentramento nazista. Parole che sono una esplosione di fede pasquale, ispirata dalla morte e resurrezione di Gesú Cristo, il Giusto, che sentiva vicino a sé in quella situazione apparentemente disperata. Equivalgono a quelle, parafrasate dal Libro della Sapienza, "il giusto é immortale", che ha titolato uno dei miei post anteriori. E rievocano la beatitudine: il perseguitato per la giustizia appartiene giá, fin d´ora, al Regno dei cieli. Le forze del male non vinceranno!

É uscito, fresco di stampa, il libretto di preparazione alla "Romaria dos Mártires" della Diocesi di Goiás, che avverrá il 23 ottobre prossimo nella cittá di Carmo do Rio Verde. Contiene una breve storia di Nativo da Natividade, che traduco per voi (é scritto un pó maluccio, ma avrete pazienza: i lavoratori rurali non sono tutti letterati!). É preceduta da una lista di quasi 60 vittime assassinate in questa Diocesi e nel resto dello Stato di Goiás, negli anni 70-80, per la causa della giustizia. Tre solo ad Itaberaí. Molti di loro, probabilmente, non avrebbero nemmeno saputo verbalizzare il loro sentimento di coraggio e il loro dono di sé che li identificava con Gesú crocefisso: non erano teologi come Bonhoeffer, ma lavoratori dei campi. Alcuni, puó darsi, non erano tanto sicuri della loro fede.Tuttavia le loro vite e le loro morti parlano, e l´annuncio é il medesimo, pasquale. Siamo ben lontani dall´atteggiamento passivo di tanti che predicano la rassegnazione: "Sopportate l´ingiustizia, questo mondo e le cose materiale non contano niente. Avrete un premio dopo, nell´altra vita!" Loro hanno sopportato sí, ma per cambiare questo mondo, questa vita, come ha fatto Gesú!

Ai critici e agnostici del nostro tempo non mancano di certo buone ragioni, o pretesti, per mettere in discussione il cristianesimo. Noi stessi, i cristiani, glieli forniamo. In molti ambienti é necessario, probabilmente, ricominciare quasi da capo l´evangelizzazione offrendo una rilettura del "mistero della salvezza" assai piú aderente alla vita reale e piú fedele al Nuovo Testamento. Intanto, peró, molti tra i "piccoli" del Vangelo hanno giá capito e accolto la "rivelazione" nel modo giusto. Non ci sono solo i martiri che versano il sangue. Ci sono i martiri della povertá, delle malattie, delle calamitá, della cattiveria umana. Noi non abbiamo idea di quante persone, quotidianamente, muoiono sopraffatte dal male e risuscitano per la forza di questa fede senza nemmeno rendersi conto di essere portatrici di un´esperienza pasquale. Ne incontro parecchie, quasi ogni giorno, e ogni volta rimango sorpreso della forza che puó dare la fede in Cristo. Se non fossero casi molto personali e delicati ve ne racconterei qualcuno da farvi andare in pelle d´oca. Ma passiamo al testo dei martiri di Goiás.

"Nativo da Natividade de Oliveira nacque a Doresopolis, Minas Gerais, il 20 novembre 1953. Figlio di Benedito Rodrigues de Oliveira e Laurita de Oliveira, fin dalla sua infanzia, Nativo era ammirato dai compagni per la sua capacitá di inventare e costruire i suoi scherzi. Nel 1961, la sua famiglia emigró in Goiás e si stabilí nella fazenda Rainha da Serra, nella zona rurale del comune di Carmo do Rio Verde. Nel 1967, a 14 anni, perdette la madre. Nel 1971 conobbe Maria di Fatima Marinelle, con cui si sposó nel 1972, nella Chiesa Parrocchiale di Uruana. Da questo matrimonio nacquero i suoi due figli: Luciene Rodrigues de Oliveira ed Eduardo Rodrigues de Oliveira.

Nel 1973, Nativo comincia il suo lavoro nelle Comunitá Ecclesiali di Base (Cebs), attuando come catechista nella preparazione dei giovani al sacramento della Cresima. Intorno al 1975, Nativo conosce Dom Tomás Balduino durante una delle celebrazioni del Primo Maggio in una comunitá rurale. Dom Tomás riconosce in Nativo la capacitá di leader e il desiderio di una societá piú giusta per tutti e lo convince a partecipare al movimento sindacale. Assumendo la lotta, egli aiuta nella fondazione del Sindacato dei lavoratori rurali di Uruana, nella forma voluta, in cui i lavoratori rurali erano quelli che comandavano il Sindacato.

Nel 1979, Nativo é costretto a lasciare i campi per la sua visione rivoluzionare e per la sua difesa della Riforma Agraria, e passa ad abitare nella cittá di Carmo do Rio Verde allo scopo di organizzare il movimento di lotta della classe lavoratrice nell´ambiente rurale. Insieme ad Adão Rosa e altri, lanciano la composizione elettorale di opposizione nel Sindacato dei Lavoratori Rurali del comune, che in quel tempo era considerato "pelego" (traditore dei lavoratori e alleato del governo e dei padroni). Senza esperienza e senza struttura, la loro composizione di opposizione é sconfitta. Tuttavia Nativo non desistette, e continuó nella lotta, sostenuto sempre da sua moglie. In quello stesso periodo egli perdette il padre.

All´inizio degli anni 80, insieme ad Adão Rosa e altri compagni, Nativo collaboró alla fondazione del Partido dos Trabalhadores (PT) in Goiás, e delle Conferenze della Classe Lavoratrice (CONCLAT), che divennero poi l´embrione della Centrale Unica dei Lavoratori (CUT), fondata tre anni dopo la nascita del PT, con Nativo nei suoi quadri di dirigenti in Goiás. Nativo non tralasciava la sua attivitá di lavoro nei campi e di muratore, col quale sostentava la famiglia, poiché il lavoro di militante era volontario. Sentendo la necessitá di aiutare nel reddito familiare, sua moglie cominció a lavorare come tagliatrice di canna da zucchero. In quel periodo Nativo conosce persone che piú tardi si metteranno in vista sulla scena nazionale, tra le quali Luís Inácio Lula da Silva, il "LULA", oggi presidente della Repubblica.

Nel 1981 Nativo e Adão Rosa lanciano di nuovo la composizione di opposizione nelle elezioni sindacali, questa volta con un´organizzazione migliore e con un lavoro ben fatto ottengono la vittoria, una vittoria dei lavoratori per i lavoratori. Nella sua presa di possesso, il sindacato é preso dai suoi amici e compagni, familiari e simpatizzanti con una festa che attraversó la notte. Le persone detentrici di prestigio e potere della cittá, assieme ai padroni di distillerie di alcool da canna da zucchero, si videro minacciati nei propri interessi e cominciano le persecuzioni, con l´obiettivo di scoraggiare la leadership di Nativo e indebolire il movimento.

Nel maggio del 1982, Nativo organizza la prima visita di Lula nello Stato di Goiás, con un passaggio a Carmo do Rio Verde e a Goiania. La visita di Lula aveva come scopo raccogliere firme per registrare formalmente il PT nello Stato di Goiás e fu vista come un affronto ai potenti, un segno di forza del movimento. Nelle due concentrazioni politiche a cui Lula prese parte, a Carmo e Goiania, Nativo e i suoi compagni erano disposti a difenderlo in tutte le forme possibili, affinché niente di male gli accadesse, se fosse stato necessario avrebbero dato la loro vita, tale fu la situazione grave che si trovarono ad affrontare. Quello stesso anno egli organizza il trasloco del suo piú recente amico e compagno Martinho, da Mossamedes a Carmo do Rio Verde.

L´ascensione di Nativo nel movimento sindacale e nel PT, cosí come la sua influenza sui lavoratori rurali, passó a dare fastidio ai potenti della cittá e della regione, che cominciarono a perseguitarlo. Durante una concentrazione pubblica dei lavoratori in sciopero, Nativo fu arrestato dalla polizia di Carmo do Rio Verde su ordine del delegato del momento, il Sig. José Terra, in obbedienza ai potenti locali. Le sorelle (suore, ndt) Paula Camata e Margarida (parroche della parrocchia di Nossa Senhora do Carmo), il Padre Antonio Mota, Henrique Mota, Adão Rosa e diversi lavoratori quella notte vegliarono alla porta della prigione per impedire che Nativo fosse torturato o addirittura minacciato di morte dai poliziotti.

Anche dopo questi fatti, Nativo non si lasció intimidare e continuó il lavoro di coscientizzazione e organizzazione dei lavoratori. Dopo questi avvenimenti i suoi amici si misero a prendere misure di cautela nei suoi confronti, evitando di lasciarlo solo e nascondendolo per qualche tempo. All´inizio dell´85, arrivano di nuovo le elezioni sindacati, e la composizione di Nativo, Adão Rosa e Martinho concorre alla rielezione contro il sig. João Olaia, lo stesso che avevano sconfitto nelle elezioni precedenti, e che era sostenuto dai fazendeiros. Allo scrutinio dei voti la composizione di Nativo vince con una maggioranza schiacciante, quasi del 70% dei voti. Si confermava lí la nascita di un leader che sognava un mondo senza oppressi e oppressori. Fu la goccia d´acqua per i potenti che si videro sconfitti, poiché sostenevano apertamente l´altro candidato.

Nativo e Adão componevano anche, e cantavano, canzoni di liberazione, e una di queste diceva: "Lavoratori che faticano lá nei campi - lavoratori che si arrabattano in cittá - facciamo tutti insieme un movimento - per ottenere libertá con la lotta". Una allusione al movimento delle "Diretas Já". (Ndt: a quei tempi governava la dittatura militare, i presidenti della Repubblica erano nominati dallo Stato Maggiore dell´esercito, e il movimento "diretas já" fu un movimento popolare di massa che costrinse l´Esercito a restituire il governo ai civili e alla democrazia). La nuova presa di possesso di Nativo fu nel giugno dell´85. Da allora in poi, insieme ai suoi amici, continuano il lavoro e cominciano ad essere esempio per i compagni di altre cittá, dove iniziano a formarsi opposizioni sindacali e a lottare per lo stesso scopo. Nativa partecipa in modo decisivo alle elezioni sindacali del Sindacato di Jussara, e anche lí l´opposizione sindacale riesce a vincere e sconfiggere i "pelegos".

