15 maggio 2009

LA GIORNATA DELLE MAMME


La vite del mio vicino di casa: fino a una ventina di anni fa, ad Itaberaì, quasi nessuno conosceva questa pianta da vicino. Ricordo ancora bene l'imbarazzo di dover commentare il Vangelo della 5a domenica dopo Pasqua, in cui Gesù parla di vite, tralci, potature, eccetera. Poi si è scoperto che questa è una zona climatica eccezionale per la coltivazione dell'uva, e ora tutti hanno capito perchè l'agricoltore ha bisogno di tagliare, potare e bruciare tralci. Ci sono ormai produttori in grande, e abbiamo pure un vino doc. Da queste parti l'uva si raccoglie due volte l'anno: c'è una raccolta più abbondante in gennaio e un'altra, più scarsa, in giugno-luglio. Nella messa di domenica scorsa, 10 maggio, avevamo per l'appunto quel brano di Vangelo: "Io sono la vite, voi siete i tralci".. L'equipe di liturgia, per dare concretezza al paragone di Gesù e al suo messaggio, ha portato davanti all'altare un autentico "bersò" in miniatura, con relativi grappoli.

Il 10 maggio era anche la giornata delle mamme. In Brasile è una festa di serie A, da paragonare quasi quasi al Natale. All'alba il movimento ECC (Encontro Casais com Cristo) ha organizzato l'Alvorada. Tanto per intenderci, sarebbe come una serenata ma fatta al mattino presto, quando è ancora buio, invece che alla sera tardi. I "carros de som" (camioncini attrezzati con altoparlanti e lettori DVD) hanno girato di via in via diffondendo canzoni romantiche per le mamma. In tutte le celebrazioni eucaristiche (io ho avuto il piacere e l'onore di celebrare quella "grande", la sera), le diverse equipe di Liturgia hanno spremuto tutta la loro creatività. Tra l'altro hanno intronizzato una immagine della Madonna "la mamma delle mamme". Per niente liturgica? A stare ai manuali direi proprio di no, ma pensandoci bene....anche i cardinali e i papi hanno avuto una mamma che gli lavava il sederino. E anche Gesù Cristo. Noi potremmo andarcene tranquillamente all'altro mondo con i nostri manuali, che rimarrebbero i ragazzi e le bimbe con le loro mamme. Lasciamoli celebrare un poco anche la liturgia dell'esistenza umana. Viene una generazione dopo l'altra, noi anziani tendiamo a tenerci stretto il passato e loro devono inventare. Dopo quella, non poteva mancare una festa speciale per le madri dell'asilo "Sao Francisco". Che si è fatta la sera del 13: e questa, siccome non era una messa, l'ho potuta abbondantemente fotografare, come potete vedere.

Dove ci sono, le mamme cristiane tengono in piedi la fede e la Chiesa stessa. Zè Horàcio, seduto su un vecchio sofà sdruscito e pieno di rattoppi, mi racconta: "Quando ero bambino, la mia famiglia era così povera che di più non si poteva. Eravamo sei fratellini. La mamma coltivava un orto, là in Minas Gerais. La domenica non poteva portarci a messa, perchè i nostri vestiti erano sbrindellati e non avevamo le scarpe. Allora lei faceva un "bolo" (un dolce di uova, latte e farina a forma di ciambella), che metteva su un tavolino. All'ora della messa, stava sulla porta aperta della nostra baracca e ci chiamava attorno a sè. Guardavamo in direzione alla chiesa, recitando il rosario. Quando era circa l'ora della comunione, mia madre tagliava il "bolo" e ce ne dava a ciascuno un pezzetto. Era la nostra comunione. Dona Divina, la mamma di Zè Horàcio, oggi non si muove più dal letto ed è completamente sorda, perciò non mi ha potuto confermare questa storia. Ma ci posso credere, perchè quasi ogni volta, quando le faccio visita, mi dice: "Padre, io me lo sogno di notte che viene il prete a portarmi la comunione".

Josè Jesus Filho della Pastorale Carceraria Nazionale, ha dedicato una pagina di Adital alle mamme dei carcerati, tra le più sofferenti e dimenticate della nostra società. Ne pubblico uno stralcio per unirmi ai suoi auguri. Scrive:"Non ho dubbi nell'affermare che il carcerato può perdere tutto: libertà, casa, lavoro, amici, parenti, e così via. Ma c'è qualcuno che non lo abbandona: sua madre. Potrei dire di più: la madre diventa prigioniera assieme a lei o a lui. Il Brasile ha 400 mila carcerati, in maggioranza giovani dai 18 ai 25 anni. Molti di loro, dopo l'entrata in prigione, sono dimenticati dalla comunità da cui provengono. A San Paolo la situazione si aggrava, poichè le penitenziarie distano fino a 12 ore da dove vivono i familiari. L'enorme distanza costituisce uno dei fattori di maggior disgregazione dei prigionieri in rapporto alla famiglia e alla comunità a cui appartengono in origine. Tuttavia le mamme non misurano sacrifici per assistere i loro figli, anche quando sono in prigione in altri stati. Di fatto, pur formando una massa impoverita senza mezzi per mantenersi, percorrono lunghe strade per stare coi loro figli anche se solo per due o tre ore. Il loro pellegrinaggio, specialmente nello Stato di San Paolo, comincia il venerdì, quando si riuniscono in un unico locale per prendere la corriera che le porterà fino alla penitenziaria. Continua durante il viaggio, non sempre tranquillo, perchè spesso la polizia le ferma per una perquisizione. In fin dei conti sono "mamme di criminali".

"Lì cominciano le umiliazioni che continuano fino all'entrata del carcere, dove sono perquisite con metodi incompatibili con la dignità della persona umana, come, per esempio, sedersi nude in una panchina-detector di metalli o accoccolarsi due o tre volte davanti a funzionarie che non sempre le trattano con il rispetto dovuto a ogni essere umano. La voglia e la necessità di vedere i figli, costringe le madri a sottomettersi a questi trattamenti degradanti. Dopo le umiliazioni del viaggio e dell'ingresso, camminano in fila verso i padiglioni interni sotto gli occhi indifferenti di alcuni funzionari, o addirittura sottoposte a offese verbali. Un giorno ho udito un funzionarlo definirle "rifiuti". Per molti prigionieri, questi sono gli unici momenti di gioia durante il lungo periodo di sconto della pena. I prigionieri artisti, quando arriva il giorno della mamma, riempiono le pareti con fogli di carta decorati e bei messaggi. E' il modo che essi trovano per rendere loro omaggio. La visita è così importante che, se l'amministrazione del presidio volesse provocare una rivolta, le basterebbe sospendere le visite. Si può togliere tutto ai carcerati, ma non la visita delle loro mamme".

Il giorno 13 era anche l'anniversario dell'abolizione della schiavitù in Brasile (13 maggio 1888). Forse in Italia non lo sa nessuno, e poi eravate impegnati a ricordare la prima apparizione di Fatima in Portogallo, che fa parte della UE (ma è molto cara anche ai brasiliani). Per l'occasione la CNBB ha divulgato un messaggio. Dice, tra l'altro: "Il sogno non è ancora completo. Restano ferite non cicatrizzate e che fanno ancora male, perchè nessuna società attraversa 4 secoli di schiavitù impunemente. La ricchezza del Brasile colonia e dell'Impero fu costruita, principalmente, dalle mani dei negri e negre schiavi. La memoria di questo fatto motiva la società ad essere consapevole del debito che ha ancora verso i discendenti dei popoli africani". "La CNBB rinnova oggi la sua solidarietà con gli afro-brasiliani, e il suo sostegno senza restrizioni a politiche che affermino il miglioramento delle loro condizioni di vita, soprattutto dei popoli dei "quilombos". Garantire loro la legalizzazione del territorio significa molto di più che garantire un pezzo di terra: è la certezza della preservazione dell'eredità e della cultura di tradizione afro-brasiliana presente in loro".

