19 marzo 2008

EUCARISTIA, CROCE, PASQUA DI RISURREZIONE.



Particolare del pannello sull'abside della cattedrale di Goiàs:non sono un intenditore di arte, ma so che questi pannelli (una serie che copre tutta l'abside) sono di notevole valore. Sono stati dipinti negli anni 80 da un pittore cileno che si chiama Cerezo, molto conosciuto e apprezzato internazionalmente (almeno da queste parti). Sotto la croce, le comunità cristiane spezzano il pane eucaristico, e imparano a spezzare tra loro anche l'altro pane, quello che alimenta il corpo. La spiritualità non è separata dalla vita: la lezione viene da Gesù, dalla sua fedeltà al Padre fino alla morte in croce. Per liberare l'umanità da ogni forma di oppressione, come spiegava il Vangelo di ieri.

Chiedo scusa ai lettori: il "postino" mi ha fatto questa segnalazione che io vi passo: "Ti segnalo un errorino nell'ultimo blog: Maximino Cerezo Barredo non è cileno, ma è un artista (e prete clarettiano) spagnolo".

Ieri sera, infatti, ci siamo riuniti anche noi in cattedrale, con il Vescovo e gli operatori laici, per la Messa Crismale e il rinnovamento del nostro impegno di presbiteri e discepoli. Appena possibile vi pubblicherò alcune foto che ho scattato nei momenti meno impegnativi del rito: c'era tutto il clero di Goiàs e nientemeno che due vescovi emeriti. A qualcuno interesserà vedere Dom Tomàs Balduino, ancora arzillo nonostante i suoi 86 anni: lo trovate nel sito www.bartimeo.nafoto.net.

La liturgia del Giovedì santo mi ha sempre affascinato: è il giorno in cui i riti mettono in risalto l'Eucarestia preceduta dalla lavanda dei piedi. La prima é il pane per noi deboli e fragili camminanti. La seconda è un vigoroso richiamo per tutti noi: Dio ci considera uguali e ci chiede di servire, non di innalzarci sopra gli altri. Noi siamo ambiziosi e vanitosi perfino nelle celebrazioni eucaristiche, figuriamoci!

L'Assemblea dei vescovi dell'America Latina, riunita nel maggio dello scorso anno ad Aparecida do Norte (Santuario nazionale situato nello Stato di San Paulo, ha iniziato il suo documento finale con questa coraggiosa dichiarazione: "Noi, come discepoli e missionari di Gesù, vogliamo e dobbiamo proclamare il Vangelo, che è lo stesso di Cristo. Annunciamo ai nostri popoli che Dio ci ama, che la loro esistenza non è una minaccia per l'essere umano, che Egli è vicino col potere salvatore e liberatore del suo Regno, che Egli ci accompagna nella tribolazione, che solleva costantemente la nostra speranza in mezzo a tutte le prove.Noi cristiani siamo portatori di buone notizie per l'umanità, non profeti di sventure.

La Chiesa deve compiere la sua missione seguendo i passi di Gesù e adottando i suoi atteggiamenti (cf. Matteo 9, 35-36). Egli, essendo il Signore, si fece servo e obbediente fino alla morte in croce (cf. Fl. 2, 8).Essendo ricco, scelse di essere povero per noi (cfr. 2 Cor. 8,9), insegnandoci il cammino della nostra vocazione di discepoli e missionari. Nel Vangelo abbiamo appreso la sublime lezione di essere poveri seguendo Gesù povero (cfr. Lc. 6, 20; 9, 58), e quella di annunciare il Vangelo della pace senza borsa o zaino, senza riporre la nostra fiducia nel denaro né nel potere di questo mondo (cfr. Lc. 10, 4 ss)".

Sono soltanto parole? Certo abbiamo visto molte volte la pratica tradire le parole, e lo abbiamo fatto anche noi. Ma la dichiarazione di volontà, in tempi come i nostri, è particolarmente importante. Perciò le lascio meditare a chi lo desidera, e mi fermo qui: facendo a tutti i migliori auguri di Buona Pasqua.

Vi aggiungo un video: la passione secondo Graziosi, artista di Savignano.

14 marzo 2008

PRIMA CHE L'AMORE FINISCA


Oggi vi offro il ritratto di Marianela Garcia, una delle nostre martiri di El Salvador assieme a Mons. Oscar Romero, di cui era amica. Ve ne parlo usando TUTTA la pagina che ho ricevuto dal "postino", che condivido pienamente.

“Berlusconi e la destra che egli ha portato al potere non sono che i figuranti italiani di una rappresentazione internazionale in cui, all’ombra di grandi parole come globalizzazione, modernità, mercato, una minoranza di appagati si fa il mondo a propria misura, lo permea, lo domina, lo presidia con le sue armi, tenendo a bada e abbandonando all’impotenza e alla morte la maggioranza degli inappagati, dei poveri, degli esuberi e degli esclusi”, lo scriveva qualche anno fa Raniero La Valle in una riflessione dedicata alla figura del sindacalista Sergio Garavini, e noi facciamo certo, con voi, gli scongiuri perché quel signore, così poco signore, non riesca a riportare al potere la sua destra, ancora più destra e fascisteggiante di un tempo. Ma La Valle aggiungeva anche una riflessione sulla maniera di essere e di agire nell’agone politico delle vostre sinistre e sulle loro divisioni, la cui ragione addebitava al fatto che esse “operano in uno spazio, quello geopolitico dell’Occidente, che nel suo complesso ha fatto la scelta di preservarsi, di crescere e di salvarsi da solo, e che, perduto il mito dell’universalità, fa secessione dal resto del mondo e si erge sopra o contro questo altro mondo in termini che sono oggettivamente imperiali o, in una illusoria pretesa di sicurezza, in termini di apartheid”. E sottolineava: “È questa separazione, questa frattura, che va sanata, è questa ricostruzione “costituente” dell’unità del mondo che deve essere oggetto della lotta politica”. E noi non si può che concordare. Un tempo si diceva “extra ecclesia nulla salus”. Che, inteso nel senso giusto, non può significare altro che non ci si salva da soli, ci si salva insieme, nella comunione con i poveri del mondo. Con le loro speranze e lotte, con il loro desiderio di vita. Noi speriamo che la sinistra (quale altro spazio per cristiani che si vogliano coerenti con l’annuncio evangelico della liberazione dei poveri?) nella campagna elettorale in atto e nella politica che le seguirà, se ne faccia avvertita.

Oggi (cioè ieri, 13 marzo - ndr) da noi, si fa memoria di una piccola grande donna che diede la vita per amore del suo popolo: Marianela García Villas, martire per i diritti umani in El Salvador.