Tutto si calma. Nativo cambia comportamento, sembrava che sapesse della sua fine. Senza minacce, tutto era calmo, molto calmo, fin troppo calmo, e dopo la calma arrivó la tempesta. Il giorno 23 ottobre 1985, verso le 19,30, Nativo, un sogno sognato da molti, é fucilato con 5 spari a bruciapelo da dentro di una maggiolino di fronte al Sindacato dei Lavoratori rurali di Carmo do Rio Verde, senza possibilitá di difesa. In quel momento Nativo era solo. Quando arrivó aiuto era giá tardi, non c´era ritorno. Nativo che aveva lottato tanto, in quel momento rimase indifeso e senza forze per reagire. Il suo sangue versato servirá di alimento per quelli che sognano e lottano per un mondo migliore".

(Scritto da Eduardo Rodrigues de Oliveira, 26 febbraio 2010).

Preghiera de martiri della "Caminhada" - di Mons. Pedro Casaldáliga, vescovo di São Félix.

Dio della vita e dell´amore, Santa Trinitá - in fratellanza con i martiri della "Caminhada" della nostra America - vi lodiamo e ringraziamo - per la forza che avete versato nei loro cuori - perché dessero la vita e la morte - per la vita, nell´Amore.

Come Gesú, furono fedeli fino alla fine - e diedero la prova maggiore. - Per lui e con lui - vinsero il peccato, la schiavitú e la morte - e vivono gloriosi, sono una pasqua nella Pasqua.

Versate pure in noi il vostro Spirito - di unitá, fortezza e gioia - affinché diamo totalmente le nostre vite - per la causa del vostro Regno.

Per questi molti fratelli e sorelle - testimoni pasquali. - Per Maria, la madre del Testimone fedele. - E per lo stesso Gesú Cristo - il Crocefisso Risorto - Primogenito vincitore della Morte. Amen, Axé, Awere, Alleluia!

26 aprile 2010

SEGNI DEI TEMPI?

Foto: é svelato il mistero del fiorellino, si chiama lisiantum. Nessuno ha vinto il gelato, l´ho scoperto presso un fioraio.

Dal sito: statusecclesiae.net

Venite a me, voi che siete oppressi

Fra Timothy Radcliffe al clero di Dublino, dicembre 2009
Fonte: Il Regno

«Quella attuale è una crisi tremenda per la Chiesa... È... molto più che la crisi delle violenze sessuali perpetrate su dei minori da parte di alcuni sacerdoti e religiosi. E' la crisi di tutta la concezione del sacerdozio e della vita religiosa» nella Chiesa: sono nette le parole che Timothy RadcIiffe, già maestro generale dei domenicani, usa per rileggere i recenti avvenimenti che hanno colpito la Chiesa, quella irlandese in particolare (cf. qui a p. 193). Lo fa rivolgendosi ai sacerdoti della diocesi di Dublino durante un ritiro spirituale dello scorso dicembre. «E una crisi trentenda per la Chiesa, ma reca con sé una promessa e una benedizione». Infatti, i tanti e complessi fattori in gioco sono riconducibili a un modello di «potere che si trova alla radice della crisi delle violenze sessuali: la violenza del potere esercitata ai danni dei piccoli e dei vulnerabili». Ma questo non è «il potere di Gesù, che era mite e umile di cuore». Pertanto, conclude il domenicano, «non avremo una Chiesa sicura per i giovani finché non... diventeremo di nuovo una Chiesa umile in cui siamo tutti pari, figli dello stesso Padre».

E' per me un grande privilegio, oltre che un onore, esser qui con voi oggi. Avevo già avuto il piacere, un paio d'anni fa, di guidare un ritiro per il clero dell'arcidiocesi, e sono felice di essere di nuovo con voi. È un periodo estremamente duro per la Chiesa sia in Inghilterra sia in Irlanda, ma per voi in questi giorni lo è ancor di più, ed è questo che vi spinge· a riunirvi in preghiera.

Mi è stato detto che il tema di questi giorni è: «Venite in disparte e riposatevi un po'». (cf. Mc 6,31). Perciò ho pensato che avrei fatto una meditazione su quel brano di Matteo tutto dedicato al tema del riposo: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero» (Mt 11,28-30). E quindi spero che si tratterà di una chiacchierata riposante; vi chiedo solo il favore, se schiacciate un sonnellino, di non russare!

Buona crisi
Gesù dice ai suoi discepoli: «Venite a me». Si tratta di un invito all'intimità. I discepoli vengono invitati a riposare nella sua amicizia. Ed è questo che vorrei approfondire un poco: come, in un periodo così duro, possiamo riposarci nell'amicizia del Signore.

E una crisi terribile per la Chiesa, non solo in Irlanda ma anche in Gran Bretagna, in America e in Australia. Ma sono fermamente convinto - e lo dissi nel Corso di quel ritiro - che la crisi è una possibilità che ci viene data per avvicinarci a Dio. La peggior crisi mai conosciuta da Israele fu la distruzione del Tempio, la fine della monarchia e l'esilio a Babilonia, nel VI secolo a.C. Israele perdette tutto quello che costituiva la sua identità: il culto, la nazione, il re. Ma scopri così di avere Dio più vicino di quanto non lo fosse mai stato. Dio era presente nella legge, sulle-loro bocche e nei loro cuori, ovunque fossero, per quanto lontani da Gerusalemme.

Mentre stavo preparando queste riflessioni, lunedì scorso, all'ora media abbiamo cantato: «La mia delizia sarà nei tuoi comandi, che io amo. Alzerò le mani verso i tuoi comandi che amo, mediterò i tuoi decreti» (Sal 119,47-48). Perdettero Dio solo per riceverlo più vicino di quanto potessero immaginarsi.

E poi comparve quell'uomo scomodo, Gesù, a infrangere l'amata legge, a mangiare nel giorno di sabato, a toccare gli impuri, ad abitare con le prostitute. Sembrava che cercasse di fare a pezzi tutto quello che essi amavano, il modo stesso della presenza di Dio nelle loro vite. Ma fu solo perché Dio desiderava essere presente in un modo ancor più intimo, come uno di noi, col volto di un uomo. E a ogni eucaristia ci ricordiamo di come fu necessario che lo perdessimo. Ma, di nuovo, solo per riceverlo ancor più da vicino, non come un uomo fra noi ma come la nostra stessa vita.

Questa ultima crisi è un tempo che ci viene dato per scoprire Gesù ancor più vicino a noi di quanto avessimo mai immaginato. E una crisi causata dalle mancanze che noi stessi abbiamo compiuto in quanto Chiesa, ma Dio può farne una benedizione se la viviamo nella fede. E dunque possiamo stare tranquilli. Dopo avervi insistito sopra come faccio di solito, un mio confratello americano mi ha fatto una maglietta con su scritto «Buona crisi». Volevo indossarla per voi, oggi, ma si è inopinatamente ristretta e non riesco più a entrarci dentro!

Quando ero un giovane studente alla Blackfriars, la comunità domenicana di Oxford, il convento fu attaccato da un gruppo di destra, irritato per il nostro impegno su tematiche di sinistra. In due diverse notti piazzarono delle piccole cariche esplosive, che fecero un sacco di rumore e ruppero qualche finestra. Tutta la comunità venne tirata giù dal letto, tranne il priore. Mi divertii parecchio a scoprire l'abbigliamento notturno dei miei confratelli: chi portava il pigiama, chi i boxer, chi niente... Arrivarono la polizia e i vigili del fuoco. Mi decisi infine ad andare a svegliare il priore. «Svegliati, Fergus, il convento è stato attaccato!». «Ci sono dei morti?». «No». «Ci sono dei feriti?». «No». «Bene, allora lasciami dormire e ci penseremo domattina». Fu la mia prima lezione di leadership! Cristo è il vincitore. Possiamo stare tranquilli, qualsiasi cosa accada.

Dunque la domanda che ci dobbiamo porre oggi è: in che modo poter vivere questa crisi come un tempo di benedizione e di vita nuova? Teniamo davanti agli occhi quel che dice Gesù, e vediamo cosa ci suggerisce: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro».

Nelle due scorse settimane, forse molti di voi si sono sentiti piuttosto affaticati e oppressi. Forse avete avvertito sulle spalle il peso dello scandalo delle violenze e il fatto che molti vescovi per decenni hanno mancato di affrontarlo. Forse vi siete sentiti con le spalle al muro per la rabbia della stampa e per quella di alcuni parrocchiani, e - cosa ancor peggiore - per la loro triste e partecipe delusione. Ovunque abbia tenuto delle conferenze in Inghilterra in questi giorni, ne sono ritornato estenuato a motivo della rabbia contro la Chiesa.

«Sei stato tu!»
Come possiamo portare tutto questo al Signore, così che egli possa toglierci un carico così pesante? Bene, egli dice: «Venite a me voi tutti che siete così gravati». Voi tutti. Significa che andiamo a lui insieme a tutti quelli che hanno un peso sulle spalle. Dobbiamo andare a lui insieme a quelli che portano il carico più pesante di tutti: quanti hanno subito le violenze. Se dobbiamo avvicinarci ancor più a Gesù, allora dobbiamo aiutarli a portare il loro carico. Sembrerà per noi un peso ulteriore, ma alla fine ci toglierà dalle spalle anche il nostro carico.

Devo ammettere che questo mi fa paura. Temo la rabbia e le ingiurie di quelli ai quali abbiamo inferto violenza. Quando li sento parlare alla radio o alla televisione, riesco a stento a resistere: voglio spegnere. Ma l'amicizia con il Signore comporta che, in qualche modo, dobbiamo vacillare insieme, portando il loro peso, la loro rabbia e le loro ingiurie; la delusione e la sofferenza del popolo di Dio. E persino il gravoso peso dei nostri confratelli che hanno esercitato violenze su minori. Dobbiamo aiutarli a portare il loro peso. Se ci caricheremo sulle spalle i pesi gli uni degli altri, allora il Signore ci darà ristoro.

Nel Vangelo di Luca, durante l'ultima cena, Gesù dice ai disccpoli: «Perché io vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: E fu annoverato tra gli empi. Infatti tutto quello che mi riguarda volge al suo compimento» (Lu 22,37).

Se siamo chiamati a riposare nell'amicizia di Gesù, è segno che probabilmente ci ritroviamo nell'elenco dei trasgressori. Una fantastica suora domenicana irlandese mi ha riferito di essere andata a una grande riunione di famiglia, con centinaia di parenti. E che c'era un grande albero genealogico, e sotto a ciascun nome la lista dei discendenti. E che sotto il suo nome e sotto quello di un cugino prete c'era un punto interrogativo. Come a dire: «Non sappiamo cosa hai combinato... ».