Nel frattempo abbiamo letto sui giornali italiani online: "Non vogliamo una società multietnica - è la sinistra che la vuole". Gli italiani sono spaventatissimi per le dimensioni dell'immigrazione clandestina. Come del resto tutti i paesi più ricchi! Ma l'Italia, come il mondo intero ormai, è già multietnica: e vogliamo forse isolarci dal resto del mondo? Se lo facessimo, ben presto dovremmo andarci noi sui barconi! Oltretutto "chi non vuole una società multietnica rifiuta il Vangelo e il Cristianesimo. Gesù Cristo è venuto per estendere a tutti i popoli della terra la salvezza, che per l'Antica Alleanza era riservata al popolo d'Israele", come scrive un mio collega prete. La difficoltà di organizzare decentemente le migrazioni disordinate: affrontando soprattutto le mafie, anche italiane, che sfruttano la disperazione altrui. Questo compito è assai difficile, perciò si vorrebbe prendere la strada più comoda: perseguitare le vittime della miseria che è frutto tardivo, in massima parte, della nostra abbondanza. Però 40 anni di Brasile mi hanno insegnato due cose: i disperati non desistono mai, perchè non hanno altra scelta. E chi calpesta i diritti dei più deboli, sarà calpestato dai più forti di lui.

In Brasile esistono problemi simili, di fronte alle ondate di migranti dalle campagne alle città, dal nordest alla nostra regione (centro-ovest). Anche qui si verificano l'aumento della violenza, traffico di persone, schiavismo, mercato della prostituzione. Lo Stato di Goiàs, che attualmente conta 5 milioni e mezzo di abitanti (nel 1970 ne aveva 2 milioni), cresce di 100 mila all'anno: ovviamente non è una crescita dovuta solo alle nascite. Nel 2008 sono stati denunciati 6 casi di lavoro schiavo, riguardanti 867 lavoratori nei settori di produzione della canna da zucchero, soia e carbone vegetale. E' già un progresso il fatto che non sia stata constatata la riduzione in schiavitù di nessun minorenne. Spero bene che gli italiani riusciranno a superare l'esasperazione del momento, a mettere da parte le battute cattive e stupide, e produrre invece leggi e regolamenti giusti a salvaguardia della propria sicurezza ma anche della dignità di ogni essere umano. Quello italiano è un popolo che risponde generosamente a tutte le collette per i poveri di ogni paese e continente. In Italia le organizzazioni umanitarie e le associazioni ONLUS si contano a centinaia. Sono migliaia i missionari e missionarie italiani in tutto il mondo, che contribuiscono sostanzialmente alla promozione della giustizia, della solidarietà e dell'accoglienza.E sono sostenuti dagli italiani.

Termino la mia pubblicazione di oggi con la notizia delle piene in Amazzonia. Quest'anno voi avete avuto il terremoto, il Brasile è invece disastrato dalle piogge troppo abbondanti al nord e nordest, e da un periodo di siccità catastrofica in ampie aree del sud (Paranà). Le inondazioni nel Maranhao, Parà e Amazonas hanno già fatto sfollare più di un milione di persone, e ne hanno uccise più di un centinaio. In questi giorni il Rio Tapajòs, che bagna diverse città del Basso-Amazonas, ha raggiunto il livello di 28 metri e 16 cm, un livello che aveva raggiunto per l'ultima volta solo nel 1953 (ma allora la popolazione brasiliana era inferiore a 50 milioni di abitanti, un quarto dell'attuale). Solo nella casa parrocchiale della città di Alenquer sono ospitate 20 famiglie di sfollati. Il fiume sta salendo 6 centimetri al giorno, e la previsione è che le piene continuino ancora per due mesi. (Informazione di Adital, da Diario del Parà).
Per illustrarvi meglio questa situazione vi "posto", in calce alla pagina, un video sulla piena nella città paraense di Macapà, Stato di Amapà, sul delta del Rio delle Amazzoni.


9 maggio 2009

CYRTOPODIUM PUNCTATUM

E' ovvio che le comunità di base hanno alti e bassi. Ho visitato quella del quartiere San Giovanni Battista in una serata infelice. Erano ridotti a sei. Un pò avviliti, hanno letto il Vangelo e, dopo un breve spazio ai commenti, hanno recitato il rosario. Ma, forse proprio per il morale basso, qualcuno ha subito notato la frase proclamata da Gesù ad alta voce (lo dice Giovanni 12, 46): "Io sono venuto al mondo come luce, perchè tutti quelli che credono in me non rimangano al buio". Joana (il nome è fittizio) ha confessato che sono parole che le fanno molta impressione: è confortante pensare che Gesù non vuole lasciarci al buio. Nonostante la momentanea (speriamo) debolezza della comunità, l'entusiasmo e la buona volontà non mancano. Hanno appena finito di acquistare da Benedito, il falegname più vicino, venti banchi nuovi di zecca per la loro cappellina. Credo che in Italia faccia ridere qualcuno, o stridere: con tanti problemi, pensare ai banchi della chiesa! Ma per chi trae da Cristo e dalla comunità la sua forza, i banchi ben fatti sono una vittoria!

Nelle foto osservate, benchè un pò sfuocato, il lavoro di un artista amatoriale locale che, con molta passione, ha osato dipingere tutta la parete di fondo con la raffigurazione del battesimo di Gesù. I colori mi sembrano belli, a me piace e lo guardo volentieri (ma non sono un intenditore d'arte!). Il paesaggio è quello ampio delle nostre colline in estate: immensi pascoli di un verde intenso, palme da cocco, macchie fitte di rimanescente foresta, e un fiume limpidissimo che scorre al centro (di questi non se ne trovano più, forse ne rivedremo uno nella Gerusalemme celeste: così, almeno è il fiume descritto nell'Apocalisse). Giovanni Battista gli è venuto un pò troppo gobbo, ma forse è più vero di quello della statuina.

Sono finite le piogge, le notti sono fredde (si scende fino a 14 gradi, è un privilegio di Itaberaì per la sua altitudine), e le giornate passano tranquille. A dire il vero qualche acquazzone un pò abbondante arriva ancora. Martedì sera sono salito, per la messa, alla comunità di Bananal. E' sulle montagne agli estremi del territorio comunale. La strada in certi punti era diventata una laguna. Esmeralda, l'animatrice della comunità, era così contenta per la numerosa partecipazione che mi ha regalato quattro piantine di un'orchidea che a me piace molto. Ve la mostro in una delle foto. Il suo nome scientifico è quello del titolo del post. E' spinosa e superba. La si vede con frequenza aggrappata ai fusti di alcune palme da cocco. Ci sono tante cose tristi al mondo, ma credo che non siamo obbligati a pensare solo a quelle! Le comunità rurali mi tirano su il morale quasi in ogni incontro. Dove ci sono piccoli proprietari agricoli c'è ancora una vita sana, anzi, stanno meglio che in passato perchè le comodità sono arrivate anche lì: energia elettrica e telefono, con tutti gli annessi e connessi. Eppure sembra che le amministrazioni, in tutto il paese, vanno nella direzione di svuotare ancora di più la campagna: le scuole, ormai, sono tutte solo nel capoluogo. Le scuole rurali sono quasi tutte chiuse. I bambini di Bananal devono alzarsi ogni giorno alle 5 del mattino per salire sulla corriera e venire ad Itaberai (la distanza è 35 chilometri, ma sono stradacce dissestate, polverose o fangose, il viaggio è di oltre un'ora), tornando a casa dopo le due del pomeriggio. Per questo molte famiglie giovani decidono di trovarsi un lavoro e una casa quì per non sacrificare i figli. E la terra? Si vende o si affitta.

A proposito di Giovanni Battista, la settimana prossima faremo un incontro di un giorno intero di tutte le donne e uomini addetti alla pastorale battesimale nelle 7 parrocchie della regione Urù. Da qualche tempo sono fissato sul Battesimo. Lo abbiamo trattato male, ma è un sacramento bellissimo! Nella "cristandade", o società cristiana, si insegnava che bisogna battezzare i bambini il più presto possibile per toglierli dallo stato di peccato. Guai se dovessero morire senza battesimo! Ma allora le famiglie, in larga maggioranza, offrivano ai bimbi la crescita in un ambiente in cui potevano, per così dire, allattarsi di fede fin dal seno materno. Poi è arrivata la modernità e il battesimo è stato ridotto a poco più di un evento mondano. Allora istituimmo i corsi di preparazione al battesimo. Con molte difficoltà, perchè la resistenza era forte e in parte anche giustificata. Un ricatto: se non fai il corso, non ti battezziamo il figlio. Molti genitori nemmeno pensavano che fosse necessaria la loro presenza al Battesimo: bastavano i padrini. Inoltre, credevano che fosse un peccato rimandare il battesimo: e poi, perchè fare un corso? La grazia di Dio non agisce anche se noi non sappiamo niente? Non basta seguire fedelmente la Chiesa? Alla fine i corsi sono diventati una cosa quasi normale, accettata da quasi tutti. Certo, la grazia di Dio può agire ugualmente, ma il Battesimo non è una magia. E può diventare, invece, l'inizio di tutto.