Marianela era nata nel 1949 in El Salvador da una colta famiglia borghese di origine spagnola. Ed è in Spagna, a Barcellona, che Marianela viene mandata a studiare. Il collegio le offre l’opportunità di dedicarsi, oltre agli studi curricolari, anche ad attività di catechesi con i bambini di un quartiere di periferia. Lì, per la prima volta, la ragazza tocca con mano la vita di stenti e di privazioni cui molti dei suoi bambini e le loro famiglie sono condannati. Tornata in Salvador, Marianela si iscrive alla Facoltà di Diritto. Diventa sempre più consapevole della grave situazione di ingiustizia che regna nel Paese e cerca come può di studiarne e approfondirne le cause. Entra nell’Azione cattolica universitaria e successivamente nella gioventù democristiana, col desiderio di combattere l’ingiustizia strutturale che concentra la ricchezza nelle mani di pochi e lascia i più in balia della miseria. Nello stesso tempo si dedica gratuitamente alla difesa d’ufficio degli imputati più poveri. Nel 1975 è eletta all’Assemblea Legislativa. Nominata membro della Commissione parlamentare del “Benessere sociale”, assume come compito quello di indagare sui soprusi commessi dalle forze armate nei conflitti in atto tra contadini e militari. Sequestri, torture, eccidi diventano, ogni volta di più, cronaca quotidiana. L’azione di Marinela è volta al ripristino della legalità. Crea la Commissione per i Diritti Umani del Salvador, la cui finalità è di fare chiarezza sui fatti di sangue, creando inoltre un archivio dei desaparecidos. Marianela viene sequestrata, torturata, violentata e poi rilasciata. Riprende subito il suo lavoro, con immutata passione. Neppure l’assassinio di mons. Romero di cui era amica e collaboratrice, la fermano. Cresce ancor di più il suo impegno all’interno della Commissione: ora si dedica a documentare fotograficamente gli eccidi del regime, recuperare i cadaveri, ricostruirne le dinamiche di morte, ricomporli, fotografarli e seppellirli. Scaricata dalla Democrazia Cristiana che ormai appoggia la dittatura, con la speranza di andare al potere, il 13 marzo 1983, Marianela viene catturata, brutalmente torturata e uccisa dalle Forze governative nelle campagne del Salvador.


“Prima che l’amore finisca” (Ponte alle Grazie) è il titolo del bel libro di Raniero La Valle, da cui abbiamo attinto la citazione d’apertura. In esso l’autore dedica un capitolo anche a Marianela Garcia Villas, di cui era stato ospite ed amico. Qualche anno prima, con Linda Bimbi, ne aveva raccontato la storia in “Marianella e i suoi fratelli” (Feltrinelli). Scegliamo di chiudere questa nostra lettera con una sua riflessione sul significato della morte di Marianela. Che è per oggi il nostro


PENSIERO DEL GIORNO

Marianella ha incontrato la morte proprio per questo, per noi, per costringerci a uscire da una sensibilità epidermica verso i problemi del Sud del mondo che, sempre evocati, diventano una routine; i discorsi sulla fame, sulle malattie, sulla povertà nel mondo, ogni tanto riproposti dalle statistiche sempre più dolorose delle agenzie internazionali, diventano dei rituali, se non si traducono in presa di posizione politica, ben al di là dell’eventuale risposta assistenziale; il problema infatti è di capire quali sono i meccanismi economici, politici, di potere che producono, in modo consapevole e previsto, la fame, l’ingiustizia e l’oppressione, perché solo a questo livello la questione può essere affrontata. (Raniero La Valle, Prima che l’amore finisca).

10 marzo 2008

IL TEMPO CHE VOLA VIA


Sembra ieri, celebravamo il rito delle ceneri (vedi foto). E ora siamo già all'ultima settimana di quaresima. Lo so, questi sono i discorsi sciocchi da fare sulla porta del bar del paese, coi vecchietti come me (ma quì il bar ha uno stile diverso, io non ci vado mai...non c'è il caffè espresso!) L'ufficio divino, in vista della settimana santa imminente, ci propone una meditazione assai più profonda e inquietante: "Dio ha scelto ciò che il mondo considera debole per confondere ciò che è forte. Dio ha scelto ciò che per il mondo è senza importanza e spregevole, ciò che non serve a nulla, per mostrarci che ciò che consideriamo importante, in realtà, è inutile". E' un brano della lettera di Paolo ai Corinti (II cor. 1, 27-30, che ci prepara a vedere Cristo deriso e messo in croce e capire che non è come sembra. Sembra il fallito, ed è il vincitore; quelli che lo deridono sono i perdenti. Tutto al rovescio del modo di pensare umano. Imparassimo così, una buona volta, a non disprezzare noi stessi e quelli come noi: per infilarci tra le masse anestetizzate dalla propaganda, ad adulare e leccare i piedi ai presunti "grandi".


Oggi ho copiato dall'ufficio perchè non ho altro da dire. Sono stato impegnato con due giorni di riunione della Coordinazione Diocesana che mi hanno letteralmente steso a terra. Quanti argomenti, quanti problemi. Discorsi, opinioni, proposte, richieste... mi sono stancato da morire. Sono venuti a parlarci quelli della Pastorale della Terra, ci hanno spiegato in lungo e in largo le gravi problematiche ecologiche e ambientali del paese e della nostra regione. Chiedono ai preti un impegno per costituire altre equipe di pastorale e lanciare altre iniziative in difesa dell'ambiente. Di pastorali ce ne sono già tante! La situazione è grave, ma credo che non ci sia di meglio da fare che una novena di preghiera perchè Dio salvi la terra dai disastri prodotti dalla nostra economia....


Non dubito che anche il Vescovo sappia, che nessuno di noi è in grado di fare tutto quello che ci sarebbe da fare! Come dice la poesia, "passata la tempesta odo augelli far festa!" Non bisogna impressionarsi troppo. E' un vecchio vizio di tutti noi di andare alle assemblee pieni di tensioni per i mille problemi del mondo, ad esigere che "gli altri" facciano questo o quello. Oggi ci siamo, domani non ci siamo più, eppure crediamo di avere il diritto di caricarci a vicenda di obblighi. Solo sei mesi fa, quì a Goiàs, non ricordavano nemmeno che io esistessi. Perchè mai dovrei, ora, sentirmi responsabile e in obbligo di corrispondere a tutte le aspettative che saltano fuori? Sono venuto solo a dare una mano: di buon cuore farò quello che posso.


Intanto ieri sera la televisione trasmetteva una reportage approfondita sul turismo sessuale degli italiani a Fortaleza. Una storia assai squallida e indecente. La polizia ci lavora da anni, ormai, perchè è un vero traffico di schiavette minorenni... Concittadini, che figura ci fate fare?