Una volta, a New York, il padre provinciale mi chiese d'incontrare un uomo che dichiarava di aver subito violenza da un domenicano morto da tempo. Ho passato con lui e con sua moglie un'ora d'inferno, poiché in sostanza gridava: «Sei stato tu». Eravamo esattamente coetanei. Ma all'epoca dei fatti non avevo sentito nemmeno parlare dei domenicani. Fui tentato di gridare più forte: «Questo non ha niente a che fare con me». E c'è la tentazione di aggrapparsi a dati più consolanti, come le indagini svolte in Inghilterra e negli Stati Uniti, che mostrano che in effetti gli altri ecclesiastici tendono a trasgredire più spesso dei sacerdoti cattolici, sebbene tutti sparino contro di noi.

Lo scrollarci di dosso il gravoso peso del sentirsi giusti ci consentirà di riposare. E così faticoso dover fingere di essere santi ventiquattro ore al giorno. I santi spesso raccontano quali orribili peccatori sono, e questa mi è sembrata spesso una cosa folle! Che improntitudine! Ma naturalmente, sapevano di essere solidali con la massa dei peccatori comuni.

L'arcivescovo Rembert Weakland, che fu costretto a dimettersi a causa di uno scandalo a base di sesso e di soldi, scrive nella sua autobiografia quale genere di sollievo la crisi gli aveva donato. Osserva che santa Teresa di Lisieux «una volta scrisse che voleva presentarsi davanti a Dio a mani vuote. Per quanto mi riguarda, ora penso di sapere che cosa intendesse con quell'espressione. Ho imparato quanto la mia stessa natura umana è fragile, quanto ho bisogno dell'abbraccio amorevole di Dio» (A Pilgrim in a Pilgrim Church: Memoirs of a Catholic Archbishop, Cambridge 2009, 5).

H.G. Wells scrisse un breve racconto sul giudizio universale. Un formidabile peccatore, il re Acab, antico avversario di Elia, sta seduto sul palmo della mano di Dio per essere sottoposto a giudizio. E strilla e cerca di fuggire mentre l'angelo della giustizia dà lettura di tutti i suoi peccati, finché in conclusione si rifugia nella manica di Dio, dove trova riparo. Poi giunge un santo profeta, forse Elia, e siede anch'egli nel palmo della mano di Dio, e si dispone ad ascoltare compiaciuto la lettura delle sue buone opere. Ed ecco che l'angelo della giustizia tira fuori delle cose disgustose.

«Meno di dieci secondi dopo - prosegue il racconto - anche il Santo stava correndo avanti e indietro sul grande palmo della mano di Dio. Meno di dieci secondi. E alla fine anch'egli gridò, sopraffatto da quell'impietosa e cinica esposizione (dell'angelo della giustizia), e lui pure fuggì, alla stessa maniera del Malvagio, nell'ombra della manica. E i due sedevano fianco a fianco, spogliati dei loro fantasmi, all'ombra della tunica della carità di Dio, come fratelli. E anch'io fuggii là a mia volta». Portiamo dunque i fardelli gli uni degli altri, delle vittime, di chi ha perpetrato le violenze, del popolo di Dio. Abbandoniamo il gravoso peso con cui tentiamo di puntellare la nostra rettitudine e cerchiamo ristoro dentro la manica di Dio, insieme a tutte le altre povere canaglie.

«Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me (...). Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero». Il giogo di cui parla Gesù è la sua Legge. Nell'Antico Testamento (cf. Sir 51,26) e nel giudaismo rabbinico, era la Torah il giogo cui venivamo vincolati. E il contrasto è nei confronti dei farisei, che legano «fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito» (Mt 23,4). Diversamente da quello dei farisei, il giogo di Gesù è leggero.

Se pensiamo alla nostra stessa amata Chiesa negli ultimi secoli, sembra che siamo stati più simili ai farisei, perché abbiamo posto dei pesanti fardelli sulle spalle della gente. Spesso questi carichi sono stati associati al comportamento sessuale. Abbiamo detto alle famiglie che hanno molti figli che non è consentito alcun genere di contraccezione, e ai giovani che non possono permettersi di sposarsi che il loro comportamento sessuale dev'essere posto sotto stretto controllo - un bacio non duri più di dieci secondi - e alle persone omosessuali che nulla è permesso e che devono vergognarsi della loro sessualità.

L'insufficienza della morale del gendarme
Ora, a prescindere da quanto di giusto o di sbagliato vi sia nell'insegnamento della Chiesa, ciò è stato percepito dai nostri cristiani come un peso gravoso. Ed ecco che ora scoprono che i preti che li hanno caricati in questo modo hanno peccato in materia sessuale molto più gravemente. Alla stregua dei farisei, abbiamo predicato bene e praticato male. Potete immaginare la rabbia di una donna che ha avuto un bambino dopo l'altro e non ne può più, o di un giovane omosessuale, quando sentono quello che dei preti, per quanto pochi, sono stati capaci eli combinare!

E questa rabbia è ulteriormente esasperata dal fatto che la pedofilia è diventata il peccato sessuale. In una società laica come quella inglese, non ce ne sono davvero più altri. Al programma della BBC The Moral Maze (Il labirinto morale; ndt) la scorsa settimana, si discuteva di una donna nota come Belle de jaur, che aveva gettato alle ortiche la sua laurea per diventare una prostituta part-time. La maggior parte degli intervenuti non riusciva a trovarci niente di sbagliato. Si trattava di un rapporto contrattuale, nient'altro. Col nostro corpo possiamo fare quel che vogliamo. E il sadomasochismo è solo un pezzo della ricca galleria delle esperienze sessuali. Per qualche strana ragione pare che attragga particolarmente gli inglesi delle classi abbienti.

In tal modo qualsiasi inquietudine relativa al comportamento sessuale, il senso diffuso che c'è qualcosa di sbagliato, tutta quest'ansia si focalizza sul pedofilo. E lui (o lei) il grande peccatore sessuale, l'unico peccatore. Non intendo in alcun modo minimizzare la gravità della violenza, che è indubitabilmente orrenda e ingiustificabile, ma aiutare a capire il livello e l'intensità della rabbia. Ho l'impressione che la violenza sessuale nei confronti dei minori sia il parafulmine su cui si scaricano tutte le nostre ansie a proposito della sessualità e di come essa sembra ormai separata da qualsiasi idea morale.

Come possiamo dunque togliere il peso dalle spalle nostre e altrui? In che modo Gesù ci insegna a condividere il suo giogo, che è dolce e leggero? Dobbiamo, naturalmente, andare verso gli altri e verso noi stessi con benevolenza e compassione. Ritengo che sia quanto fa la grande maggioranza dei preti di questa diocesi. Quantunque il mio confratello irlandese, Herbert McCabe) mi abbia detto che una volta è andato a confessarsi a Dublino e ha rimediato una formidabile lavata di capo. Allora è uscito dal confessionale, ha detto la sua penitenza, ha aspettato che il sacerdote uscisse fuori e gli ha rifilato una strigliata ancor più aspra. Se qualcuno dei presenti, dopo la conferenza, vuole venire a confessarsi, sono disponibile!

Ma ci occorre qualcosa di molto più radicale della benevolenza. Ci occorre una rinnovata comprensione di ciò che significa portare il giogo dei comandamenti di Gesù. Dobbiamo fare i conti con l'idea complessiva che la morale è principalmente una questione di proibizioni e di obblighi. L'idea che essere buoni significa sottomettere la propria volontà al grande Gendarme che è nei cieli è vecchia e sbagliata. Alcuni danno la colpa a Ockham, ma lungi da me, domenicano, puntare il dito contro uno dei mie fratelli francescani!

Credo che questa visione della morale abbia certamente preso piede con l'Illuminismo e la sua cultura del controllo. L'Illuminismo vedeva il mondo e la società come un meccanismo da tenere sotto controllo, alla stregua di un orologio. E le leggi morali corrispondevano alla volontà dell'orologiaio. Essere buoni significava sottomettersi alla volontà arbitraria di Dio e dello stato. Significava distinguere quello che ci è permesso e quello che ci è proibito.

Dobbiamo sollevare tutti, compresi noi stessi, da questo gravoso peso del Gendarme celeste. I Dieci comandamenti non vennero originariamente visti, né presso Israele né dalla Chiesa delle origini, come la volontà arbitraria di Dio. Se lo facessimo qualcuno di noi potrebbe solidarizzare con Bertrand Russel, quando disse che andavano considerati come un questionario d'esame: nessun candidato riesce ad arrivare a sei!

Durante la Seconda guerra mondiale era cappellano militare un domenicano polacco. La vigilia della battaglia di Montecassino apri la tenda e vide, allarmato, che migliaia di soldati polacchi volevano confessarsi. Cosa poteva fare? Vi ricordo che l'assoluzione generale non era stata ancora inventata. Così li fece sdraiare tutti a faccia in giù, in modo che nessuno di loro potesse vedere gli altri. E disse: «Passeremo in rassegna uno dopo l'altro i Dieci comandamenti. Se ne avete infranto uno, muovete il piede sinistro e col destro indicate quante volte».

L'estate scorsa ho avuto un interessante colloquio col rabbino capo di Gran Bretagna, Jonathan Sachs. Mi ha detto che la Torah non contiene la parola «obbedire», nel senso di sottomettere la propria volontà a un controllo esterno. Quando è stato fondato lo Stato d'Israele) dopo l'ultima Guerra mondiale, è stato necessario prendere in prestito una parola dall'aramaico per «obbedire» nel senso moderno suddetto.

Invece la parola ebraica che in genere traduciamo con «obbedire» significa «ascoltare». I comandamenti non sono una costrizione dall'esterno. Sono sempre un invito a entrare in una relazione personale con Dio. «lo sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d'Egitto, dalla condizione servile: non avrai altri dèi di fronte a me» (Es 20,2-3). I Dieci comandamenti significano condividere l'amicizia e la libertà di Dio. Sono stati dati a Mosè, al quale Dio ha parlato come a un amico.

E la stessa cosa con Gesù. Gesù rivela il suo comandamento nuovo ai discepoli la notte prima di morire, nel preciso momento in cui li chiama amici. «Vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi» (Gv 15,15).

Il criterio dell'amicizia
Questo spiega qualcosa di realmente sconcertante a proposito di Gesù. Ha mangiato e ha bevuto con le prostitute e con gli esattori delle tasse; i suoi amici avevano una pessima reputazione. Non ha aspettato il loro pentimento per invitarli a sedere a mensa. Non ha detto a Giovanna, moglie di Cuza: «Guarda, dopo che sarai rimasta lontana dalla strada per una settimana, potrai venire alla mia festa». Li ha accettati così com'erano. E ancora, ha proclamato il Discorso della montagna. Ha comandato ai suoi discepoli di porgere l'altra guancia, di amare i propri nemici, di non adirarsi, di essere perfetti come il nostro Padre celeste è perfetto. E molto esigente.