Bisogna fare un passo avanti. Il "catecumenato degli adulti" è stato ripetutamente raccomandato dal Magistero fin dai tempi del Concilio. Pare che ora sia il momento. Oggi una buona parte della società diffida delle chiese. Sono troppe e danno l'impressione di essere tutte in cerca di pecorelle sottomesse, o pecoroni. I post-moderni non amano sentirsi pecore. Nello stesso tempo, però, sono in molti a cercare disperatamente una via di salvezza, una speranza (scusate il paradosso di cercare disperatamente una speranza). Sentono incombere il Male nelle sue forme più svariate. L'umanità è stanca, ha paura, o peggio ancora, se la vede brutta ed è angosciata. Sotto questo aspetto Gesù Cristo è la figura che suscita sempre più interesse e fiducia: sembra che veramente lui voglia solo aiutarci, gratuitamente, e che desideri solo il nostro bene. E' il "redentore": una parola che suscita sensazioni positive. "Tu solo hai parole di vita eterna". "Io non sono venuto per giudicare il mondo, ma per salvarlo". So che anche in Italia la pastorale ha preso come parola chiave la "speranza". Nelle parrocchie ci lavorano forte. Non fanno rumore, ma lavorano. Bisogna ridare al battesimo il suo valore di inizio di una nuova vita. L'averlo trascurato ha fatto molto male alla nostra Chiesa.

Il battesimo è importante perchè è una scelta controcorrente, contro il male che è in noi e che, fuori di noi, si è organizzato un impero. Se i cristiani avessero capito il loro battesimo che è un "sacerdozio profetico e regale" per trasformare sè stessi e il mondo! O se lo capissero almeno ora! Se i popoli favoriti dal capitalismo avessero riflettuto al momento giusto sui danni che causavano a tanti popoli per foraggiare il loro benessere, ora non si troverebbero nella situazione assurda di doversi difendere dall'invasione di orde di disperati! Ora sono costretti a perdere la stima di sè e la buona coscienza per cacciarli in malo modo. Mentre tutti i governi si sforzano di far ripartire l'economia di mercato invece di correggerla, la depredazione continua! Altra miseria, altre migrazioni! Cosa volete farci? Io vedo solo in un cristianesimo che risalga alle proprie fonti neo-testamentarie la possibilità e la forza per uscire da questo circolo vizioso e viziato.

Egon Dionísio Heck, in un articolo pubblicato su Adital, ricorda che nel Mato Grosso del Sud gli Indios Guarani continuano ad essere vittime costanti della violenza dei latifondisti esattamente come 500 anni fa. E continua anche l'epidemia di suicidi di Indios, che sradicati dalla propria cultura e sloggiati dalla loro terra finiscono nella disperazione. C'è stato un incontro nazionale a Brasilia, in un accampamento denominato "Acampamento Terra Livre", nel quale si è fatto vivo pure il ministro della Giustizia Tarso Genro. Hanno partecipato quasi mille dirigenti indigeni, appartenenti a 113 popolazioni diverse, e i Guarani hanno detto al ministro: "Noi, popoli Guarani e Terena del Mato Grosso del Suda, siamo più di 70 mila e viviamo, di fatto, in 50 mila ettari di terra. Ci hanno preso la nostra terra, ci hanno confinati. Hanno distrutto le nostre ricchezze naturali e i nostri fiumi, ma non sono riusciti a farci tacere o abbandonare la resistenza e lotta per riprenderci la terra! Hanno assassinato diversi dei nostri lider e nessuno degli assassini è in prigione. Invece, parecchi dei nostri lider sono stati arrestati, perseguitati e criminalizzati perchè rivendicavano i diritti che la Costituzione brasiliana ci assicura". "Tutto questo - sostiene il giornalista - avviene a causa dei ritardi dei successivi governi nel definire i confini legali delle terre degli indios, che fanno gola agli allevatori di bestiame e piantatori di soia che hanno potenti rappresentanti nel Congresso Nazionale".

Scrive Mario Menezes, della Unisinos, su Adital: "Sono già stati disboscati 73 milioni di ettari per fare pascoli per il bestiame e produrre soia, cotone, etanolo (canna da zucchero). E' una pazzia. La terra dell'Amazzonia è marcia, i pascoli e le coltivazioni durano poco. Quando smettono di produrre, si abbandona la terra e si brucia altra foresta: ci sono già 23 milioni di ettari di terra abbandonata. Si butta via una ricchezza durevole nel tempo e che si rigenera da sola, per un'altra di breve durata. E quello che è peggio è che si toglie la fonte di vita ai popoli della foresta, che così vengono ridotti alla miseria. Più o meno i due terzi (della ricchezza) rimangono in Brasile. Dal 1990 al 2007, siamo arrivati a produrre in Amazzonia ciò che era impensabile prima, cioè soja, carne, cotone, etanolo e granoturco. Questo sviluppo non ha reso possibile lo sviluppo locale. Se prendiamo i dati di questo periodo, vedremo che quasi 40% della popolazione continua a vivere alla base della linea della povertà. Il Brasile va a prendere là ciò di cui ha bisogno, ma non lascia nulla all'Amazzonia. Pochi in Amazzonia ne traggono beneficio. 50 per cento della soia del paese è prodotta là, e pure 50 per cento del cotone. La carne è intorno al 36 per cento. I due terzi sono consumati in Brasile, un terzo è esportato. Il potere acquisitivo di chi vive in Amazzonia è molto basso perchè possano mangiare carne. Questa è l'altra contraddizione. L'Amazzonia è un grande emporio, ma noi ne pagheremo il prezzo. Non è che l'allevamento sia quello che produce il maggiore impatto. E' solo l'attività principale. Non è vero che, se non esistesse l'allevamento, il disboscamento finirebbe. Quello che manca è una politica coerente per mantenere la foresta produttiva e valorizzarla dal punto di vista economico. Essa ha funzionato così e può continuare a funzionare. Fondamentalmente, il disboscamento dev'essere zero. Non bisogna più andare nella foresta per sviluppare l'allevamento, ma per sostenere le persone che vi abitano, che la capiscono più di chiunque altro e producono a partire da essa senza distruggerla".

3 maggio 2009

RIPARTIRE SEMPRE DA CRISTO

Nella foto: il nostro vescovo Dom Eugenio durante un incontro di confraternizzazione con il clero, uno dei rari momenti di relax nella sua agenda zeppa di impegni. Dom Eugenio, laureato in teologia catechetica, è rappresentante nazionale dei vescovi brasiliani per la catechesi. Siccome la CNBB ha promosso quest'anno come anno della catechesi, la sua presenza sarà molto sollecitata non solo nella nostra diocesi ma in tutto il paese. Da parecchio tempo il Magistero sottolinea la necessità della catechesi non solo per i ragazzi ma anche (anzi, soprattutto) per gli adulti. E' un'esigenza sempre più realistica e urgente, man mano che la società e la cultura percorrono un cammino distante e spesso divergente dal Vangelo, e la Chiesa rischia di seguirle. Noi battezziamo bambini dopo una preparazione sommaria dei genitori e padrini. Diamo la prima Eucaristia e la Cresima a ragazzetti e preadolescenti, dopo un breve periodo di catechismo. Non è fatto bene e non è sufficiente, tant'è vero che alla fine di questo periodo la maggior parte considera terminato il proprio impegno con la comunità cristiana e conclusa la propria formazione. Fanno la cresima e se ne vanno: è così in Italia, e sempre più spesso anche in Brasile.

Già il Concilio Vaticano II, nella Costituzione sulla Liturgia (par. 64), scriveva: "Si restauri il catecumenato degli adulti, distribuito in diverse tappe, la cui messa in pratica dipenderà dal giudizio del vescovo locale...." Non solo catechismo, perciò, ma addirittura un catecumenato: che significa un primo approccio, un "inizio dell'evangelizzazione" che faccia scattare la conversione, la decisione personale di aderire a Cristo e crescere come "creature nuove", discepoli e discepole di Gesù, che cercano di vivere "una nuova vita in Cristo". Siccome da ragazzi abbiamo ricevuto i sacramenti soprattutto per consuetudine, da grandi abbiamo bisogno di scoprire il loro senso e viverli come scelta di vita, riconoscendo Cristo come colui che ha parole che salvano. Come affermava il Vangelo di sabato scorso: "Tu solo hai parole di vita eterna" (Giov. 6, 69). Nonostante che i ripetuti interventi del Magistero abbiano martellato questa esigenza, il catecumenato e la catechesi degli adulti stentano a decollare. Continuiamo a contare su un grande numero di cattolici (un miliardo o forse più) che, nella maggior parte, non hanno ancora preso la decisione se vivere da battezzati oppure no. Senza questo passo, la decadenza della Chiesa è inevitabile. E' chiaro che questo non è possibile senza un dono di Dio. "Nessuno viene a me se non gli è concesso dal Padre" (Giov. 6, 65), ma sappiamo che il Padre lo concede, anzi, ci invita e si fa presente.