5 marzo 2008

PANORAMA DI FINE QUARESIMA


Godetevi questa panoramica. L’ho scattata ieri, uscendo dalla città di Goiàs per tornare a Itaberaì. Sullo sfondo vedete, con le sue rocce, la catena della Serra Dourada, che la strada asfaltata attraversa per venire qui. Nel mezzo, il cerrado: una boscaglia rada che cresce tra le pietre. Abbiamo avuto molti giorni di pioggia ininterrotta e ora, col cielo nuovamente azzurro e il sole splendente, il verde è al massimo della sua bellezza. Mi piace mostrarvi gli aspetti migliori di questa terra! Le miserie non sono né poche né piccole, ma perché addossarne il peso a voi che siete già sotto pressione, anche troppo, per le guerre in oriente e i guai delle immigrazioni clandestine, delle “monnezze” del sud e della politica nazionale?

Forse uno dei maggiori intoppi dei popoli “ricchi” è che vogliono risolvere tutto con la legge. Vi racconto una storia vera: la Katia (chiamiamola così) è una bimba di undici anni (ma sembra una ragazza di venti). E’ scappata da casa perché il padre la violentava. E’ venuta qui perché c’era l’unica persona verso cui provava amore e in cui aveva fiducia: un giovane di quasi trenta, che vive in un accampamento di “sem-terra”. La gente dell’accampamento l’hanno accolta, hanno fatto una baracca per loro, e i due sono si sono messi insieme e vivono lì, in attesa di un pezzo di terra. Le donne mi hanno spiegato: “Padre, sempre meglio che costringerla a diventare una prostituta!” Hanno fatto collette per fornirli del necessario. Il Consiglio Tutelare dei Minorenni, dopo aver controllato che il giovane avesse un lavoro e si impegnasse a mandare la “compagna-bimba” a scuola, ha consentito. Non sarà la famiglia ideale, ma c’è speranza. Che i poveri siano comprensivi tra loro è già un grande passo verso la redenzione dell’umanità, no? Senza fare chiasso e disquisizioni sulla legge, che di solito si fa viva (tra gli esclusi) solo per toglierli dai piedi, mai per dare una mano.

Vanda, alcuni anni fa, scoprì che il figlio si drogava. Racconta: “Padre, fu un fulmine a ciel sereno. Sconvolse la mia vita. Oggi, quasi benedico quella tragedia, che per me fu un lungo periodo di passione. Ho lottato per salvare mio figlio, per convincerlo a cercare aiuto. Lo visitavo in prigione e lo incoraggiavo. Poi ho lottato assieme al Vescovo e alla Norma per dare inizio alla Chàcara Paraìso, dove lui è entrato. Nel frattempo mi sono accorta della mia vita, del mio rapporto sbagliato col marito. Erano 25 anni che lo servivo come una schiava, e ho visto che tutto era privo di senso tra noi e forse per questo mio figlio era finito così. Abbiamo preso delle decisioni. Dedico il mio tempo libero a salvare altri drogati e alcolatri. Sono un’altra donna. La mia vita è diventata vita. Credo che sia necessario passare per certe prove quasi insopportabili per svegliarsi e scoprire cosa significa vivere”.


Che pensieri ci suggeriscono questi fatti e comportamenti? Sul finire della quaresima, e prossimi alla Settimana Santa di passione e resurrezione di Gesù, per un cristiano potrebbero essere fonte di profonda riflessione: ma ciascuno faccia la sua, se gli pare. A me è venuto in mente che questa signora, la Vanda, ha capito che per seguire Gesù ci vuole qualcosa in più della morale borghese con cui giudichiamo gli altri e ci facciamo i fatti nostri. Parlo dell’impegno a costruire società in cui tutto, pane – sapere – dignità - lavoro – relazioni umane, eccetera – sia condiviso tra tutti, senza muri, separazioni, esclusioni. Il Dio di Gesù è un Dio che gli ha chiesto di dare la vita per liberare gli oppressi e creare un mondo fraterno. Lui ha obbedito fino al punto di essere processato ingiustamente, insultato, sbeffeggiato da tutta la città, inchiodato sulla croce come un delinquente! E’ andato fino in fondo. Non credo che gli interessi se celebriamo di fronte o di spalle, in latino o in italiano. E se diamo la comunione in mano o in bocca! Secondo me Lui sta pensando: “I miei discepoli hanno tempo da perdere e stanno a gingillarsi con questioni futili.

1 marzo 2008

ALBERI, VITA E MORTE


Trent'anni fa quest'albero viveva nel mezzo di una spessa foresta. E' stato fortunato, perchè quando il proprietario della terra ha deciso di disboscare per formare pascoli, le persone del ramo erano esseri umani che usavano accette e altri attrezzi manuali, e avevano tempo e stimolo per riflettere. Il padrone disse ai boscaioli: "Lasciate in piedi gli alberi più belli! Voglio un pascolo per il bestiame, non una landa deserta senza un'ombra!" Così lui continua ad offrire ore di ristoro ai buoi che si sdraiano alla sua ombra per ruminare, e un riparo ai nidi. Gli uccelli fanno festa ogni sera tra le sue fronde e vi si riposano nelle ore più calde. Gli alberi sono belli, accoglienti e privi di aggressività. Si muovono quasi in modo impercettibile, cercando pazientemente il cielo e la luce del sole.

Alcuni scienziati sostengono che le piante hanno cominciato a risanare l'atmosfera terrestre centinaia di milioni di anni fa, sostituendo l'anidride carbonica con ossigeno. Hanno preparato lo spazio vitale per noi, e da allora lo conservano. Non solo le piante maestose come quella della foto, ma tutte, anche la più invisibile e modesta, è preziosa per la vita umana. Tra gli altri pregi, contengono la maggior parte dei principi attivi che compongono le nostre medicine. Un lettore (o lettrice?) mi ha chiesto di dare informazioni sulla medicina popolare brasiliana. E' rimasta incuriosita dalla lettura di queste righe, ricevute dal "postino" in un messaggio:

"Il nostro Rafael è stato ricoverato la scorsa notte all’Ospedale São Pedro, con febbre altissima, dolori diffusi, vomito, senso di spossatezza. Noi crediamo di sapere che i medici non diagnosticheranno un bel nulla. Come è già successo altre volte. Invece, la diagnosi di dona Maria Rezadeira è di quelle che da secoli non trovano posto nei prontuari dei medici, ma è ben conosciuta dalla medicina popolare: espinhela caída. Bisognerà “benzer” con un ramino di fedegoso almeno tre volte. La formula la sanno loro, le “benzedeiras”, e dice più o meno: “Qui stanno le tre persone della santissima Trinità. Qui sta la carità e la virtù, questo figlio della Vergine Maria deve migliorare di ora in ora, di minuto in minuto, di giorno in giorno”. E tutto tornerà a posto. E dato che qui, in genere, i medici latitano, e quando ci sono, sarebbe meglio non ci fossero, è ancora il caso di affidarsi a dona Maria".