Come ha potuto fare entrambe le cose, essere incondizionatamente accogliente, apparentemente indulgente, ed estremamente esigente? Il criterio è stato quello dell'amicizia di Dio. E solo in un esplicito contesto di amicizia che si può dare un insegnamento morale.

Tutto ciò ha delle conseguenze radicali sul modo in cui la Chiesa insegna la morale. Quello che abbiamo da dire è capace di senso solo nel contesto dell'amicizia. Se vogliamo parlare di problemi come l'aborto, il divorzio e il secondo matrimonio, o la questione omosessuale, dobbiamo cercare di essere amici di queste persone. Dobbiamo accettare la loro ospitalità e invitarli nelle nostre case.

Quando ero studente a Parigi, il card. Daniélou morì su un pianerottolo, mentre andava a far visita a una prostituta. La stampa si riempì di insinuazioni piccanti. Ma chiunque conoscesse il cardinale sapeva che era un sant'uomo che stava esercitando la sua cura pastorale verso i disprezzati, come aveva sempre fatto. Stava offrendo amicizia a una persona disprezzata.

Ecco che il giogo di Gesù è dolce e il suo peso è leggero perché è l'offerta della sua amicizia, e può essere comunicato solo nell'amicizia. Quel che c'è da dire, senza dubbio, può venire alla luce solo nell'amicizia. Solo passo dopo passo, condividendo la fatica e la ricerca, riusciremo a dire la parola giusta. E tale parola non può mai essere un peso, ma solo un dono.

E qualcosa di estremamente difficile da comunicare ai mass media. Loro vogliono dichiarazioni belle chiare, meglio se esprimono un «non si deve». Ma i giornali sono un tipico prodotto dell'Illuminismo e della sua cultura del controllo. E questo ci porta su un'altra delle strade attraverso le quali Gesù ci insegna come riposare ed essere in pace.

«[perché io] sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita». L'amicizia con Gesù, l'intimità, comporta che s'impari a essere miti e umili di cuore. E' allora che troveremo ristoro per la nostra vita. Ma non sono così sicuro che, pensando alla Chiesa cattolica, la prima cosa che ci viene in mente sia l'umiltà. Penso anzi che non sia la caratteristica di nessuna delle Chiese che conosco.

Ho partecipato una volta a un incontro ecumenico a Bari e un importantissimo arcivescovo di un'altra Chiesa mi è venuto vicino, sontuosamente vestito. E mi ha chiesto quale titolo portavo: Sua serenità? Sua beatitudine? Sua magnificenza? Mi è scappata un'impertinenza, e gli ho detto che quando i confratelli volevano essere molto formali, potevano chiamarmi «fra». Allora mi ha chiesto quali fossero i segni della mia autorità di maestro dell'Ordine. Avevo un copricapo particolare? Una croce? E quando gli ho risposto che non ne avevo nessuno se ne è andato via, pensando che chiaramente non valeva la pena di star lì a parlare con me.

Questione di potere
Sono persuaso che l'intera crisi della sessualità sia profondamente legata al potere e al modo in cui il potere funziona nella Chiesa a tutti i livelli, dal Vaticano al sacrestano della parrocchia. Non è il potere di Gesù, che era mite e umile eli cuore. Ogni istituzione umana ruota intorno all'uso del potere. Credo fermamente che con la cultura illuminista del controllo la nostra ossessione per il potere si sia aggravata. Charles M. Taylor, nel suo splendido A Seeular Age (Harvard University Press, Cambridge, Massachusetts 2007, trad. it. L'età secolare, Feltrinelli, Milano 2009), descrive l'evoluzione delle pretese di tutti i maggiori poteri. Vediamo l'ascesa delle monarchie assolute in Inghilterra, Francia e Spagna e lo sviluppo dello stato centralizzato. I poveri non sono più visti come nostri fratelli e sorelle in Cristo e diventano una minaccia. Devono essere rinchiusi, come i malati mentali. Gli eserciti diventano permanenti e si costituiscono le forze di polizia, mentre esplode l'attività legislativa.

La Chiesa, purtroppo, è spesso stata contagiata dalla medesima cultura del controllo. Mi torna in mente un vescovo che mi disse: «Da me in giù, nella diocesi sono tutti uguali». E un altro, nel giorno della sua consacrazione, promise che avrebbe servito la diocesi con scettro di ferro!

Ho il sospetto che tutto questo sia accaduto anche perché la Chiesa per secoli ha dovuto combattere per difendersi dai poteri di questo mondo, che vorrebbero prevalere contro di essa. Dall'Impero romano agli imperi comunisti, passando per l'Impero britannico e per tutti gli altri, la Chiesa ha lottato per la sua stessa sopravvivenza, e spesso si è ritrovata segnata dalla medesima cultura del potere. Quella medesima cultura del potere che si trova alla radice della crisi delle violenze sessuali: la violenza del potere esercitata ai danni dei piccoli e dei vulnerabili.

Non avremo una Chiesa sicura per i giovani finché non impareremo da Cristo e diventeremo di nuovo una Chiesa ,umile in cui siamo tutti pari, figli dello stesso Padre. E allora che Cristo darà ristoro alla nostra vita.

Nell'ufficio delle letture della prima settimana d'Avvento, c'era una splendida pagina d'Isaia. Era il frutto dell'esperienza della crisi e dell'umiliazione attraversate in quel tempo dal suo popolo, che però riceve per tramite d'Isaia la promessa che tornerà a condividere la vita e la pace di Dio: «Poiché il Signore degli eserciti ha un giorno contro ogni superbo e altero, contro chiunque si innalza, per abbatterlo, contro tutti i cedri del Libano ed elevati, contro tutte le querce del Basan, contro tutti gli alti monti, contro tutti i colli elevati, contro ogni torre eccelsa, contro ogni muro fortificato» (Is 2,12-15). «Allora creerà il Signore su ogni punto del monte Sion e su tutti i luoghi delle sue assemblee una nube di fumo durante il giorno e un bagliore di fuoco fiammeggiante durante la notte, perché la gloria del Signore sarà sopra ogni cosa come protezione, come una tenda sarà ombra contro il caldo di giorno e rifugio e riparo contro la bufera e contro la pioggia» (Is 4,5-6).

Quella attuale è una crisi tremenda per la Chiesa, ma reca con ,sé, se l'accettiamo, una promessa e una benedizione. E molto più che la crisi delle violenze sessuali perpetrate, su dei minori da parte di alcuni sacerdoti e religiosi. E la crisi di tutta la concezione del sacerdozio e della vita religiosa. La Rifonna fu una risposta alla crisi del tardo Medioevo. Quel clero era del tutto incapace di rapportarsi al nuovo mondo. Era ampiamente analfabeta, a stento capace di celebrare la messa, spesso aveva delle concubine. Anche i religiosi godevano di dubbia fama. Un detto spagnolo affermava: «Stai attento ai gesuiti se ci tieni al portafogli, e stai attento ai frati se ci tieni alla moglie». Quindi potete star sicuri per vostri portàfogli!



Riposare in Dio
Quella crisi ha portato a un eccezionale rinnovamento del sacerdozio: una nuova spiritualità, nuovi seminari, una formazione teologica più approfondita, una nuova disciplina. Ma spesso ha dato l'impressione che fossimo degli eunuchi sessuali, degli esseri asessuati. I bambini si sono domandati se le suore avessero le gambe, sotto le lunghe sottane, o se invece volteggiassero su rotelle. Una volta in cui stavo predicando all'aperto, in piedi su una cassa di sapone, ho sentito un bambino domandare alla madre, con gran spasso del mio uditorio: «Mamma, perché quell'uomo porta la gonna?»; poi una manina ha sollevato l'orlo del mio abito: «Tutto a posto, mamma. Sotto ha i pantaloni».

Stiamo vivendo la crisi di tutta quella concezione del sacerdozio, con la sua distanza dalla gente, il suo uso del potere, la sua concezione della morale come controllo. Con nostra grande sofferenza, il Signore sta demolendo le nostre alte torri e le nostre aspettative di gloria e di grandezza, così da poter prendere dimora presso di noi.

La grande maggioranza dei preti e dei vescovi che ho incontrato in giro per il mondo sono persone umili e semplicil che vogliono solo servire il popolo di Dio. La maggior parte dei preti che conosco desiderano condividere la vita del proprio popolo e si considerano a sua disposizione. Sin da quando ho cominciato a viaggiare dentro alla Chiesal ne sono rimasto profondamente edificato. E ho avuto la stessa impressione dei tanti preti di questa diocesi che ho incontrato durante il ritiro.

Potete andare orgogliosi della vostra umiltà. Che spesso è ancor più commovente in quanto sfida apertamente strutture e tradizioni che potrebbero innalzarci e insuperbirci, dai titoli magniloquenti alle vesti sontuose. E dunque questa crisi può essere l'inizio di un grandioso rinnovamento della Chiesa, nel quale dovremo certamente imparare da Gesù, perché «io sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita».

L'ultima parola che vi consegno è «riposo>. Gesù ha detto ai suoi discepoli, quando erano sfiniti: «Venite in disparte e riposatevi un po'». Spero che il tempo che trascorrerete qui sia riposante, e che riuscirete a resistere alla tentazione di controllare ogni dieci secondi la vostra posta elettronica e di girare avanti e indietro attaccati ai telefonini.

Possiamo offrire alla gente la promessa del riposo di Cristo solo se ci vedono come persone che talvolta riescono a goderne. Spesso i preti sono comunque iperattivi, ma questa crisi potrebbe esasperare la tendenza. Potremmo sentire l'esigenza di mostrare che siamo preti eccezionalmente bravi, continuamente a servizio della gente e senza un secondo per noi stessi. Questa è la salvezza per mezzo delle opere, non della grazia.

Thomas Merton riteneva che l'iperattività rappresentasse una collusione con la violenza della nostra società: «La fretta e la pressione delia vita moderna sono una forma, forse la più comune, della sua costitutiva violenza. Lasciarsi prendere da una molteplicità di impegni concorrenti, cedere a troppe richieste, impegnarsi in troppi progetti, voler aiutare tutti a fare tutto significa soccombere alla violenza. Di più, significa collaborare alla violenza. La frenesia dell'attivista neutralizza la sua profonda tensione verso la pace. Distrugge la fecondità del suo stesso lavoro, perché dissecca le radici di quella profonda sapienza che rende il lavoro fecondo».