Qualcuno si accontenta di appartenere alla Chiesa visibile e osservarne (più o meno) i precetti, o fare una professione di fede formale. Ma la Chiesa visibile è storica, e corre essa stessa il rischio di perdere senso e credibilità trascurando l'eredità che Gesù Cristo le ha lasciato. C'è un problema di continuità. I teocon e i teodem vogliono la Chiesa e la sostengono, si candidano a suoi alleati: ma che Chiesa vogliono? Un cattolicesimo di regime, con un Vangelo assai annacquato. Staccata dalla propria origine, la Chiesa diventa una struttura, una istituzione religiosa tra le tante, e basta. Le tradizioni a volte sono bellissime, ma non salvano. Bisogna tornare sempre alle radici. San Giovanni Battista predicava: "Perfino da queste pietre Dio può suscitare figli di Abramo: convertitevi" (Mt. 3, 9). Siamo redenti perchè Gesù Cristo ha vissuto tutte le situazioni della vita umana dalla nascita fino alla morte in croce, in obbedienza al Padre, ed è risorto. Ha trasportato la vita e le relazioni umane su un altro piano. Ci ha aperto la strada per elevare la nostra condizione umana alla misura di Cristo, l'uomo perfetto che vive pienamente l'amore e costruisce un mondo secondo il cuore di Dio. Siamo veramente cristiani solo se rimaniamo sempre alla scuola di Gesù, del Gesù storico. E' un lavoro per tutta la vita. Non possiamo riassumere in una riga i Vangeli e il Nuovo Testamento, ma sicuramente, per ognuno di noi e per tutta la Chiesa, la speranza di non diventare adepti di una religione senz'anima sta nel rimanere sempre attaccati al filone delle origini, della testimonianza di Gesù e delle prime comunità cristiane. Quella è la nostra scuola.

Oggi più di ieri esistono parecchie comunità cristiane animate da questa adesione sincera a Gesù Cristo. A volte bastano poche persone, o una sola, come un fermento che fa lievitare tutto il gruppo. Vado a celebrare una messa in una comunità e sento intorno a me la presenza viva di quaranta o sessanta persone totalmente immedesimate nelle parole, nei gesti, nel mistero che stanno celebrando con me. Perchè c'è un'animatrice, e la vedo lì davanti, che crede, prega e canta con l'anima e il corpo. Cantano molto. S. Agostino scriveva: "Cantate con la voce, cantate con il cuore, cantate con le labbra, cantate con la vita" (sermo 34, dall'ufficio delle ore). In diverse altre comunità cantano solo con la voce, in altre nemmeno con quella. Facciamo una Chiesa che canti con la voce, le labbra, il cuore, la vita e pure la testa, e quella sarà una Chiesa che, dopo averci trasformati, trasformerà anche il mondo. Non prendete queste parole come un messaggio mio, ma di Cristo risorto e di questo tempo pasquale di cui siamo giunti alla quarta settimana.

Il vescovo Dom Eugenio è preoccupato anche per il seminario: il piatto piange, mancano i soldi. Ci abbiamo fatto anche un incontro regionale, per studiare come aiutarlo. Si prospetta una nuova tassa diocesana alle parrocchie, e sapete come le tasse sono simpatiche. Ogni seminarista costa circa 400 euro al mese. I finanziamenti da Modena sono diminuiti drasticamente: credo che sia anche giusto, perchè ci siamo abituati male. Non si può vivere sempre a spese di altre chiese. Dobbiamo organizzarci, per garantire la continuità. Ma se a qualcuno venisse in mente di farsi patrocinatore o benefattore, almeno provvisiorio, di un seminario con dieci candidati, si faccia vivo. Il problema finanziario delle diocesi e il problema delle vocazioni sono conseguenza della situazione di cui sopra: cerchiamo di preparare preti per una massa cattolica che segue la Chiesa ma non si sente Chiesa. Dal battesimo in poi c'è poco o niente. Le comunità vive vanno avanti anche se il prete si fa presente solo ogni tanto, per una messa o una lettura biblica, un ritiro spirituale. Le altre, se non c'è il prete non si riuniscono nemmeno: e non passa per la loro mente, se non altro, di offrire generosamente per la formazione di ragazzi che vogliono diventare preti.

E' la domenica del Buon Pastore, rivolgiamo il pensiero alle vocazioni poco propriamente chiamate "sacerdotali". Dico "poco propriamente", perchè il sacerdote per tradizione degli antichi era un intermediario tra Dio e l'umanità. Ma il vero e unico sacerdote del Nuovo Testamento è solo Gesù Cristo, e non abbiamo bisogno di altri intermediari. Tuttavia abbiamo i sacerdoti, o meglio, i "presbiteri". Scrive il teologo Paul Hoffmann: "Soprattutto Matteo (23, 8-12) ha definito la comunità cristiana come fraternità e ha proibito a quelli che in essa sono responsabili l'uso dell'autorità patriarcale e magisteriale: "Uno solo è il vostro Maestro e Guida: Gesù Cristo - uno solo è il vostro Padre: quello celeste - e tutti voi siete fratelli. Chi è maestro nella comunità rimane discepolo del Regno di Dio". (A herança de Jesus e o poder na Igreja). Non dimentichiamo, perciò, il sacerdozio fondamentale che viene dal battesimo ed è di tutti i battezzati, di tutta la comunità unita a Cristo. Cadranno molte foglie e rami secchi dall'albero, ma abbiamo un bel futuro davanti, se lavoriamo per fare in modo che tutti quelli che ricevono il battesimo si assumano come fratelli in una comunità tutta sacerdotale. La quale avrà sempre bisogno di "presbiteri" per mantenere l'unità, organizzare e curare l'approfondimento della fede: ma non ditemi che avrà problemi a trovarli! L'unico autentico problema di fondo è ripartire da Gesù Cristo.

27 aprile 2009

MA LULA C'E'


Nella foto: la festa della Terza Età. La Lega Cattolica (una delle associazioni più antiche e tradizionaliste della parrocchia assieme alla Conferenza di San Vincenzo), l'ha promossa domenica scorsa. Itaberaì è ancora una città prevalentemente di giovani, ma a metterci tutti insieme noi vecchietti e vecchiette siamo stati in grado di riempire pieno zeppo l'ampio salone parrocchiale. Ho avuto occasione di fare due chiacchiere con tanti e tante a cui ho celebrato il matrimonio nei primi anni dopo il mio arrivo in Brasile, nel lontano 1967. Siamo ancora lì a due passi l'uno dall'altro, ma ci si incontra poco perchè gli impegni quotidiani ci portano a frequentare ambienti diversi. Abbiamo passato la mattina della domenica assieme, ascoltando vecchie canzoni popolari riproposte da alcuni piccoli cori locali. La nostalgia piace tanto che più volte tutti si sono commossi e sono balzati in piedi per unire le loro voci al coro. Naturalmente le preoccupazioni con la salute sono state messe al centro dell'incontro. C'era una lunga fila al tavolo dell'infermiera che misurava la pressione (non serve a niente, ma è gratis). Il medico ha tenuto una lezione lunghissima. Ha proiettato sulla parete immagini macabre. Ci ha mostrato come diventano le nostre ossa e cartilagini distrutte dall'osteoporosi e dalle artrosi, e una serie di carrozzelle e protesi disponibile sul mercato, per ogni genere di infermità. Allegria allo stato puro! E poi ha spiegato come gestire le perdite della vista, memoria e udito, evitando di sistemare le nostre cose in luoghi in cui non le troviamo più. E di inciampare in cavi elettrici e scarpe abbandonate sul pavimento di casa. Era un medico molto giovane. Secondo me si è divertito da morire. Al pranzo, che era la parte più attesa della festa, io non sono rimasto perchè la fila era troppo lunga.