In questo caso non si tratta proprio di cura con le piante, anche se la "benzedeira" usa un rametto di fedegoso (pianta selvatica rampicante che produce chicchi simili al caffè ma assai più amari: un tempo era il caffè dei poveri). La benziçao" è un rito usato da santoni popolari (benzedor o benzedeira - rezador o rezadeira) che corrisponde a quello che da noi è chiamato "segnare": si usa comunemente anche in Italia, nonostante tutte le battaglie contro la superstizione. Anche quì si curano in questo modo le storte, il fuoco di santo antonio (herpes zoster) e altri dolori contro cui nessuna medicina è efficace. A Itapirapua avevo pubblicato la vita (dettata da lui stesso) di un anziano parrocchiano (Seu Felix), che era capace di scacciare i bruchi dalle piantagioni benedicendole con il segno della croce e l'aspersione con un rametto di pianta. (Credo di aver lasciato una copia di quel libretto a Maserno!) Passava ore a girare dentro ai campi di granturco! I fazendeiros lo ricompensavano autorizzandolo a raccogliere qualsiasi prodotto dei campi che gli servisse, e lo riportavano a casa in camionetta con ogni ben di Dio. Lui divideva in due parti e mi portava la mia metà dicendo: "Siccome sono doni di Dio, è giusto che io spartisca col parroco che mi dà la comunione!"

Il profeta Isaia annunciava che Dio avrebbe castigato l'Egitto per la sua superbia e idolatria che lo portava a disprezzare e opprimere i poveri: "Perfino i fiumi esaleranno cattivo odore e si esauriranno, e seccheranno i canali dell'Egitto. Le canne e i giunchi marciranno". (Isaia 19:6 ) E' una profezia che vale anche per noi. L'idolatria del denaro e del potere è un cammino di morte, sia per gli esseri umani che per la natura. Infatti ci stiamo arrivando. Mi sono tornate in mente le sue parole l'altra notte, mentre tornavo da una celebrazione eucaristica nella comunità di Còrrego Frio (alla lettera:ruscello freddo). E' una delle comunità rurali più lontane dal centro: il cammino è sterrato, e fangoso in questo tempo di piogge. Era quasi mezzanotte, e splendeva una luna quasi piena. Una bellezza! Tuttavia, intorno, c'era un fetore insopportabile. La strada attraversava quasi di continuo campi di canna da zucchero, che ormai ha sostituito quasi del tutto le coltivazioni di cereali perchè l'"affare" del bio-combustibile rende di più. Di notte gettano agrotossici sui canneti per proteggerli da insetti e funghi, e la puzza si spande per chilometri. Ove il canneto si interrompeva, c'erano allevamenti di polli. Puzza diversa, ma sempre puzza: quella di 25 mila polli spremuti in un capannone, ai quali non è concessa altra soddisfazione che mangiare e defecare. Quando, finalmente, siamo giunti a un tratto di foresta ancora naturale, la coppia di animatori di comunità che viaggiava con me ha esclamato esultante: "Questo bosco profuma ancora di bosco!"

Un agricoltore-pecuarista mi ha raccontato che, per colpa del veleno della canna da zucchero, affrontano problemi coi pascoli. Muoiono tutti gli scarabei (un tempo se ne vedevano a nuvole, di notte, attorno ai lampioni pubblici di Itaberaì): essi trasformavano lo sterco dei buoi al pascolo in tante palline e lo interravano. Svolgevano questo lavoro gratis, perchè pensavano ai propri interessi. Fa parte del loro ciclo di riproduzione. Sotto terra lo sterco marciva e diventava concime, e i loro milioni di buchi ossigenavano il suolo senza bisogno di arare. "Ora che gli scarabei sono rimasti in pochi - narrava il contadino - lo sterco rimane in superficie e impiega molto tempo a marcire. Forma attorno a sè una chiazza gialla di erba sbruciacchiata che rovina i pascoli". Non so se mi sono spiegato: per un allevatore di bestiame avere un pascolo rigoglioso è tutto! Quello che guadagnano gli industriali dell'alcool, lo perdono i produttori di carne e di latte. La natura non si vendica, come si suol dire, ma semplicemente fa quello che può e ha bisogno di rispetto.

Divertitevi: quì ci sono alcuni video sulla distruzione della foresta (per scegliere, lasciate scorrere il primo video fino alla fine).

26 febbraio 2008

UNA CHIESA CHE HA FUTURO


Vi faccio vedere il mio vescovo di Goiàs, Eugenio Rixen (un belga), seduto tra noi durante una riunione diocesana di coordinamento. E' quello con una freccina nera sottile sulla camicia bianca. In molte parti del mondo i vescovi stanno in mezzo alla gente senza darsi arie di superiorità, e questo non diminuisce il rispetto, nè il loro ministero di pastori: anzi, sono ancora più amati, creduti e rispettati. In genere, le decisioni importanti sono prese dopo un accurato studio e discussione con tutti i preti, suore, laici e laiche che hanno incarichi nell'evangelizzazione e nel culto. In questo modo in Brasile, in Diocesi come la nostra dove fino a venti anni fa quasi non c'erano preti nativi e dovevano venire tutti dall'estero, oggi le vocazioni si sono moltiplicate. E soprattutto, ci sono schiere di laici e laiche che danno testimonianza, celebrano la Parola ed evangelizzano. Questo è uno dei frutti del Concilio Vaticano II, e delle assemblee di Medellin, Puebla e Santo Domingo. L'ultima assemblea dei Vescovi Latino-Americani, avvenuta lo scorso anno ad Aparecida (Brasile), lo ha riconosciuto ed ha ribadito la fedeltà al Vangelo, al Concilio, alla scelta dei poveri e all'importanza della partecipazione dei laici. Anzichè pensare a tornare indietro, celebrando in latino e col prete voltato di spalle, o dando la comunione solo in bocca e col "fedele" inginocchiato, riflettiamo sui problemi importanti. Il Concilio ha dato spazio ai cristiani di passare da eterni bambini ad adulti nella fede, da passivi ad attivi, da esecutori di obblighi a volonterosi cooperatori dell'evangelizzazione.