Se un tale attivismo fa violenza a noi stessi, la farà anche al di fuori di noi. Può capitarci di dire parole violente alle altre persone. Può capitarci di fare violenza a noi stessi con gli alcolici o le droghe. Possiamo persino diventare sessualmente violenti, specie con chi è più vulnerabile.

Perciò abbiamo bisogno, senza alcuna vergogna, di riposare in Dio. E le parole del Vangelo di Matteo indicano alcuni dei modi in cui possiamo farlo.

Possiamo riposare perché questa crisi possa portare frutto. Forse sarà un tempo di nuove benedizioni e di rinnovamento della Chiesa. Dobbiamo affrontarla con tranquillità perché la vittoria è già nostra. Cristo è morto; Cristo è risorto; Cristo ritornerà. Come disse Dietrich Bonhoeffer al vescovo di Chicester, suo amico, prima di essere assassinato dai nazisti: «La vittoria è sicura».

Possiamo riposare perché non dobbiamo pretendere, diversamente da quei preti impossibili, di essere terribilmente bravi. Togliamoci il pesante fardello della maschera pia e rifugiamoci nella manica di Dio. Possiamo riposarci perché il giogo di Gesù è leggero. I suoi comandamenti sono un invito all'amicizia. L'amicizia può essere esigente: ma non è mai un peso.

E possiamo lasciar perdere tutto il gravoso peso di un'identità forte e importante.

20 aprile 2010

CIÓ CHE É POSSIBILE BISOGNA FARE

Foto: due immagini del nostro incontro regionale delle Comunitá Ecclesiali di base, ieri mattina, ad Itaberaí.


PS - 1) Abbiamo gli ospedali piedi di gente ammalata di dengue: anche la Vicentina,la "perpetua". 2) 21 marzo é la festa civile di Tiradentes, eroe dell´indipendenza brasiliana, impiccato nel 1767. Padre Severino ed Eligio vanno a fare una gita. 3) Fa un caldo terribile.

Domenica scorsa, ad Itaberaí, abbiamo fatto l´incontro delle comunitá ecclesiali di base della regione Urú. Non male. Abbiamo fatto una memoria del cammino della nostra Chiesa locale dal Concilio Vaticano ad oggi, e una verifica della situazione attuale. Sono affiorati alcuni "nodi", i soliti: soprattutto le difficoltá di rinnovare le equipes di coordinamento, che sono il marchio della collegialitá di questo "modo di essere Chiesa". La vita di oggi é sempre piú una corsa. Per raggranellare quei quattro soldi che tengono in piedi una famiglia, la gente deve fare i contorsionismi: per fare la rotazione dei coordinamenti, come sarebbe l´ideale, le comunitá sarebbero costrette ad indicare solo pensionati. Si é studiato pure il nuovo libretto con gli schemi per le letture bibliche di quest´anno: "Giona, conversione e missione". É un testo geniale, adattissimo per la riflessione delle comunitá perché ha uno stile ironico e quasi umoristico. Tuttavia, essendo molto corto, é stato diviso in soli 4 incontri. Nelle altre settimane il testo suggerisce le letture dei Vangeli della domenica, seguendo il metodo della "lectio divina".

É stato affrontato anche il tema dell´impegno laico nella catechesi e altre pastorali. Abbiamo decine di persone che svolgono attivitá come visita e comunione agli ammalati, visita e preghiera coi carcerati, celebrazioni domenicali della Parola, raccolta delle "decime" per il sostegno della Chiesa (in realtá hanno soltanto il nome di "decime", sono tassazioni spontanee che la gente versa secondo le proprie possibilitá e grado di generositá), catechesi di ragazzi e adulti, eccetera. Ho trovato una bella intervista a un vescovo su "Le Monde" a questo proposito. Fa piacere scoprire che il nostro modello pastorale trova sostegno in un vescovo francese. Entusiasmato, e avendo domenica sera un pó di tempo prima di dormire, l´ho tradotto per i lettori del blog. Poi, il giorno dopo, ho scoperto che il settimanale Adista lo ha pubblicato. Non fa niente. Vi pubblico ugualmente, di seguito in questo post, la mia traduzione, anche se risulterá qualche equivoco nella mia interpretazione del francese. E chi lo desiderá potrá consultare direttamente l´originale.

Infine, non posso non passarvi almeno la parte essenziale del decimo articolo di Yung Mo Sung su "Economia e vita". É una riflessione importante, che ci stimola ad una spiritualitá di superamento dei nostri desideri individuali, spesso velleitari e privi di concretezza, per metterci al servizio delle cause concrete.

"La Chiesa é minacciata di diventare uma sottocultura"

| 03.04.10 | 13h41 • Mis à jour le 03.04.10 | 13h41 – Traduzione dal francese mia – per leggere l´originale andate al sito:

http://www.lemonde.fr/societe/article/2010/04/03/l-eglise-est-menacee-de-devenir-une-sous-culture_1328305_3224.html

Arcivescovo di Poitiers, Mgr Albert Rouet é uma delle figure piú libere dell´episcopato francese. La sua opera J'aimerais vous dire (Bayard, 2009) é un best-seller nella sua categoria. Venduto a piú di 30 000 esemplari, vincitore del Premio 2010 dei lettori di La Procure, questo libro di interviste contiene uno sguardo assai critico sulla Chiesa cattolica. In occasione della Pasqua, Mgr Rouet libera le sue riflessioni sull´attualitá e la sua diagnosi sulla sua istituzione.

La Chiesa cattolica é scossa da diversi mesi dalla rivelazione di scandali di pedofilia in diversi paesi europei. Questo l´ha sorpresa?

Vorrei subito precisare una cosa: perché ci sia pedofilia, occorrono due condizioni, una perversione profonda e un potere. Ció significa che ogni sistema chiuso, idealizzato, sacralizzato, é un pericolo. Dal momento in cui un´istituzione, ivi compresa la Chiesa, si innalza ad una posizione di diritto privato, si considera in posizione di forza, le conseguenze finanziarie e sessuali diventano possibili. É quanto questa crisi rivela, e questo ci costringe a ritornare al Vangelo; la dolcezza di Cristo é costitutiva del modo di essere della Chiesa.

In Francia, la Chiesa non há piú questo tipo di potere; questo spiega che siamo di fronte ad errori individuali, gravi e deprecabili, ma che non conosciamo uma sistematizzazione di queste faccende.

Queste rivelazioni sopraggiungono dopo parecchie crisi che hanno turbato il pontificato di Benedetto XVI. Chi maltratta la Chiesa?

Da qualche tempo, la Chiesa é sballottata da tempeste, esterne e interne. Abbiamo un papa che é piú teorico che storico. É rimasto il professore che pensa che quando un problema é ben posto, é giá mezzo risolto. Ma nella vita non é cosí; ci si urta con la complessitá, con la resistenza del reale. Lo si vede bene nelle nostre diocesi, si fa quello che si puó! La Chiesa fatica a situarsi nel mondo tumultuoso in cui si trova oggi. Questo é il cuore del problema.

Inoltre, due cose mi tormentano nella situazione attuale della Chiesa. Oggi, si constata un certo gelo della parola. Ormai, la minima messa in discussione sull´esegesi o la morale é considerata una bestemmia. Mettere in discussione non é piú normale, e questo é un danno. Parallelamente, regna nella Chiesa un clima di sospetto malsano. L´istituzione si trova di fronte a un centralismo romano che si appoggia su tutta una rete di denunce. Certe correnti passano il loro tempo a denunciare le posizioni di questo o quel vescovo, a fare dei dossier contro uno, a custodire delle schede contro l´altro. Questi comportamenti si intensificano mediante Internet.

D´altra parte, ío noto un´evoluzione della Chiesa parallela a quella della nostra societá. Questa vuole piú sicurezza, píú leggi, quella vuole piú identitá, piú decreti, piú regolamenti. Ci si protegge, ci si chiude, questo é il segno di un mondo chiuso, questo é catastrofico!

In generale, la Chiesa é un buon specchio della societá. Ma oggi, nella Chiesa, le pressioni identitarie sono particolarmente forti. Inconsapevolmente, chi non riflette troppo, há sposato un´identitá rivendicatoria. Dopo la pubblicazione di caricature sulla stampa circa la pedofilia nella Chiesa, io ho avuto delle reazioni degne degli integralisti islamici sulle caricature di Maometto! A voler sembrare offensivi, ci si squalifica.

Il presidente della conferenza episcopale, Mgr André Vingt-Trois, l´ha ripetuto a Lourdes il 26 marzo: la Chiesa di Francia é marcata dalla crisi di vocazioni, dalla bassa trasmissione, dalla diluizione della presenza cristiana nella societá. Come vive lei questa situazione?

Io tento di prendere atto che noi siamo alla fine di um´epoca. Siamo passati da um cristianesimo d´abitudine ad un cristianesimo di convinzione. Il cristianesimo si era mantenuto sul fatto che si era riservato il monopolio della gestione del sacro e delle celebrazioni. Di fronte alle nuove religioni, e alla secolarizzazione, la gente non fa piú appello a questo sacro.

Tuttavia, si puó dire che la farfalla é piú o meno simile alla crisalide? É una cosa diversa. Dunque, io non ragiono in termini di degenerazione e abbandono: noi siamo in corso di mutazione. Abbiamo bisogno di misurare l´ampiezza della mutazione.

Prendete la mia diocesi: settant´anni fa contava 800 preti. Oggi ne há 200, ma essa conta pure 45 diaconi e 10 000 persone impegnate nelle 320 comunitá locali che abbiamo creato quindici anni fa. Questo é meglio. Bisogna farla finita con la pastorale della SNFC. Bisogna chiudere delle linee e aprirne altre. Quando ci si adatta alla gente, al suo modo di vivere, ai suoi orari, la frequenza aumenta, e compreso il catechismo! La Chiesa ha questa capacitá di adattamento.

In che modo?

Noi non abbiamo piú personale per tenere un quadro di 36 000 parrocchie O noi pensiamo che questa sia una miseria da cui bisogna uscire ad ogni costo, e allora torniamo a sacralizzare il prete; oppure inventiamo altre cose. La povertá della Chiesa é una provocazione ad aprire nuove porte. La Chiesa deve appoggiarsi sul proprio clero o sui suoi battezzati ? Da parte mia, penso che bisogna dare fiducia ai laici e farla finita di funzionare sulla base di un quadro medioevale. Questo é un cambiamento fondamentale. É una sfida.

Questa sfida presuppone di aprire il sacerdozio agli uomini sposati?