Io e don Eligio abbiamo partecipato "di diritto". Tra l'altro, lui in questi giorni affronta problemi di salute un pò complicati. Nonostante tutto, era festa: l'anzianità è pur sempre vita, e possiede la sua parte di interesse e felicità, finchè si può viverla con dignità. E la dignità consiste anche nell'accettare, sia pure di malavoglia e quando arriverà, di recitare il "nunc dimittis". Proprio per questo non capisco perchè alcuni facciano tante acrobazie dottrinali e politiche per dare allo Stato il diritto di mettere il naso nelle nostre scelte personali, quando si tratta di decidere quali terapie accettare e quali rifiutare. A chi giova? A chi vuole difendere la vita non manca certo il lavoro: lottiamo affinchè tutti abbiano pane, assistenza medica, educazione e istruzione, opportunità di un lavoro dignitoso, e tutto il resto di cui c'è bisogno per una vita veramente umana. L'ambiente, per esempio. Leggiamo stamattina sul giornale locale che sta per entrare in agonia anche il nostro Araguaia, il fiume dei sogni di ogni abitante di Goiàs. Scarico delle industrie e abitazioni civili, irrigazione delle monoculture di soja, granoturco e canna da zucchero, accumulo di rifiuti sulle sue rive, stanno trasformando in una fogna a cielo aperto quello che è stato sempre il nostro simbolo di spiagge di sabbia immacolate e tuffo nella natura incontaminata.


I nostri vescovi brasiliani sono riuniti in Assemblea ad Itaici, SP. - noi sappiamo solo che stanno studiando situazioni come la formazione del clero, la catechesi e (così si dice) la posizione della Chiesa di fronte alla crisi economica. Dall'analisi non ufficiale presentata nel bollettino della CNBB, possiamo immaginare che chiederanno ai politici, nella lotta per superare la crisi, di non pensare solo a una ripresa ma a cambiamenti sostanziali che favoriscano il risparmio a beneficio dell'ambiente e l'equa distribuzione della ricchezza prodotta. "Si prospetta dunque un modo di produzione e consumo nel quale il mercato non sia l'unica istituzione che regola la produzione e la distribuzione dei beni, ma si sommi ad altre istituzioni come l'economia solidale, la cooperativa e la pianificazione statale, e in cui sia rispettato il principio della sussidiarietà: l'istanza superiore non si appropri di ciò che l'istanza inferiore è capace di fare" (Pedro de Oliveira).

Oggi però, come tema principale, vorrei passarvi stralci di un'intervista a Luis Inàcio da Silva detto Lula, presidente del Brasile. L'argomento è la futura campagna elettorale per la sua successione. Lula ha già scelto Dilma Roussef, e il giornalista lo interroga su questo. Ma il Presidente, nel rispondere, apre il discorso su un orizzonte assai più ampio, facendo una analisi assai interessante della politica e delle politiche latino-americane e mondiali. L'intervista è di Ricardo Carpena, ed è pubblicata integralmente in spagnolo e portoghese sul sito www.adital.com.br

- Tu hai detto che ti piacerebbe che il tuo successore fosse il capo del Gabinetto civile, Dilma Roussef. Senza dubbio, lei sta salendo nell'accettazione popolare, però è ancora indietro rispetto a Josè Serra, del Partito Social Democratico Brasiliano (PSDB). Continui ad avere una fede cieca in Dilma?

-- Io non ho fede, ma piuttosto sicurezza e lavoro politico. So che Dilma può essere la futura presidente del Brasile. Per questo abbiamo un lavoro da fare. Per prima cosa, il governo deve governare. Fino al 31 dicembre 2010 continuerò a lavorare come se fosse il primo giorno del mio governo. In secondo luogo, bisogna costruire la coalizione, chi starà insieme a noi, e a questo scopo abbiamo un anno, un anno e poco più. In seguito dobbiamo sapere se il PT (Partito dei Lavoratori) vuole che sia lei la candidata. E poi bisogna ancora domandarlo al popolo. Una volta compiuto tutto il rituale, lei potrà essere candidata. Non mi preoccupano i sondaggi. Serra è già stato candidato a presidente, a governatore di S.Paolo. Però una cosa posso dire: sarà un privilegio per questo paese se si faranno le elezioni tra Dilma e Serra. Se i candidati saranno Dilma, Serra e Ciro Gomes, del Partito Socialista Brasiliano, sarà ugualmente un lusso. La stessa cosa anche se ci sarà Aècio Neves. E questo perchè non vedo nessuno di destra lì. Vedo compagni di sinistra, di centrosinistra, progressisti. Questo è un avanzamento straordinario per il Brasile.

- Che cosa accade dentro a un dirigente di sinistra che oggi è un esempio di pragmatismo? Quali cambiamenti si sono prodotti nella sua interiorità?

-- Non sono mai stato marxista. Mai. Di questa malattia non ho sofferto! La mia origine è stata il movimento sindacale, nelle comunità di base e nel movimento sociale. Mi sono sempre considerato un socialista, però il PT non ha mai definito un tipo di socialismo, perchè ciò era impossibile. C'era l'esempio dell'Unione Sovietica: era questo il modello di socialismo che uno voleva? No, io non lo volevo perchè non concepisco un socialismo senza libertà democratica, senza diritto di sciopero, senza alternanza nel potere. Questa è la mia ideologia. C'è stato un momento, negli anni 70, in cui la sinistra brasiliana mi diceva che io ero di destra. E la destra diceva che io ero di sinistra. Questa posizione era importante perchè prendeva in considerazione che mi trovavo nella strada giusta. La realtà è che il lavoro che abbiamo fatto nel movimento sindacale mi ha permesso di riunire un gruppo molto grande di brasiliani che, negli anni settanta, partecipavano alla lotta armata, un grande numero di intellettuali, i migliori che avevamo in Brasile; un grande numero di sindacalisti, con un sostegno molto forte dei movimenti sociali e delle comunità. Non ho mai sofferto un trauma per aver cambiato atteggiamento per aver guardato la politica con grande pragmatismo. In politica si fa quello che si può fare. Nel discorso possiamo dire ciò che vogliamo, ma al momento di eseguire, il limite è il possibile. Io sono stato eletto con un programma molto chiaro, ho preso un impegno col popolo brasiliano e per questo mi hanno eletto presidente della Repubblica. Io sto mettendo in pratica. Ho i miei dubbi che ci sia in altri posti nel mondo una relazione tra il presidente e i movimenti sociali come quella che esiste in Brasile. Io parlo coi dirigenti sindacali, con quelli che vivono in strada, con i travestiti, con gli omosessuali e tutto senza pregiudizi. Per questo posso dire che, in fondo, non sono cambiato. Sono cresciuto e ho preso delle responsabilità. Quando siamo opposizione, diciamo ciò che crediamo e pensiamo che debba essere fatto; però, quando siamo governo, non crediamo e non pensiamo niente: facciamo. Io sono stato eletto per fare.

- Esistono persone che dicono che tu e Michelle Bachelet siete parte di una sinistra razionale, e che Chávez e Evo Morales sono più populisti. E' proprio così? In ogni caso, come situeresti la Kirchner in questo quadro?

- Non la vedo in questo modo. La cosa non è così semplicistica. Evo Morales é quello che è per effetto della sua cultura politica, delle persone che egli rappresenta. Chávez, pure lui, è quello che è per la sua cultura politica. E Kirchner lo stesso. Qualsiasi persona può avere le sue riserve su Kirchner; ma la verità è che dopo molti anni, l'Argentina è tornata ad essere un paese, è tornata a crescere, a generare posti di lavoro e ad essere più rispettata. Può piacerci oppure no; però il dato concreto è questo. Kirchner è stato l'inizio di una nuova era per l'Argentina, che ha la sua continuità con Cristina. Il mio orgoglio è che, quando lascierò il governo, avremo un paradigma diverso di governabilità in questo paese. E questo è valido anche per Chavez. Quando sentiamo la gente criticare Chavez, dovremmo domandare loro com'era il Venezuela prima del suo governo. Se la gente viveva meglio, allora, senza dubbio, lui sarebbe il "bandito" della storia; ma questo non è vero. Chavez ha migliorato moltissimo la vita dei poveri, ed esercita la democrazia.... Personalmente, io non sopporterei tante elezioni come lui. Un referendum oggi, un referendum domani? Io non resisterei. Se impariamo a rispettare la sovranità di ciascun paese, le sue abitudini culturali e politiche, la storia, soffriremo meno, avremo meno nemici. Quando Evo Morales cominciò a litigare col Brasile, i settori più conservatori volevano che io lo minacciassi. L'ho sempre trattato come si tratta un compagno. Sapevo che il gas era suo e sapevo che un giorno la situazione sarebbe stata capita, che lui stesso avrebbe capito che c'erano cose distinte da fare. Questo è ciò che sta accadendo: lui è molto più maturo. E' riuscito ad organizzare la sua squadra. Perchè per essere governo dobbiamo montare una squadra. Obama non può eleggere il secondo uomo della sua equipe economica perchè deve passare attraverso il Partito Repubblicano. Per quanto siamo intelligenti, per quanto importante possa essere il paese, esiste un tempo per maturare. Spero che l'America Latina non torni mai più indietro.