Il Concilio Vaticano II ha riportato la Chiesa a una maggiore fedeltà a Gesù Cristo, al Vangelo e alle sue origini di comunità di discepoli di Gesù. Ciò di cui abbiamo bisogno non è di tornare indietro, ma andare avanti nelle riforme con tanta speranza e fiducia nella forza dello Spirito Santo. Ma non tocca a me dirlo. Contrariando le mie abitudini di pubblicare delle pagine piccole, cedo lo spazio ad un brano di un lunghissimo articolo pubblicato sul numero 18 di Adista-documenti, che è tratto da un libro scritto di recente dal vescovo ausiliare di Vienna. Invito i miei pochi lettori a leggerlo attentamente. Egli ha proposte concrete e trasmette molta speranza.


UNA CHIESA CHE HA FUTURO
di Helmut Krätzl - vescovo ausiliare di Vienna

Cap. 2 - Dio chiama sempre meno preti?
Una delle maggiori preoccupazioni dei vescovi di oggi è la carenza di preti. Attualmente molte comunità non hanno un ministro disponibile. L’Eucaristia domenicale non può più essere celebrata regolarmente ovunque. Il servizio presbiterale si limita all’amministrazione dei sacramenti, trascurando altre importanti attività pastorali. Il crescente sovraccarico di lavoro per i preti limita lo spazio della spiritualità e scoraggia i giovani a seguire la vocazione sacerdotale.



Le conseguenze della carenza di preti

Il numero di ordinazioni presbiterali in Austria dai primi anni ’60 è in costante diminuzione. Nel 1962 sono stati ordinati 172 preti tra diocesani e religiosi, nel 2003 sono stati 37, nel 2005 solo 32. L’emergenza aumenta, mentre l’età media dei preti non fa che crescere. L’incremento numerico dei decessi nel clero è inesorabile e non può in alcun modo essere compensato dal numero delle nuove ordinazioni. Solamente nell’arcidiocesi di Vienna vi sono 250 parrocchie senza prete. Il fenomeno è in costante ascesa, tanto che uno stesso prete spesso deve seguire più realtà parrocchiali. La situazione non cambia negli altri Paesi europei. A livello mondiale, la carenza di preti è ancora più grave (…). Il card. Oscar Rodríguez Maradiaga dell’Honduras, salesiano, tra i papabili all’ultimo Conclave, ha affermato, durante una conferenza all’ambasciata argentina presso la Santa Sede nel gennaio 2007, che nella sua diocesi un parroco può a volte seguire più di 100.000 fedeli. Le attività delle sètte in luoghi del genere aumentano a dismisura, tanto più che queste si prendono cura dei malati. “Un parroco che segue 100.000 fedeli non potrebbe mai essere presente al capezzale di un malato”. Ma ciò che pesa ancor di più è che, in alcune comunità africane ed asiatiche, i fedeli hanno la possibilità di prendere parte all’Eucaristia solamente due o tre volte l’anno.

La Chiesa cattolica si è a lungo vantata, a ragione, di essere la Chiesa dei sacramenti, in contrapposizione alla Chiesa evangelica che è quella “della Parola”. Oggi nelle nostre parrocchie, a causa della mancanza di preti, la domenica sempre più spesso viene svolto il solo Servizio della Parola, mentre, nelle parrocchie luterane di Vienna, ogni domenica si svolge la Commemorazione della Cena, o “Eucaristia”, come anche loro oggi la definiscono.

Questo stato di necessità ci obbliga a cercare nuove soluzioni. Quali possono essere?



La soluzione “pragmatica”

Dato che la situazione numerica non sembra poter variare nel breve periodo e che ad oggi non ci si possono attendere contributi significativi da parte della Chiesa istituzionale, ogni diocesi cerca la sua soluzione di ripiego. Le diocesi adattano le proprie strutture al numero di preti disponibili.

In Germania, Francia e Austria si progettano degli ampi spazi parrocchiali, nei quali si pensa di unire più parrocchie. Uno o più preti, coadiuvati da un team di laici adeguatamente preparati, guidano la pastorale dell’area da una parrocchia centrale. Si può argomentare che tutto ciò determini anche l’inesorabile decremento del numero di fedeli cattolici. D’altro canto, i mezzi di trasporto in Europa consentono di percorrere anche grandi distanze per andare a Messa.

I teologi pastorali possono obiettare che così verrebbe tolta l’indipendenza alle comunità più piccole che fino ad oggi ne avevano goduto. E che questo minerebbe sia il gusto per la vita delle persone che la vitalità delle celebrazioni liturgiche in loco. La gente oggi cerca sempre più una “abitazione” nella comunità in cui vive, poiché è sempre più isolata e priva di punti di riferimento.

In molte comunità la chiesa è l’ultima forma di socializzazione, in quanto unisce le persone nella gioia e nelle sofferenze. La liturgia rinnovata del post-Concilio spinge verso una partecipazione attiva nella celebrazione comunitaria. Ciò però presuppone una comunità in cui ci si conosca e luoghi di condivisione facilmente identificabili (…).

Nell’arcidiocesi di Vienna si è dato vita ad una iniziativa di parroci che ha esposto questo problema con chiarezza. Si tratta di parroci in esercizio e ben conosciuti che intendono spronare i vescovi a trovare nuove soluzioni nell’ambito della Chiesa ufficiale. Questo non sarà possibile senza estendere il servizio presbiterale a nuovi soggetti.



Altre soluzioni possibili

Negli ultimi anni ho avuto modo di osservare diversi sviluppi nella Chiesa, che mi hanno portato a intravedere la direzione giusta. Nella facoltà di Teologia cattolica dell’Università di Vienna, ad oggi vi sono 1.200 studenti di teologia. All’epoca in cui io ero studente più di 50 anni fa, eravamo circa 200, di cui circa 180 furono ordinati presbiteri. Oggi, dei 1.200, al massimo 30 o 40 arriveranno all’ordinazione. Tutti gli anni, all’inizio del semestre, accoglievo i nuovi iscritti: incontravo i giovani e chiedevo loro perché avessero scelto teologia. Molti l’avevano fatto per diventare insegnanti di religione nelle scuole superiori, alcuni per coadiuvare i ministri nei servizi pastorali, molti, però, senza fini professionali, semplicemente perché erano interessati alla teologia. Solo pochi parlavano di sacerdozio.