No e sí! No, perché immaginate che domani io possa ordinare dieci uomini sposati, io ne conosco, questo non é ció che manca. Io non potrei pagarli. Essi dovrebbero perció lavorare e non sarebbero disponibili se non nei fine-settimana per i sacramenti. Si ritornerebbe allora ad um´immagine cultuale del prete. Sarebbe una falsa modernitá.

Al contrario, se si cambia il modo di esercitare il ministero, se la sua posizione dentro alla comunitá é un´altra, allora sí, si puó prendere in considerazione l´ordinazione di uomini sposati. Il prete non deve piú essere il padrone della sua parrocchia; egli deve sostenere i battezzati perché diventino degli adulti nella fede, dare loro una formazione, impedire loro di ripiegarsi su sé stessi.

Spetta a lui ricordare loro che si é cristiani per gli altri, non per sé stessi; allora egli presiederá l´Eucaristia come un gesto di fraternitá. Se i laici restano dei minorenni, la Chiesa non é piú credibile. Essa deve parlare da adulta ad adulti.

Lei crede che la parola della Chiesa non sia piú adatta al mondo. Perché?

Con la secolarizzazione, si sviluppa una "bolla spirituale" in cui le parole fluttuano; cominciando dalla parola "spirituale" che é applicata quase ad ogni tipo di mercanzia. É quindi importante dare ai cristiani i mezzi per identificare ed esprimere gli elementi della loro fede. Non si tratta di ripetere una dottrina ufficiale ma di permettere loro di dire liberamente la propria adesione.

Spesso é la nostra maniera di parlare che non funziona. Bisogna scendere dalla montagna e mettersi sul piano (degli altri, ndt), umilmente. Per questo occorre un enorme lavoro di formazione. Perché la fede era diventata una cosa di cui non si parlava tra cristiani.

Qual´é la sua maggiore inquietudine nei confronti della Chiesa?

Il pericolo é reale. La Chiesa é minacciata di trasformarsi in una sotto-cultura. La mia generazione era legata all´inculturazione, al tuffarsi nella societá. Oggi, il rischio é che i cristiani si induriscano tra loro, solo perché essi hanno l´impressione di trovarsi di fronte a un mondo di incomprensioni. Ma non é accusando la societá di tutti i mali che si aiuta la gente a fare chiarezza. Al contrario, ci vuole um´immensa misericordia per questo mondo in cui milioni di persone muoiono di fame. Tocca a noi provvedere al mondo e tocca a noi diventare amabili.

Propos recueillis par Stéphanie Le Bars


Economia e Vita (X): lotte, frustrazioni e spiritualitá - Jung Mo Sung - dal sito Adital.

Nell´articolo precedente ho sintetizzato le ultime riflessioni sviluppate in questa serie affermando che, per costruire una societá alternativa a quella attuale di "pace imperialista capitalista", abbiamo bisogno di superare piú radicalmente il pensiero moderno che propone un ordine sociale basato su un unico principio organizzativo. A questo scopo, bisogna creare un nuovo tipo di economia e di politica in cui i conflitti accettabili (quelli che non propongono la pace attraverso la morte dell´altro) e le tensioni tra le diverse logiche e culture che compongono la societá siano viste come salutari.

Sono consapevole che per molti queste idee non hanno senso. Sembra che io stia proponendo una soluzione al massimo "riformista", che ha rinunciato alla nozione di liberazione, alla costruzione di una societá realmente nuova o alla costruzione del Regno di Dio. Ma quello che propongo é invece di farci carico radicalmente della nostra condizione umana e di cercare soluzioni possibili dentro alle condizioni storiche, invece di confondere i nostri migliori desidere con la possibilitá storica. Fa parte della condizione umana la nostra capacitá di desiderare oltre le possibilitá. (Per una discussione piú profonda di questo tema, rimando al libro "Deus em nós: o reinado que acontece no amor solidário aos pobres", scritto da me e Hugo Assmann.)

Nella lotta per la vita delle persone concrete (e non per una visione astratta della vita), é fondamentale la distinzione tra ció che é possibile e ció che é impossibile. Ci sono obiettivi che sono umanamente e storicamente possibili, ma sono impossibili dentro alle condizioni storiche del momento o dentro a un determinato tipo di sistema. In questi casi, dobbiamo lottare per cambiare le condizioni storiche per far diventare possibile ció che al momento é impossibile. In situazioni del genere, la lotta per la vita dei piú vulnerabili avviene in due livelli: a) lollta per conquistare obiettivi concreti che sono possibili dentro al sistema o alle condizioni storiche present; b) lotte per modificare il sistema sociale per rendere possibili conquiste che sono possibili solo in un altro sistema. Un esempio di questo puó essere la lotta per la fine del sistema schiavista affinché tutti siano liberi. Ma ci sono anche obiettivi che oltrepassano la condizione umana e i limiti della storia. Un esempio di questo é liberarci dalla morte.

Nella maggior parte dei casi noi non sappiamo dapprima qual´é il limite delle possibilitá umane. É attraverso l´azione che lo scopriamo man mano. É per questo che le persone che stanno davvero nella lotta concreta conoscono meglio i limiti della condizione umana. D´altra parte, persone che sono lontane dalle lotte concrete e si accontentano di criticare tutto ció che esiste e difendono la vita in modo astratto, tendono ad annunciare il proprio desiderio come obiettivo possibile e sono solite non riconoscere e non accettare i limiti dell´azione umana.

In veritá, accettare i limiti della condizione umana di fronte ai nostri desideri non é una cosa facile. Anche quelli che li imparano attraverso le loro lotte, vittorie e sconfitte, sanno che questo apprendimento non é qualcosa di facile in termini esistenziali. É un apprendistato che sempre porta con sé frustrazione e molte volte siamo tentati di pensare che la lotta non vale la pena perché non realizzerá pienamente e totalmente i nostri desideri. In quei momenti puó accadere un grande apprendimento spirituale: la scoperta che la lotta, anche se accompagnata da frustrazioni, vale la pena, perché piú importante dei "miei" desideri e delle "mie" frustrazioni é la vita concreta dei nostri fratelli e sorelle. Questa é l´esperienza spirituale che ci fa continuare nella lotta, nonostante tutto......

Senza questo apprendistato spirituale, non é possibile sviluppare le nostre (la mia, quella dei mio gruppo e quella dei poveri) potenzialitá e raggiungere obiettivi possibili. Chi cerca obiettivi impossibili non realizza nemmeno quelli possibili, perché non sa la differenza tra i due, molto meno la strada per realizzare il possibile. Generalmente si accontenta di fare discorsi grandiosi e, nel peggiore dei casi, é solito mettere bastoni tra le ruote a quelli che lottano concretamente.

La lotta per la vita e, perció, per un´economia che renda possibile una vita degna per tutti, richiede una visione piú concreta della vita e della realtá sociale. Per le comunitá (ecclesiali o no) ed i gruppi sociali questo significa in primo luogo pratiche sociali e lotte nel proprio contesto sociale, contesti nei quali ci sono volti e corpi di persone che soffrono e hanno speranze di vita migliore. Esperienze spirituali e lotte che avvengono nell´ambito micro dell´economia e della societá. Senza il livello concreto, micro, non ci sono corpi di persone, né vite concrete. Ma come dice la parola stessa, il micro presuppone la macro-economia, e viceversa. Le lotte concrete cominciano a livello micro, ma é necessario articolarle, sia nell´analisi che nella lotta concreta, col livello macro. E la lotta nell´ambiente macro ha bisogno di essere connessa con le preoccupazioni e la vita concreta che si vive nel livello micro.

Un tipo di esperienze che, nel campo dell´economia, della vita e della fede, incarnano queste relazioni e tensioni di cui stiamo trattando quí é quello della "economia solidale". Tema que abborderemo nel prossimo articolo.

16 aprile 2010

IL GIUSTO É IMMORTALE

Foto: visita di italiani alla tenda di un accampato del Movimento dei Sem Terra.

É iniziata nelle diocesi la campagna di mobilitazione per la XIV Romaria da Terra e das Àguas del Centro-Ovest, che si svolgerá il 5 giugno prossimo ad Anicuns, comune confinante con Itaberaí. Le commissioni Pastorali della Terra, compresa la nostra, sono all´opera per divulgare l´evento. Il tema dell´appuntamento religioso é "Povos do cerrado em defesa da vida". Nel frattempo é partita domenica scorsa da Itaberaí, con la benedizione del Vescovo e il saluto di alcune autoritá, la Marcia del Movimento dei Sem Terra (MST), una manifestazione popolare che concentrerá il 17 aprile, a Brasilia, lavoratori di tutto il paese per rivendicare piú impegno del Governo e della societá per la Riforma Agraria. Questa data, in Brasile, é il 14mo anniversario della strage di Eldorado dos Carajás, nel Pará, in cui furono massacrati dalla polizia 19 lavoratori del movimento, e é diventata la Giornata Nazionale di Lotte per la Riforma Agraria. "Dopo 14 anni - scrivono i dirigenti del MST - il paese non ha ancora risolto i problemi dei poveri del mondo rurale, che continuano ad essere bersaglio della violenza dei fazendeiros e dell´impunitá della giustizia. Secondo dati della Commissione Pastorale della Terra (CPT), sono stati assassinati 1.546 lavoratori tra il 1985 e il 2009. Nel 2009, ne sono stati uccisi dal latifondo 25. Del totale dei conflitti, al momento ne sono stati giudicati solo 85, con la condanna di 71 esecutori dei delitti e l´assoluzione di 49 esecutori e 19 mandanti, dei quali nemmeno uno é in carcere". (Intanto peró, la notizia é della settimana scorsa, l´assassino di Suor Dorothy Stang é stato condannato a 30 anni...)

"Perché manifestiamo? - continua il documento dell´MST - La Riforma Agraria é ferma in tutto il paese. Di fronte a questo quadro chiediamo: 1- La sistemazione delle 90 mila famiglie accampate del MST; 2 - L´aggiornamento degli indici di produttivitá della terra; 3- La garanzia dei mezzi per realizzare gli espropri, fare i processi e organizzare le aree in cui sistemare gli accampati; 4- Investimenti pubblici negli "assentamentos" (credito per la produzione, abitazione rurale, educazione e sanitá). Abbiamo famiglie accampate da piú di cinque anni, che vivono in situazioni abbastanza difficili sull´orlo delle strade e in aree occupate, vittime della violenza del latifondo e dell´agro-business. Con le nostre azioni, vogliamo denunciare l´esistenza di latifondi che non osservano la Costituzione Federale ((art. 184) e che dovrebbero essere espropriati per la Riforma Agraria".
Secondo dati dell´ultimo censo agropastorile dell´Istituto Brasiliano di Geografia Statistica (IBGE), 15 mila fazendeiros controllano nientemeno che 98 milioni di ettari, con 2 mila ettari a testa.