21 aprile 2009

I NOSTRI AVI, COM'ERAN BRAVI


Oggi è festa civile. Mentre in Italia vi preparate a celebrare la Resistenza, il Brasile celebra Tirandentes, martire dell'indipendenza brasiliana. Lo vedete in un dipinto di Pedro Amèrico del 1793, tagliato a pezzi. Gli uffici pubblici e le scuole, in genere, hanno già chiuso da sabato scorso, perchè siamo quasi tutti d'accordo che la vita non è fatta solo per lavorare. Ma è anche un giorno triste, perchè domenica mattina scorsa è accaduto un altro grave delitto conseguenza di un misto di droga e alcool. Divino, un giovanotto che abbiamo conosciuto come ottimo ragazzo fino a un anno fa, ha ucciso il suo patrigno a coltellate, in casa, in seguito a una lite per futili motivi dopo una notte di baldoria. La vittima, un brav'uomo; il figliastro un buon ragazzo. Una famiglia di poveri e onesti. Come può scoppiare d'improvviso una simile violenza? La droga e l'alcool stanno rovinando i giovani. La società contemporanea è sbandata. I punti di riferimento tradizionali non tengono più, e la gente non ne ha ancora trovati altri più solidi. Alcuni immaginano che si debba tornare indietro, a epoche in cui presumono esistessero moralità, giustizia, pace, amore vero e solidarietà. Ma è impossibile. Inoltre, il passato non era tutto ciò che i nostalgici (o gli spaventati) sognano.

Come dimostra il caso di Tiradentes, eroe nazionale brasiliano che oggi commemoriamo. Vi riassumo la storia: servirà specialmente per chi è curioso di conoscere un pò meglio il passato del Brasile. Userò, come pro-memoria, la trafila pubblicata sul sito di Wikipedia. Tiradentes si chiamava Joaquim Josè da Silva Xavier, soprannominato Tiradentes per uno dei tanti mestieri che ha professato nella vita: quello di dentista, che a quei tempi consisteva nello strappare denti. Battezzato il 12 novembre 1746 (nel periodo coloniale il registro religioso sostituiva quello civile), quarto di sette figli, in un villaggio nei pressi di Sao Joao del Rei, Stato di Minas Gerais. Rimase orfano di madre a nove anni, e di padre a undici anni. Fu dentista, conduttore di carovane di muli, minatore, commerciante e militare. Suo padre era proprietario rurale, ma dopo la morte i figli perdettero tutto per pagare i debiti. Non fece studi regolari e rimase sotto la tutela di un padrino che era, secondo gli usi dell'epoca, "dentista chirurgo". In seguito diventò socio di una bottega di assistenza ai poveri e si diede anche alle pratiche farmaceutiche e alla professione di venditore di agli. Come commerciante se la cavò piuttosto male. Nel 1780 (a 34 anni) cominciò a lavorare per il governo come militare e dopo un anno divenne comandante di un distaccamento che controllava la strada su cui passavano le carovane per trasportare l'oro di Minas Gerais al porto di Rio de Janeiro, con destino a Lisbona.

Fu da questo periodo in poi che si avvicinò ai gruppi che criticavano lo sfruttamento del Brasile da parte della madrepatria portoghese, che diventava evidente confrontando la povertà della gente in Minas Gerais con la quantità di oro che andava verso il Portogallo. A questo si aggiungeva l'insoddisfazione di non poter fare carriera per mancanza di studi e per livello sociale. Infatti il massimo grado che raggiunse fu quello di Alfiere, che a quei tempi era il grado iniziale degli ufficiali. Nel 1787 si dimise dalla cavalleria. Abitò poi, per un anno circa, a Rio de Janeiro, dove ideò alcuni progetti civili importanti come il trenino per il Pao de Açucar e la canalizzazione di due fiumi per il rifornimento dell'acqua alla città. Tuttavia non ottenne il permesso per realizzare queste opere. Anche questo disprezzo del governo di Lisbona verso il suo lavoro aumentò, in lui, il desiderio di liberazione della colonia. Tornato in Minas Gerais, cominciò a predicare l'indipendenza della provincia di Minas e organizzò un movimento sostenuto anche da membri del clero e dell'elite sociale della regione.

Per capire quello che seguì, occorre ricordare che in quel periodo l'elite brasiliana era di due tipi: rurale, costituita da grandi proprietari terrieri che praticavano la monocoltura a favore del mercato europeo, utilizzando mano d'opera schiava. Questi erano una specie di feudatari medievali adattati alle esigenze locali. L'altra, diffusa soprattutto in Minas Gerais, Goiàs e Mato Grosso, si dedicava alle miniere di oro e argento, utilizzando anche per questo essi mano d'opera schiava. Dopo il 1750 la produzione delle miniere cominciò a decrescere, ma non decresceva la tassa che il governo di Lisbona imponeva alle provincie minerarie: la Quinta, che stabiliva per tutti e per sempre il pagamento di 100 "arrobas" di oro all'anno (una arroba è 15 chili). Rimaneva sempre meno oro sul posto e la prosperità delle principali città minerarie andava in declino, lasciando dietro di sè il malcontento. In coincidenza con questo, nell'Università di Coimbra (in Portogallo) il Primo Ministro del Regno, Marchese di Pombal, aveva imposto un aggiornamento degli studi secondo le idee liberali dell'Enciclopedia Francese. I figli delle famiglie brasiliane più ricche, che andavano là a studiare, tornavano a casa con idee rivoluzionarie repubblicane e con simpatie massoniche. Si preparava una rivoluzione dei poveri guidata dai ricchi. Poteva funzionare?

Nel 1789, anno della Rivoluzione Francese, iniziò il movimento insurrezionale chiamato "Inconfidencia mineira", che al grido di "Viva la Repubblica" guadagnò in poco tempo l'adesione popolare. Il loro piano era dichiarare l'indipendenza della provincia e fondare una repubblica con capitale a Sao Joao del Rei, dove intendevano fondare una Università. Ben presto, però, la cospirazione fu sventata: il 15 marzo un gruppo di personaggi di alto rango che facevano parte del complotto, denunciò i compagni in cambio del perdono dei loro debiti minerari con il Ministero delle Finanze Reali. In seguito alla denuncia, i rappresentanti della corona portoghese ridussero le esigenze di riscossione di tasse arretrate per svuotare il malcontento della sommossa, e avviarono una investigazione. Uno alla volta i cospiratori rimasti furono arrestati. Anche Tiradentes, che era fuggito a Rio di Janeiro e si era nascosto in casa di amici, fu scoperto e incarcerato.

Il processo durò tre anni, alla fine dei quali solo per Tiradentes (probabilmente perchè era il più povero) fu sentenziata la condanna a morte. Secondo le cronache fu in parte anche lui graziato, perchè la sentenza imponeva una "morte crudele" secondo le leggi del Regno, e invece fu solamente impiccato. Gli altri furono condannati per "delitto di lesa maestà" definito come tradimento del re, un delitto che la "legge alfonsina" paragonava alla lebbra. "Lesa maestà significa tradimento commesso contro la persona del re, o del suo Reale Stato, che è tanto grave e abominevole, e che gli antichi Sapienti tanto esecrarono, che lo paragonavano alla lebbra. Perchè come questa infermità riempie tutto il corpo, senza che mai si possa curare, e impedisce i discendenti di chi ne è affetto e chi parla con lui, cosa per cui (il malato) è separato dalla comunicazione della gente: così l'errore di tradimento condanna chi lo commette, e impedisce e infama i suoi discendenti, anche se non hanno colpa.”