Nell’autunno 2005 svolsi tra gli studenti un’inchiesta sul tema: “Perché così tanti studiano teologia e così pochi diventano preti?”. Tra il 17 gennaio e il 13 febbraio 2006, questa inchiesta venne condotta dal teologo pastorale Paul M. Zulehner. Durante un convegno sulla questione dei preti, tenutosi il 10 e 11 novembre 2006 presso l’Accademia Cattolica di Baviera, Zulehner, tra le altre cose, parlò di questa inchiesta. Nonostante questa non fosse esaustiva, furono comunque resi noti i risultati delle interviste agli studenti. Tra gli intervistati, solamente il 9% si era dichiarato effettivamente interessato al presbiterato definendosi “candidato al sacerdozio”. Il 29% si sentiva chiamato al presbiterato, ma forniva al contempo alcune ragioni per le quali avrebbe rinunciato all’ordinazione. In sintesi, si evidenziavano due ragioni fondamentali: l’attuale situazione della Chiesa e il celibato. Gli intervistati valutavano con preoccupazione lo sviluppo della Chiesa e parlavano di alcuni precetti morali difficili da vivere che, in nome della Chiesa, loro, in quanto preti, avrebbero dovuto rappresentare. Riguardo al celibato, non si trattava solamente di una scelta di vita personale: gli studenti mettevano in evidenza piuttosto una minore accettazione culturale del celibato, addirittura un deciso rifiuto all’interno della comunità ecclesiale. E questo rende la scelta del celibato ancora più gravosa.

Un’altra ragione per rinunciare all’ordinazione, secondo altri intervistati, era che non si sentivano maturi per svolgere il ministero presbiterale, preferendo le attività da teologi laici (…). Altri si preoccupavano del fatto che, considerando il loro scarso numero, i preti sono oggi sempre meno pastori d’anime. E un altro motivo addotto per la rinuncia all’ordinazione era la non accettazione della scelta da parte di familiari e amici.

Nell’elevato numero degli studenti di teologia, però, io vedo un potenziale utile alla Chiesa e alla sua pastorale, relativamente a nuovi soggetti a servizio della Chiesa sulla base della molteplicità di carismi presenti nella Chiesa primitiva. Secondo me, l’alto numero di studenti di teologia è senza dubbio un segno dei tempi. Cosa ci vuole dire Dio attraverso questo fenomeno? A cosa ha chiamato tutti questi giovani?

Un altro punto mi ha fatto riflettere seriamente. Molti optano per il diaconato permanente, solo pochi per il ministero presbiterale. (…) Crediamo forse che la chiamata al diaconato sia sostanzialmente diversa da quella al presbiterato?

Alcuni dei diaconi permanenti si sentivano pronti alla chiamata presbiterale ed erano stati in seminario per molto tempo. Poi hanno fatto un’altra scelta di vita, orientandosi verso altre opportunità lavorative.

Forse l’unico ostacolo all’ordinazione presbiterale dei diaconi permanenti è che sono sposati? Sembra proprio di sì.

(…) Le comunità accettano sempre più volentieri uomini sposati. L’ho sperimentato in più occasioni. Il parroco della parrocchia centrale greco-ortodossa di Vienna è, contemporaneamente, parroco in una “parrocchia di rito latino” nella bassa Austria. È sposato, come prevede il Diritto canonico di rito orientale, di millenaria tradizione. Sono stato più volte in questa parrocchia di campagna ed ho sperimentato come la comunità lo abbia accettato tranquillamente (insieme a sua moglie). Il pastore cattolico di rito rumeno-uniate di Vienna è, allo stesso tempo, parroco di rito latino. Anche lui è sposato e viene considerato un valido aiuto nella parrocchia di Vienna in cui opera.

Nella facoltà teologica dell’Università di Vienna c’è un docente esperto di riti del cattolicesimo orientale. Per questo motivo, sempre più preti della Chiesa uniate vengono qui per proseguire gli studi. Sono di grande aiuto nelle nostre parrocchie. Recentemente ha suscitato grande scalpore la notizia che, in un parrocchia viennese, un giovane cappellano austriaco aveva dovuto sospendere il suo ministero perché voleva sposarsi. La domenica successiva, al suo posto, era arrivato uno studente sposato della chiesa rumena-uniate per celebrare la Messa. La gente non ha compreso perché un uomo sposato dovesse sostituire il cappellano, il quale, proprio per la sua volontà di sposarsi, era stato costretto a sospendere il suo ministero. Non è stato facile spiegare che l’ammissione al presbiterato di uomini sposati è possibile secondo il Diritto canonico della Chiesa uniate, ma non secondo il Diritto Canonico di Rito Latino, dal momento in cui le leggi canoniche degli uni e degli altri sono promulgate dallo stesso soggetto legislatore, ovvero il papa di Roma. Del resto, già al tempo di Pio XII, alcuni pastori che passavano dalla Chiesa Riformata alla Chiesa Cattolica, continuavano a vivere nel matrimonio dopo la loro ordinazione con Rito Latino.

Poco tempo dopo si verificò un altro caso analogo nell’arcidiocesi di Vienna, con un pastore evangelico, che, ordinato presbitero cattolico, svolgeva il suo ministero in una parrocchia viennese: il suo matrimonio rimase valido a tutti gli effetti. Il 25 giugno del 1992, scrissi una nota sul settimanale Die Furche (…) dal titolo “Le comunità cercano preti”. Scrivevo in quell’articolo: “Se l’Eucarestia contiene in tutta la sua pienezza l’azione salvifica della Chiesa, ed è sorgente e vertice dell’evangelizzazione e dell’intera vita cristiana, ed esprime la vera essenza della Chiesa, come dice letteralmente il Concilio, non si può privarne l’intera comunità”. E mi chiedevo se, per questi gravi motivi, non fosse opportuno modificare i presupposti per il ministero presbiterale.

I media ricondussero questa mia affermazione ad un mero dibattito sul celibato. Poco tempo dopo, l’allora nunzio apostolico del papa, Donato Squicciarini, mi invitò ad un incontro sul tema. Ero andato spesso da lui e c’era un clima rilassato. Difese il celibato senza toccare l’argomento della indisponibilità dell’Eucarestia. Prima di venire a Vienna era stato per 10 anni nunzio apostolico in Camerun. Gli chiesi quindi come, in quei vasti territori, considerando l’ancora più evidente mancanza di preti sul territorio, venisse gestita la distribuzione dell’Eucaristia.

Secondo lui era tutto a posto. “Avevamo 100.000 catechisti che, in caso di necessità, la domenica celebravano il Servizio della Parola, e, ove possibile, distribuivano la Comunione precedentemente consacrata”.

Mi chiesi, sorpreso, di che tipo di tradizione ecclesiale si trattasse dal momento che il giorno del Signore prevede la celebrazione dell’Eucaristia. Di nuovo mi tornò alla mente: perché di questi 100.000 catechisti almeno alcuni non possono essere ordinati preti? Manca loro la preparazione necessaria, o il motivo fondamentale è sempre che in maggioranza sono sposati?