Vi ho voluto dare queste due notizie perché noi siamo una diocesi agricola, che ha sempre sentito molto le lotte dei lavoratori dei campi per ottenere terra e per avere voce in capitolo nella politica nazionale. Il governo Lula ha fatto molto per loro, e io vi ho giá raccontato in passato le attivitá di piccoli produttori, fieranti ed eco-agricoltori promosse dalla CPT, che sono finanziate dal governo federale: ma non ha portato avanti la Riforma Agraria, che era il bisogno prioritario. Si é trovato davanti a un muro: opposizione accanita delle organizzazioni dei fazendeiros, molto forti in parlamento e senato; tutto il sistema giudiziario contro; e, immancabilmente, la corruzione negli organi preposti alla Riforma Agraria e perfino, talvolta, nelle organizzazioni dei lavoratori. Peró bisogna ammetterlo: oggi c´é un affievolimento diffuso dell´impegno politico-sociale nella Chiesa brasiliana, anche se parecchie diocesi, come la nostra, continuano a mettere la lotta al fianco dei poveri tra le prioritá pastorali. La maggior parte dei cattolici che gremiscono le Chiese (sotto questo aspetto mi pare che ci sia una crescita in quantitá e qualitá) sono pronti a collaborare per ristrutturare una chiesa, a prestarsi come ministri straordinari dell´Eucaristia o catechisti, pregano e leggono la Bibbia volentieri, ma sono piuttosto freddini quando si tratta di impegnarsi nel sociale. Chissá perché? I brasiliani non sono reazionari, e solitamente hanno anche un forte sentimento di fratellanza e condivisione, ma forse sentono qualcosa nell´aria che li fa desistere dall´affrontare la disuguaglianza e l´ingiustizia a viso aperto.

Pare che sulla stampa mondiale che alle Comunitá Ecclesiali di Base (CEBs) sia stato affibbiato troppo presto l´attestato di obito. Sono vive e continuano per la loro strada, anche se non si fanno notare. Sono come braci sotto la cenere, un lievito nella massa. In alcuni momenti, salgono alla ribalta e dimostrano maturitá. Come mi é accaduto di assistere nei giorni scorsi, al funerale di un uomo, ancora giovane, stroncato dal cancro. Era uno di molta fede, stimato e amato dalla comunitá cattolica. Mi hanno chiamato per le esequie ed io sono andato (quí, spesso, si fanno in casa). L´abitazione della sorella, presso cui era ospitato, era zeppa di gente dentro e tutt´intorno. Sono passato in mezzo alla folla, mi sono avvicinato alla bara, ho fatto le condoglianze ai fratelli (dieci: lui era il piú giovane della famiglia), e ho letto e fatto tutto quello che il rituale chiede. Al termine del rito, la coordinatrice della comunitá si é fatta avanti e ha detto: "Padre Francisco ha giá fatto le esequie, ma anche noi della comunitá abbiamo preparato la nostra celebrazione e vogliamo salutare per l´ultima volta il nostro fratello Luigi". C´erano lettori e cantori, tutti ben preparati. Hanno ripetuto ogni cosa passo a passo, comprese una breve riflessione sulla risurrezione dei morti e la benedizione finale. Uniche differenze, hanno cantato alcuni inni molto intonati al momento, e hanno letto il Vangelo del rituale, mentre io avevo scelto un altro brano. La loro celebrazione é stata molto piú sentita della mia: perché fatta su misura, con i sentimenti di chi ha camminato assieme al defunto nella vita e nei giorni della sofferenza.

Ci ripensavo questo pomeriggio, mentre facevo la mia camminata terapeutica in mezzo ai pascoli. Quella comunitá ha commentato cosí bene la risurrezione dei morti! Siamo ancora nel tempo pasquale, ed io ho ancora nel cuore e nella testa lo strascico della settimana santa. La morte provoca spavento e ripulsione, ma la fede nella risurrezione ridimensiona la tragedia. "La vita non é tolta, ma trasformata": e la fede nella morte e risurrezione di Gesú Cristo trasforma l´abisso della morte in un avvenimento pasquale. Quanti poveri, umili, giusti, gente che piange, costruttori di pace, perseguitati per causa della giustizia. Metterei tra quelli delle beatitudini le vittime dei terremoti, delle guerre (anche quelle del premio Nobel per la pace, che sta progettando nuove basi in diversi punti dell´America Latina tra cui, mi dicono, Rio de Janeiro), degli assalti (500 mila morti in dieci anni, solo in Brasile), delle malattie, della fame provocata dal colonialismo economico. Se proprio lo vogliamo, anche le vittime della pedofilia, che oggi sembra una epidemia (la settimana scorsa, nello Stato di Goiás, hanno arrestato uno che attirava ragazzotti in un luogo isolato, li violentava e poi li uccideva. Dicono che ne ha fatti fuori sei). Quanto male c´é nel mondo! E noi ci camminiamo in mezzo, senza riuscire vincerlo. Va bene sognare e lottare per "un mondo diverso possibile", ma la speranza della risurrezione non guasta certo!

Ho quasi finito di leggere il volume di Sandro Gallazzi e Anna Maria Rizzante, "Saggi sul post-esilio", che ho cominciato a leggere in gennaio (é un volumone di 400 pagine grandi e zeppe di citazioni bibliche!) Tra gli altri, ho trovato interessantissimo un capitolo intitolato "La giustizia é immortale", che in cui l´autore studia la fede nella risurrezione che compare in alcuni libri dell´Antico Testamento, quindi prima di Gesú: il secondo Isaia, il primo libro della Sapienza e il primo dei Maccabei. L´autore scorge nel Libro della Sapienza una ´polemica tra i "giusti" e gli "empi" che porta a questa rivelazione: la giustizia rende immortale il giusto. Cito uno dei testi a mó di esempio, ma ce ne sono tanti. "Dio ha creato l´essere umano per l´incorruttibilitá e l´ha fatto ad immagine della propria natura; é stato per l´invidia del diavolo che la morte é entrata nel mondo; la sperimentano coloro che sono del suo partito. La vita dei giusti é nelle mani di Dio e nessun tormento li toccherá" (Sapienza, 2, 23 - 3, 1).

Noi cristiani occidentali abbiamo preso il concetto filosofico dell´immortalitá dell´anima da Platone: il corpo muore, l´anima é immortale. Sono due elementi separati, uno si corrompe e l´altro no. Questa interpretazione della morte ha potuto essere il famoso "oppio dei popoli" di cui parlava Marx: "non vi preoccupate delle cose materiali e delle sofferenze del corpo, l´importante é che la vostra anima arrivi in paradiso dopo la morte". Nella fede biblica, degli ultimi tempi prima di Gesú, era tutt´altro. Non c´é separazione tra anima e corpo. La salvezza non é solo dell´anima, ma di tutto l´essere umano, anima e corpo. E comincia giá in questa vita: avviene tutti i giorni e i momenti. La divisione non é tra anima e corpo, ma tra l´empio e il giusto. L´empio calpesta e umilia il giusto, e si fa beffe della giustizia di Dio. Segue la strada della morte, e morirá. Di lui non resterá traccia. Il giusto, invece, segue il cammino della vita ed é nelle mani di Dio. Lui appartiene giá, fin d´ora, al Regno dei cieli: soffre ma possiede giá la gioia di essere salvo. La morte non lo toccherá. Morirá per questo mondo, ma continuerá vivo per sempre: anima e corpo (un corpo trasformato, non quello di prima: senza malattie e senza dolore). Con questo modo di pensare, i giusti d´Israele erano giá predisposti a capire la risurrezione di Gesú. Senza sapere nulla di Lui personalmente, sapevano che chi é giusto in modo radicale e assoluto deve morire, perché l´umanitá é empia e non sopporta la veritá e la giustizia. Ma sapevano anche che la sua morte é solo apparente, perché Dio Padre gli é vicino e non lo lascia morire: lo risuscita nel suo Regno.

In certo modo é stupefacente, anche se é umanissimo, che i discepoli di Gesú abbiano fatto tanta fatica, secondo il racconto dei Vangeli, a riconoscere e credere in Gesú risorto. Quando l´hanno capito, hanno speso la loro vita per seguirlo, sapendo di risorgere con lui. Scegliere il cammino di Gesú é essenziale perché é la via della vita. Forse lo capiremo anche noi quando arriveremo a quel momento estremo? Dicevo che l´incredulitá dei discepoli é stupefacente "in certo modo", perché in effetti ci rendiamo conto che sono misteri ai quali possiamo avvicinarci solo sotto l´azione dello Spirito di Dio, e sempre in punta di piedi. La nostra teologia é una barchetta troppo fragile per navigare in sicurezza il mare ondoso dell´eternitá. Ancora oggi siamo in molti ad oscillare tra la fede e l´incredulitá di fronte a una rivelazione cosí essenziale: per molti é una favoletta per bambini. Quando ho partecipato alla celebrazione "laicale" della comunitá di Sant´Antonio mi sono accorto di quanto sia forte questo atto di fede. Non é la ripetizione alienante del "rinvio" della giustizia e del diritto alla gioia di vivere a un tempo remoto post mortem. É, invece, la presa di coscienza consapevole del fatto che, affrontando le sofferenze del cammino tra ambiguitá, conflitti e contraddizioni che non é possibile superare nel breve tempo e stretto spazio che passiamo in questo mondo, si vive giá nella gloria del Regno dei cieli, e si appartiene al Padre che é vita, gioia, amore.

Cita Sandro Gallazzi: "Questo é colui del quale noi ridevamo, che fu bersaglio delle nostre ingiurie. Consideravamo la sua vita una pazzia, e la sua fine vergognosa. (...) I giusti vivono per sempre (...), riceveranno la corona regale. Con la sua destra Egli li proteggerá, con suo braccio forte li difenderá" (Sapienza, 5). "Era disprezzato, abbandonato dagli uomini. Come uno da cui ci si copre il volto (...). Noi lo ritenevamo vittima di un castigo, ferito da Dio e umiliato (...). Dopo la fatica, egli vedrá la luce (...). Gli daró un premio tra le moltitudini (...). "Coi forti dividerá la spoglie" (Isaia, 53). L´autore della Sapienza e del secondo Isaia non sapevano nulla di Gesú, ma lo hanno descritto con secoli di anticipo, e per questo noi abbiamo letto i loro testi nella liturgia della Settimana Santa. Testi che possono essere un programma di vita per tutti noi, se vogliamo davvero seguire la strada di Gesú. E soprattutto: sono la certezza della vita per quelli delle beatitudini che ho ricordato sopra. E aggiungo gli afflitti nelle lunghe code della previdenza sociale, assetati nell´Africa desertificata, mutilati dalle mine, affamati dall´invasione delle multinazionali, arruolati ancora bambini nelle guerre mercenarie. Chi é piú o meno agnostico e piú o meno benestante potrá anche ridere di questa affermazione, ma per chi sta male la certezza di avere Dio dalla sua parte e che tifa per lui, é una forza!