E così, in un mattino del sabato 21 aprile 1792, Tiradentes percorse in processione le strade del centro di Rio de Janeiro, nel tratto tra la prigione pubblica e il luogo in cui era stato montato il patibolo. Il governo generale si industriò per trasformare quell'esecuzione in una dimostrazione di forza della corona portoghese, preparandola come un grandioso spettacolo. La lettura della sentenza si estese per diciotto ore, dopo le quali ci furono discorsi di acclamazione alla regina e un corteo munito di una grande "fanfarra" composta da tutta la truppa locale. Uno storico, Boris Fausto, sostiene che questa è una delle possibili cause della preservazione della memoria di Tiradentes, argomentando che tutto quello spettacolo finì per risvegliare l'ira della popolazione presente all'evento. Esecutato e squartato, con il suo sangue fu redatto il certificato di compimento della sentenza, e la dichiarazione di infamia per la sua memoria e quella dei suoi discendenti. La sua testa fu esposta su un palo a Vila Rica, e di lì, presto, scomparve. Gli altri resti mortali furono distribuiti lungo la strada da Minas a Rio, dove aveva tenuto discorsi rivoluzionari. La sua casa fu rasa al suolo, e il terreno cosparso di sale affinchè niente più vi germogliasse.

Ora che ho finito, speriamo di non vedere mai il ritorno di cortei in cui si squartano le persone e si infila la loro testa sui pali, e vado alla festa del Reforço Escolar a cui Padre Maurizio ci ha invitati.

18 aprile 2009

PIETRA ANGOLARE


In Italia avete una bella primavera, come dimostra questa fotografia scattata ai Bertocchi, in comune di Montese. Ma che settimana di passione, con il terremoto in Abruzzo! E che pasquetta con quello che è accaduto in seguito! La natura, ogni tanto, gioca scherzi terribili. Ho letto da qualche parte che quando si abita in zone sismiche, accanto al letto bisogna avere una borsetta sempre pronta con la torcia elettrica, le chiavi della porta di casa e della macchina, il cellulare ed altre cose utili per una fuga improvvisa di notte. Non ci avevo mai pensato. Noi abbiamo fatto l'unica cosa che potevamo fare per i terremotati: li abbiamo ricordati nelle preghiere. Abbiamo avuto problemi anche in Brasile. Disastri ambientali con le inondazioni di alcune zone, ma parecchio lontano da qui. In diocesi di Goiàs tutto tranquillo, con le consuete messe ogni sera nelle comunità, visite ad ammalati e a persone bisognose di aiuto, e qualche incontro di formazione. Le settimane prossime (dal 22 aprile al primo maggio) si svolgerà la 47a Assemblea Generale dei 270 vescovi della Conferenza Nazionale dei vescovi brasiliani, ad Itaici. Il tema principale, quest'anno, sarà la "formazione del clero". Non so se arriveranno novità. L'argomento mi fa pensare che l'attenzione sarà rivolta più a"dentro" che "fuori", verso la crisi e tutti i problemi che assillano la società brasiliana. Di fatto, anche questo è necessario.

Qui non ci troviamo in un mondo secolarizzato come in Europa, anzi....di religioni e religiosità ce n'è d'avanzo. Secondo un buon teologo-analista che è Padre J. B. Libanio, l'epoca attuale è sui generis: la secolarizzazione procede di pari passo con l'espansione della religiosità. Un fenomeno nuovo. La ricerca di religione e spiritualità è in aumento, le nuove chiese guadagnano adepti e si moltiplicano, e pure i centri di spiritismo nelle loro diverse forme. Si espandono le religioni asiatiche e quella nuova religione molto vaga che è nata in America ed è chiamata "Nuova Era". Nel cattolicesimo prende sempre più piede il Rinnovamento Carismatico, che rivendica una assoluta ortodossia nella dottrina e nella disciplina ecclesiastica e si presenta con le credenziali di movimento conservatore, tuttavia investe ogni sua energia nell'offrire appagamento emozionale e autorealizzazione individuale. Lo fa in nome e con la forza dello Spirito Santo, ma lo stile è prettamente in linea con la mentalità post-moderna dell'enfatizzare la soggettività e l'autosoddisfazione. Libanio invita a dare un'occhiata alle nostro strade di periferia che sono disseminate di chiese e incontri di preghiera, e commenta: assomiglia alla diffusione dei supermercati. Ognuno sceglie secondo l'impulso del momento, entra, prende quello che gli serve, e se ne va senza nessun impegno di tornarci. D'altra parte, l'economia liberista e la politica che la sostiene guadagnano sempre più il campo procedendo senza nessun Dio, e provocando tutti i problemi che sappiamo. Religioni e sistema non si danno fastidio.

Ma noi siamo molto esigenti. Vogliamo vivere e diffondere un cristianesimo ben piantato sulle radici profonde del Vangelo e di Gesù Cristo. Siamo fermamente decisi ad essere discepoli del Gesù storico, morto in croce e risorto. Ma non in una Chiesa arroccata in sè stessa, nel clericalismo e contro il mondo: bensì aperta ad alcuni valori cristiani ben visibili anche nella società post-moderna. Inoltre vogliamo il dialogo con le altre chiese e religioni, la cittadinanza nei paesi democratici, la partecipazione responsabile a tutte le lotte di liberazione da ogni oppressione e per un mondo più giusto, fraterno e umano. Sono compiti difficili. In mezzo a questo marasma religioso e in questa economia che sembra saper superare le crisi solo accelerando i consumi e correndo ancora più in fretta verso l'abisso, bisogna che il clero si prepari molto bene spiritualmente e intellettualmente per aiutare i laici ad aprire gli occhi e ad esercitare bene il loro ministero specifico, di cui (spesso senza saperlo) si sono fatti carico con il battesimo. D'altra parte io sono invecchiato e non tengo più dietro a tutti questi piani di pastorale. Troppe cose. Il mio compito sarà sempre di più visitare ammalati e anziani, che a volte sono anche un fortificante per la fede. Come la signora Alcides, che ora è immobilizzata in un letto per l'età e l'ictus che ha sofferto, e la vedo piangere di gioia per la comunione. Mi dice, coi lacrimoni: "Padre, che bel regalo mi ha portato!"

Dicevo che la società brasiliana è ancora molto religiosa, ed è vero: ma c'è anche molto ateismo pratico. Esso non significa sempre assenza o rifiuto della fede. Spesso è indifferenza e antipatia verso un cristianesimo pieno di precetti e osservanze e che vanta una pretesa spiritualità, ma volta le spalle alla vita reale e si nega ad assumere le proprie responsabilità civili e sociali. E dire che noi avremmo il fermento giusto per aiutare l'umanità a superare le sue molte crisi. Il filosofo nihilista Nietzsche scriveva quasi due secoli fa: "I cristiani non hanno l'apparenza di redenti". Abbiamo un bello da prendercela con gli atei, ma spesso l'ateismo comincia dalla scoperta che i cristiani e le loro chiese non credono che il progetto di Dio, di redimere il mondo, riguardi questa realtà in cui viviamo. Molti accettano, anzi si adattano e partecipano all'ingiustizia. Mettono il mondo come perduto, e rivolgono le loro speranze altrove o al di là.... E gli atei rispondono pressapoco come un famoso personaggio di Dostoiewsky: se il prezzo del biglietto per la vita eterna è rassegnarsi all'oppressione e all'ingiustizia, grazie tante, ne facciamo a meno. Che dire poi dell'ipocrisia? Secondo il rapporto del governo italiano che così spesso posa da difensore della morale cristiana, le transazioni bancarie per la vendita di armi sono aumentate da 1,3 miliardi nel 2007 a 4,5 nel 2008. I paesi ricchi combattono la crisi facendo e vendendo più armi, e nessuno ha gridato allo scandalo. Trafficanti di armi che si vestono da chierichetti non sono, automaticamente, missionari dell'ateismo?

In questi giorni ho letto un bel libro dello spagnolo Andrés T. Queiroga: "Recuperar a salvaçao", nella traduzione portoghese. Scrive che Cristo è stato martire della cattiveria umana. "Gesù morì perchè l'essere umano è cattivo e non sopporta la difesa del povero, nè lo smascheramento dell'ipocrisia, nè la denuncia dell'ingiustizia, nè la rottura delle convenzioni e privilegi sociali o religiosi. Gesù morì perchè era buono e non venne a patti nè si stancò, ma si mise, definitivamente, dalla parte degli oppressi, senza tirarsi indietro di fronte alle conseguenze"; "perchè fu fedele alla sua missione, donandosi senza riserve, senza tenere nulla per sè, nemmeno la cosa di maggior valore: la sua stessa vita, la sua illusione di vedere il coronamento della sua opera". La sua risurrezione, opera del Padre, è la dimostrazione che così si costruisce l'uomo nuovo, la "nuova creatura" che condivide la ricchezza e il sapere e costruisce una società di fratelli. Lui è la pietra angolare e il cammino in mezzo al marasma di una religiosità diffusa che, spesso, "non si sa se abbiamo un carnevale religioso o una religione carnevalesca... Come scriveva San Paolo: "Ho deciso di non sapere nulla tra voi, altro che Gesù Cristo, e questo crocefisso" (1 corinti, 2, 2)". (Da J.B. Libanio, Tendencias religiosas do mundo contemporaneo, Vida Pastoral n. 266, Paulus). Per questo non ci saremo mai preparati abbastanza.