Preti del popolo in comunità vive

Ho di fronte a me un libro di Paul M. Zulehner, del vescovo sud-africano Fritz Lobbinger e del teologo dogmatico Peter Neuner, che propone una soluzione. Il libro si intitola “Preti del popolo in comunità vive”. Si tratta di un’arringa a favore dell’idea del prete di comunità. Potrebbe essere la nuova strada per vivere il ministero presbiterale. Gli autori prevedono nel futuro due modi di esercitare il ministero. Da un lato, un ministero tradizionale per i “preti diocesani”: coloro che hanno sentito la chiamata al ministero presbiterale, sono stati accettati e ordinati dalla diocesi, svolgono il loro compito impegnandosi per tutta la vita, con l’obbligo al celibato, mettendosi a disposizione delle necessità pastorali della propria diocesi. Dall’altro, gli autori propongono una nuova forma di ministero presbiterale detta dei “preti del popolo” o “preti della comunità”. Si tratta di persone appartenenti alla comunità (viri probati), scelti ed eletti dalla comunità stessa. La loro proposta è la seguente: “Vengono ordinati dal vescovo e destinati al presbiterato comunitario. Presiedono la Celebrazione Eucaristica e coordinano dall’interno tutta la comunità mantenendola il più possibile sulla linea della sequela del Vangelo”. I preti del popolo conservano la loro professione e svolgono il servizio presbiterale allo stesso modo dei diaconi permanenti. Gli autori sono consapevoli che una tale soluzione non possa essere perseguita solo da pochi vescovi o da singole Conferenze Episcopali. Diversi vescovi sono stati pregati di portare a Roma questa proposta.

Leggendo il libro, mi sono venuti in mente i casi concreti sperimentati durante una visita in un Decanato di campagna nella bassa-Austria. In quella zona quasi tutti i preti si occupano di due o tre parrocchie. In una delle parrocchie “senza prete” vive da anni un docente di religione insieme alla sua famiglia nella canonica altrimenti vuota. Ha studiato teologia e guida già da tempo un centro giovanile. Adesso è docente di religione in una scuola superiore di una cittadina limitrofa. Dà grande impulso spirituale alla vita comunitaria della sua parrocchia. È incaricato della cura del Servizio della Parola e della distribuzione della Comunione. Insieme alla comunità organizza in maniera creativa le feste religiose, in particolare durante il periodo di Avvento e di Quaresima. Mi sembra il modello perfetto di “prete di comunità”. Potrebbe continuare a svolgere il lavoro come docente di religione e svolgere il Servizio Eucaristico la domenica e i giorni di festa. (…)



I sacramenti sono per la gente

La responsabilità di accrescere il numero di preti è molto seria, in quanto, a causa della sempre più grave mancanza di preti, la celebrazione dei sacramenti diventerà sempre più rara.

Giovanni Paolo II nella sua Enciclica Ecclesia de Eucaristia ha spiegato l’importanza di questo sacramento anche nel suo più specifico valore per la Chiesa tutta. Ha ricordato ai fedeli lo stretto obbligo di partecipare alla messa domenicale e ammonito i vescovi a tale riguardo. (…) Mi stupisco che questo dovere venga considerato così poco seriamente dalla Chiesa. Spero che molti vescovi a Roma reclamino e facciano presente di non essere più in grado di garantire a tutti la possibilità di partecipare alla Messa domenicale. Che io sappia, durante l’ultimo Sinodo dei vescovi, svoltosi a Roma nel 2005 sul tema dell’Eucaristia, anche i vescovi di Paesi in cui la mancanza di preti è più grave hanno fatto appello a nuove soluzioni in modo a malapena udibile. Ma sarebbe stata l’occasione per una giusta trattazione di un tema così rilevante.

Negli ultimi anni l’assistenza ai malati in Austria è sorprendentemente aumentata. Alcuni preti e assistenti pastorali costituiscono, insieme ad un numero rilevante di diaconi permanenti, un folto gruppo impegnato con i degenti e i malati. Il colloquio con i malati è di grande conforto, e la vicinanza della Chiesa, soprattutto in caso di malati terminali, reca un particolare sollievo. Ma la mancanza di preti si avverte particolarmente nel momento in cui non possono essere amministrati in numero sufficiente i sacramenti come la Riconciliazione e l’Unzione degli Infermi. Viene detto ai laici che potrebbero offrire ai malati il perdono dei peccati, ma ciò equivale al Sacramento della Riconciliazione? (…) Possiamo quindi privare i malati dei segni sacramentali?

Si pensa spesso che la discussione riguardante nuovi soggetti che possano accedere al presbiterato tratti esclusivamente l’abolizione del celibato. Questo oggi è ancora un argomento “tabù”. In realtà si tratta dei sacramenti a cui hanno diritto tutti i fedeli. La Chiesa deve valutare quello che le consentono i suoi mezzi e la sua tradizione. Ad oggi non si riescono a prevedere soluzioni pragmatiche per risolvere il problema della mancanza di preti e per soddisfare le esigenze primarie delle comunità in tempi brevi. La Chiesa universale, o quelle a livello continentale, dovrebbero cercare nuove strade. La sola preghiera per le vocazioni, per quanto importante, non è abbastanza. Dovremmo invece pregare affinché si riesca a capire e ad imparare come Dio, forse oggi diversamente dal passato, chiami gli uomini a svolgere un servizio spirituale. Io credo che ci stia già dando dei segni in molti modi. Deve forse tale necessità aggravarsi ancora perché noi finalmente ce ne occupiamo?



Cap. 4 - Realtà di vita ormai superate?



Ho sentito rivolgere molte critiche alla Chiesa. A volte le trovo giuste e le condivido. Spesso invece sono ingiuste e frutto di pregiudizi, incomprensioni e generalizzazioni. Sono molto turbato quando la gente si scontra con le regole della Chiesa, poiché sente che esse interferiscono con le sue situazioni di vita. Questo può essere spesso vero per quanto riguarda la questione morale coniugale (…).

Come può la Chiesa riacquistare credibilità su questo terreno? A quasi 40 dalla Enciclica Humanae Vitae questo problema avrebbe già dovuto essere risolto in ambito ecclesiale. La teologia morale nel frattempo ha presentato a livello mondiale nuove argomentazioni ai fini di un giudizio differenziato. I teologi morali, così numerosi, avrebbero dovuto essere ascoltati e non affrettatamente censurati. Le nuove frontiere della scienza umana (la cui enorme importanza era stata riconosciuta già in sede di Concilio) ci permettono oggi di vedere ancora più chiaramente cosa significhi realmente, rispetto alla contraccezione, il termine “naturale” nel rapporto sessuale tra i coniugi. La Chiesa avrebbe dovuto ascoltare con il massimo rispetto la voce degli stessi fedeli, le loro esperienze di amore coniugale nella vita reale. Avrebbe dovuto prima di tutto rifarsi al principio di “maternità e paternità responsabile”, ovvero lasciare che i genitori si assumessero liberamente questa responsabilità, dopo un attento e coscienzioso esame della propria situazione, delle proprie motivazioni, se necessario con l’ausilio di un medico, davanti a Dio, quindi anche sfruttando momenti di preghiera comune (…).