Il nostro Yung Mo Sung ha scritto il nono articolo. Ve ne traduco soltanto una parte, ma non voglio privarvene completamente. Tra l´altro viene molto a proposito nella complicata riflessione precedente..perché sostiene che nella nostra condizione umana il conflitto é inevitabile. Cosí scrive: "Siamo cosí abituati alla tesi che dobbiamo lottare per una pace mondiale, intesa come superamento di tutti i tipi di conflitto, e per un´economia giusta e fraterna, pensata come la fine di ogni tipo di concorrenza, tensione e disuguaglianza, che la mia proposta suona come accettazione delle logiche di dominazione. La tesi che propongo, invece, é che questo tipo di "pace universale", per quanto sia attraente, é una riproduzione della logica imperiale, che appare, per esempio, nella "Pax Romana" e nel progetto espansionista dell´Europa Occidentale a partire dal secolo XVI.

C´é un consenso tra i critici dell´attuale capitalismo globale sul fatto che, per superare la nostra crisi sociale ed ecologica, dobbiamo superare il paradigma della modernitá che si trova alla base dell´attuale civiltá. Sono completamente d´accordo. Quello che sto argomentando é che la proposta di sostituire il principio della "libera concorrenza" nel e del mercato che regge l´attuale capitalismo con il principio della "solidarietá-compassione" o della "comunione tra tutti gli esseri umani e di questi con la natura" non é una proposta che superi il paradigma della moderna Civiltá Occidentale. Sembra, ma non é. Poiché, ció che c´é é soltanto un cambiamento di contenuto dell´unico principio che deve reggere la vita umana e il sistema sociale. Al posto della proposta di un unico principio di libera concorrenza nel mercato, si mette la solidarietá e la comunione come unico principio. La logica di fondo rimane: un unico principio organizzativo per tutta la societá e per tutti gli aspetti della vita.

É chiaro che quest´ultima proposta é abbastanza seducente e desiderabile, ma il problema é che noi esseri umani non siamo cosí. Non siamo né solidali o compassionevoli in modo cosí puro, né abbiamo la capacitá di conoscere tutti gli elementi della divisione sociale del lavoro per poter coordinare e pianificare coscientemente tutti gli aspetti della vita economica. E senza una soluzione alternativa per il coordinamento della divisione sociale del lavoro (tema che ho trattato negli articoli precedenti) le buone intenzioni individuali e le loro azioni economiche presuppongono un coordinamento incosciente del mercato. Cosí cadiamo di ritorno nella tesi neoliberale che ciascuno deve vivere la propria vita e lasciare al mercato il compito della divisione sociale del lavoro.

Ho insistito su questi due temi, il coordinamento della divisione sociale del lavoro e la condizione umana, perché sono i due "nodi" principali per l´elaborazione di una alternativa al sistema capitalista globale. Proposte belle, gradevoli ai nostri desideri, ma che presuppongono (a) un essere umano che trascende la condizione umana (e perció non é piú umano) e (b) non indicano il modo alternativo di come coordinare miliardi di decisioni e azioni che avvengono nei processi di produzione, distribuzione e consumo che compongono l´economia globale oggi, sono proposte ben intenzionate, ma illusorie. Queste proposte possono soddisfare qualche tipo di desiderio di gruppi che annunciano e dei molti che consumano questo tipo di discorsi. Tra l´altro, ció che non manca nel mercato, oggi, é il consumo di questo tipo di "discorsi di liberazione illusori". Questo prova che il mercato capitalista continua ad avere la capacitá di trasformare quasi tutto, perfino i discorsi apparentemente anticapitalisti, in mercanzie, specialmente per la classe media.

Penso che abbiamo bisogno di superare in modo piú radicale la civiltá occidentale moderna e pensare la nuova societá in termini di diversi principi in tensione permanente, e assumerci la nostra condizione umana. La concorrenza economica (che genera un tipo di efficienza) in tensione con le mete sociali basate sul principio della solidarietá (che genera sostenibilitá sociale); la logica del mercato in tensione col ruolo induttore, regolatore e di controllo del potere dello Stato; la societá civile con le sue diversitá culturali in tensione con le logiche del mercato e la logica dell´accumulo del potere dello Stato; le diverse religioni con le loro visioni conflittanti che convivono in tensione e dialogo nella societá globale.

Come ho scritto nell´articolo precedente, la ricerca della fine del conflitto esige una lotta mortale contro "l´altro" che pensa in modo diverso, e che non sará mai uguale a me, e la negazione della propria condizione umana. L´unica forma di creare un´alternativa alla "pace imperiale capitalista", e di rendere possibile una vita degna di tutti e tutte, é creare una nuova economia, una nuova politica e una nuova societá in cui i conflitti accettabili (quelli che non cercano la morte dell´altro) e le tensioni tra le diverse logiche e culture che compongono la societá, siano viste come salutari. (continua).


Vi é piaciuto? Fa pensare, e bisogna rifletterci su. Ma ora cambiamo registro. Siccome sta iniziando la Campagna Elettorale in Brasile (la Dilma, candidata di Lula, é giá in pareggio nei sondaggi con l´avversario piú duro, Serra del PSDB), vi pubblico anche questo articolo divertente che ho ricevuto per posta elettronica.

"Porque continuo sendo Lula" - di Pedro Lima - conomista e professor de economia da Universitá Federale di Rio de Janeiro.

FHC, il faro, il sociologo, si intende tanto di sociologia quanto il governatore di San Paolo, José Serra, si intende di economia. Lula, che non sa niente di sociologia, ha portato 32 milioni di miserabili e poveri alla condizione di consumatori; che non sa niente neppure di economia, ha pagato i conti di Fernando Henrique Cardoso, ha azzerato il debito con il Fondo Monetario Internazionale e ancora fa qualche prestito ad alcuni ricchi. Lula, l´analfabeta, che non s´intende di educazione, ha creato piú scuole e universitá di tutti i suoi predecessori messi insieme
(14 universitá pubbliche e piú di 40 campus universitari) - e inoltre ha creato la PRO-UNI, che porta il figlio del povero all´universitá (mezzo milione di borsa per poveri in scuole private).

Lula, che non si intende di finanze né di conti pubblici, ha elevato lo stipengio minimo da 64 a piú di 291 dollari (valori di gennaio 2010), e non ha fatto fallire la previdenza come voleva FHC. Lula, che non s´intende di psicologia, ha sollevato il morale della nazione e disse che il Brasile sta meglio del mondo. Nonostante che il PIG-Partido da Imprensa Golpista, che sa tutto, dica che non é vero. Lula, che non s´intende di ingegneria, né di meccanica, né di niente, ha riabilitato la Pró-alcool, ha creduto nel bio-diesel e ha portato il paese alla leadership mondiale dei combustibili rinnovabili (maggior programma di energia alternativa al petrolio del pianeta). Lula, che non sa niente di politica, ha cambiato i paradigmi mondiali e ha messo il Brasile nella leadership dei paesi emergenti, é passato ad essere rispettato e ha sepolto il G-8 (ha creato il G-20). Lula, che non si intende di politica estera né di conciliazione, poiché fu sindacalista da strapazzo, ha mandato a quel paese l´ALCA, si é rivolto ai paesi del sud del mondo, specialmente ai vicini dell´America Latina, dove esercita una leadership assoluta senza essere imperialista. Ha facile transito presso Chaves, Fidel, Obama, Evo, eccetera. Da sciocco che é, ha ceduto a tutto e a tutti.

Lula, che non s´intende di donna né di negro, ha messo il primo negro nel Supremo Tribunale (reso poco credibile da bianchi), una donna nella carica di prima ministra, e che puó, tra l´altro, diventare la sua successora. Lula, che non sa niente di etichetta, si é seduto accanto alla regina dietro suo invito, ed ha affrontato la nobiltá bianca con le lenti azzurre. Lula, che non sa niente di sviluppo, non ha mai sentito parlare di Keynes, ha creato il PAC; prima ancora che tutto il mondo dicesse che é ora che lo Stato investa; e oggi il PAC é un ammortizzatore della crisi. Lula, che non s´intende di crisi, ha fatto abbassare l´IPI e ha portato l´industria automobilistica a battere il record del trimestre (come anche la linea bianca degli elettrodomestici).

Lula che non s´intende di portoghese né di altre lingue, parla fluentemente tra gli altri leader mondiali; é rispettato e citato tra le persone piú potenti e influenti del mondo attuale (il migliore del mondo secondo Le Monde, Times, News Week, Financial Times e altri...]. Lula, che non sa niente di rispetto dei suoi simili, poiché é un rozzo, aveva giá empatia e rapporti diretti con George Bush - notata perfino dalla stampa americana - e ora ha la stessa empatia con Barack Obama. Lula, che non s´intende di sindacato, poiché era soltanto un agitatore...é amico di un certo John Sweeny [presidente della AFL-CIO - American Federation Labor-Central Industrial Congres - la centrale dei lavoratori degli Stati Uniti, che, lá sí, é unica....ed entra alla Casa Bianca con credenziali di negoziatore e parla direttamente con lo Zio Sam lá, negli "States". Lula, che non sa di geografia, perché non sa interpretare una carta geografica: é autore del maggior cambiamento geopolitico delle Americhe nella storia.

Lula, che non s´intende per niente di diplomazia internazionale, poiché non sará mai preparato, agisce con sapienza su tutti i fronti e diventa interlocutore universale. Lula, che non sa la storia, poiché é appena un narratore di prodezze, fa storia e sará ricordato per un grande lascito, dentro e fuori dal Brasile. Lula, che non s´intende di conflitti armati né di guerra, poiché é un pacifista ingenuo, é giá quotato dai palestinesi per dialogare con Israele. Lula, che non sa niente di niente, é assai migliore di tutti gli altri. E l´ultima, che aggiungo: Lula, che non s´intende di Stato e governo, fu considerato recentemento "lo statista dell´anno 2009"!