--- PS: chi desidera vedere alcune foto recenti dell'asilo San Francisco apra il vecchio blog www.bartimeo.nafoto.net

12 aprile 2009

PASQUA, CRISI E VENERDI' SANTO


Abbiamo avuto il piacere pasquale della presenza, tra noi, di Dom Tomás Balduíno, che è stato "nostro" vescovo (nella diocesi di Goiàs). E' venuto a celebrare con noi, e col nostro attuale vescovo (Dom Eugenio Rixen), la messa degli olii. Dopo le sue dimissioni per limiti di età (nel 1999), si è ritirato nel convento dei domenicani di Goiania. Frate domenicano, prima ancora di essere eletto vescovo resse per alcuni anni la Prelatura Apostolica di Sao Felix do Araguaia. Arrivò a Goiàs nel dicembre 1967, e lì ricevette l'ordinazione episcopale. Con lui, Goiàs fu una delle prime diocesi a promuovere la "scelta preferenziale dei poveri", le comunità di base e la pastorale della terra. Inoltre si distinse nel continuare il contatto costante con diverse popolazioni indigene e con la Diocesi di S. Felix, una diocesi di frontiera che prendeva le difese di indios e posseiros contro il latifondo che li voleva cacciare dalla loro terra. Ora ha 86 anni, ed è ancora in piena forma. E' membro permanente della Commissione Pastorale della Terra (CPT) di cui è uno dei fondatori.

In questi giorni Dom Tomàs era di ritorno dall'Italia. Aveva partecipato, a Milano, al lancio dell'Agenda Latino-Americana, e in Vaticano alla celebrazione in memoria del martire Oscar Romero, vescovo assassinato nel 1980 a El Salvador. Cosa c'entra Dom Tomàs con la Pasqua? Il giornalista Isaildo Santos, nel giornale Diario da manha, ha pubblicato un articolo che ricorda gli ideali per cui lotta Dom Tomàs. Sono ideali pasquali, perchè la Pasqua è, fin dalle sue origini, una festa di liberazione: dalla schiavitù dell'Egitto per gli antichi ebrei, dal peccato per i credenti, dall'egoismo che è la molla del capitalismo come insegna tutta la predicazione e testimonianza di Gesù. Ecco alcune frasi di dom Tomàs citate dal giornalista: “Dopo tanto tempo di lotta, i paesi dell'America Latina si stanno liberando. E' una bellezza vedere indios, negri, donne e lavoratori farci carico, con orgoglio, delle loro identità. Diventare agenti delle proprie storie".

“Dom Oscar fu ucciso perchè difendeva i contadini. Questo processo di liberazione è arrivato a paesi come il Venezuela, Bolívia, Equador, Paraguai e El Salvador. Le popolazioni emarginate, come le comunità indigene, erano ignorate. Era come se non esistessero. Ciò che sta accadendo in Paraguay è impressionante. I Guarani, che erano padroni di tutti, sono stati messi da parte. Era come se la loro esistenza non fosse riconosciuta. E ora si stanno presentando, cercando i loro diritti storici". Dom Tomàs ricorda poi (scrive ancora il giornalista) che la Chiesa ha piantato una semente che dà i suoi frutti nei movimenti sociali solidi del continente. “Ne abbiamo una piccola responsabilità. In verità il popolo stesso, nelle sue basi, era già pronto. Negli anni 70 e 80, la "scelta dei poveri" fu il fermento di un progetto rivoluzionario. La Chiesa seminò nel campo fertile del cuore del popolo. Noi abbiamo mostrato il cammino.”

"L'entusiasmo del vescovo verso i contadini tradizionali, che fanno agricoltura di susstistenza, sembra fuori luogo nell'ambiente di Goiàs dominato da grandi imprese rurali che producono a prezzi bassi, sostenute dall'economia in scala - scrive Isaildo Santos - ma lui ha argomenti pronti: “Non sono contrario alle imprese rurali. Sono contro il latifondo improduttivo, che è disonesto. Perchè la terra non compie la sua funzione sociale. E sono contro la monocoltura che devasta la natura. Dobbiamo salvare il nostro pianeta. Dicono che l'alcool è un combustibile pulito. Esso è pulito solo dal tubo di scappamento in fuori. Servirà a migliorare l'aria dei paesi ricchi a costo del sacrificio delle sorgenti che alimentano i grandi bacini del Rio delle Amazzoni e del Rio da Plata. Perfino lavoro schiavo è stato scoperto nelle aree di produzione di alcool.”

La Pasqua nella quale tutti ci facciamo auguri di pace e serenità, dunque, è quella di Gesù che è morto è risorto. Come canta l'antifona liturgica: "Cristo è risorto, e ha illuminato il suo popolo", ma è pur sempre una luce conquistata con la lotta. Una lotta disarmata, di chi muore piuttosto che uccidere, perchè sa che la ragione vincerà. Non sarà con la ripresa dei consumi e la fiducia nella competizione e nell'egoismo che vedremo questa luce, ma con la conversione alla condivisione: come spiega Dom Demetrio Valentini, attuale vescovo di Jales (Stato di San Paolo), in un articolo pubblicato sul Adital dal titolo "La pasqua e la crisi", di cui vi passo alcuni paragrafi.

"A prima vista sembra che la Pasqua non abbia niente a che vedere con la crisi. In realtà essa è sorta dalla più antica e più naturale delle crisi, la crisi del ciclo annuale della vita sul nostro pianeta. Fa parte della dinamica della vita la lotta per la sussistenza. Il momento più preoccupante è quando la vita perde la sua forza e minaccia di estinguersi. E' allora il suo più grande prodigio. Da dentro alla morte, le forze vitali si rimettono insieme, e tutto l'universo sembra cospirare a favore della vita che riprende vigore ed esuberanza nella manifestazione della primavera. Fu per celebrare questo trionfo naturale della vita sulle forze della morte che sorse la pasqua primitiva. Prima che se ne appropriasse il popolo d'Israele come festa storica della propria liberazione dall'Egitto, la pasqua era già celebrata dai popoli che sperimentavano il contrasto tra i rigori dell'inverno e gli incanti della primavera.

I processi naturali servono di parabola e ispirazione per la storia umana. In un primo momento, la vittoria di alcuni sembra richiedere necessariamente la sconfitta di altri. La stessa narrazione (biblica) della liberazione di Israele implica la descrizione euforica della morte a mucchi degli egiziani. E' stata necessaria la testimonianza di Cristo, costituita in Pasqua nuova e definitiva, per farci capire che il segreto della vita umana sta nel donarla. Dando la sua vita per amore, Cristo vince la morte, con la vittoria della sua risurrezione. Questa simbologia della fede non ci esime dall'affrontare la sfida di capire la gravità della crisi attuale. Essa non si inquadra nel ritmo normale dei cicli della vita. E' fuori serie. Non prende in considerazione una pasqua. Mette in mostra, invece, deviazioni più gravi commesse dalla civiltà attuale, che minacciano la vita stessa del pianeta. La crisi ecologica si pone come l'avvertimento più eloquente, capace ancora di sensibilizzare le coscienze.

Quando avvisarono Gesù che il suo amico Lazzaro era malato, egli non lo visitò subito. Aspettò che morisse, per poi risuscitarlo. "Questa malattia è affinchè si manifestino i disegni di Dio". Anche adesso, è inutile avere fretta davanti a questa crisi, che chiede molto di più che cambiamenti superficiali. Prima è necessario lasciar morire molte illusioni, prodotte da un modello di civiltà contrassegnato dalla depredazione della natura, dall'accumulazione, dallo spreco, e dalla disuguaglianza che produce miseria e violenza. Questa crisi ci deve insegnare strade di rispetto per la natura, di giustizia nell'organizzazione sociale, e di fraternità nelle relazioni umane. Questa volta la Pasqua ci rimanda al venerdì santo. Prima di terminare la crisi, ci sono ancora molti equivoci da esorcizzare.