Cosa è lecito ai divorziati risposati?

Nell’ultimo decennio il numero dei divorzi è aumentato esponenzialmente. La maggioranza dei divorziati trova in seguito un nuovo partner. Questa seconda unione non è accettata dalla Chiesa, a meno che non ci sia stato un previo annullamento del precedente matrimonio. Per questo motivo, per i cattolici praticanti sorgono grandi difficoltà. Poiché essi vivono in uno stato di vita considerato peccaminoso dalla Chiesa, non possono avvicinarsi ai sacramenti. Non potrebbero fare da padrini/madrine di battesimo o di cresima, e neanche far parte del consiglio pastorale parrocchiale. Il loro rapporto con l’istituzione ecclesiastica è messo a rischio dalle regole. Il problema mina profondamente l’intera vita del credente, in campo religioso, familiare e perfino lavorativo. Il rapporto con i divorziati risposati è diventato uno dei problemi pastorali più tragici dell’ultimo decennio.

Nel 1978 ero da un anno arcivescovo di Vienna e mi fu chiesto dal Consiglio Diocesano di riferire a che punto si trovasse la discussione sulla pastorale per i divorziati risposati. Le mie considerazioni furono in seguito pubblicate e, successivamente, raccolte in un libro che, per la sua copertina, venne chiamato “Il libretto rosso”. Circolò insistentemente la voce che questo libretto fosse il motivo della mia mancata successione, nel 1985, all’allora card. König, come molti invece auspicavano. Questo sicuramente non corrispondeva a verità.

Mentre preparavo il libretto, stavo scrivendo un libro dal titolo “Matrimonio e separazione: discussione fra cristiani”. Erano i documenti di un congresso all’Accademia Cattolica di Baviera tenutosi nel 1971. Tra i vari relatori c’erano anche i teologi dogmatici Joseph Ratzinger e Karl Lehmann. Nella mia relazione mi ero riferito spesso alle dichiarazioni di entrambi. Mi furono straordinariamente utili i criteri che Ratzinger aveva formulato con tutta la dovuta prudenza riguardo ai casi in cui alle persone in questione potesse essere concesso l’accesso alla comunione sulla base delle testimonianze del parroco e dei membri della comunità. Non si tratterebbe di una soluzione giuridica, ma di una scelta di coscienza.

Oltre a tali considerazioni, va dato anche un ampio sguardo alla prassi della Chiesa ortodossa. Questa era anche l’opinione dei teologi, cautamente formulata, ma fondata in coscienza.

Anche Walter Kasper già tentava di fare appello ad un consenso sulle dichiarazioni ufficiali di Ratzinger e Lehmann. Mancava comunque ancora una ratifica unanime del corpo ecclesiale. Il Sinodo dei vescovi che si è tenuto a Roma nel 1980 su Matrimonio e Famiglia poteva essere la circostanza adatta allo scopo. E a questo si aspirava. Joseph Ratzinger, divenuto intanto arcivescovo di Monaco-Freising, al rientro dal Sinodo, l’8 dicembre 1980, scrisse una lettera ai preti, ai diaconi e agli operatori pastorali. Nel testo egli faceva riferimento al Sinodo: “Per la cura pastorale di questi nostri fedeli tormentati, è desiderio del Sinodo che venga avviata una nuova e più approfondita analisi – in base alle considerazioni della prassi ortodossa – con l’obiettivo di rendere la carità pastorale ancora più visibile” (…).

Nella Familiaris Consortio, Giovanni Paolo II ha affrontato, fra gli altri, anche il tema dei divorziati risposati, analizzando il problema in modo sorprendentemente realistico (…). Il ricorso al sacramento della penitenza, che riapre la strada all’Eucaristia, può essere valido per loro solo se “si impegnano a vivere una vita completamente casta, che significa astenersi dall’atto sessuale, riservato ai soli coniugi”.

In molte conferenze nell’ambito dell’educazione degli adulti ho tentato di spiegare il magistero della Chiesa. Riguardo alla limitazione relativa ad “una vita completamente casta”, sono stato colpito dalla reazione, di incomprensione o di protesta, di molti cattolici impegnati (…). Tuttavia le comunità ecclesiali si sono sempre richiamate a questa disposizione magisteriale e per questo hanno sempre di fatto impedito alla maggior parte dei separati la partecipazione ai sacramenti. Correnti di opinione diversa sono state sempre respinte da Roma.

Nel luglio 1993 i vescovi tedeschi Oskar Saier, Karl Lehmann e Walter Kasper suscitarono grande scalpore con la loro lettera pastorale. Essi distinguevano tra le disposizioni dottrinali in vigore e “l’evidente complessità di ogni singolo caso”. In alcuni casi “il dialogo può aiutare due separati a trovare un accordo per una decisione responsabile, che deve essere rispettata dalla Chiesa e dalla comunità”. Nelle loro argomentazioni giungevano a conclusioni simili a quelle dei teologi dell’Accademia di Baviera nel 1971. Alla fine del 1993 venne inviata ai tre vescovi austriaci una lettera dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nella quale si diceva che il loro documento non era pienamente conforme al magistero cattolico. Contemporaneamente la Congregazione per la Dottrina della Fede aveva inviato una lettera ai vescovi del mondo, nella quale la dottrina in vigore veniva ulteriormente irrigidita. I vescovi dell’Alto Reno però scrissero alle loro diocesi una seconda lettera, illustrando i propri contrasti con Roma. Lungi dal ritrattare, essi chiarivano che nel loro documento alcune espressioni della Chiesa universale non potevano essere accettate e pertanto non potevano diventare norme vincolanti e della prassi pastorale. Ma promettevano, per il futuro, che si sarebbero sforzati di trovare una soluzione consensuale dal punto di vista teologico e pastorale.

Questa discussione ha ulteriormente evidenziato come sia pressante la necessità di riproporre tali questioni pastorali, e come questa porzione di Chiesa (le tre diocesi di Freiburg, Mainz e Rottenburg) fosse intenzionata ad assumersi seriamente questa responsabilità nei confronti della Chiesa universale. Nel frattempo due dei tre vescovi diventarono cardinali, Walter Kasper e Karl Lehmann. Un segnale rassicurante, che mostrò come, sebbene “la dottrina del tempo non sostenesse le loro tesi”, il loro avanzamento di carriera non fosse stato arrestato. Resta quindi la speranza che entrambi non dimentichino di trasmettere ai propri preti diocesani la consapevolezza della possibilità di una “soluzione consensuale”.



Quali altre soluzioni dovremo aspettarci per il futuro?

Nel campo della legislazione ufficiale, resta l’esempio della Chiesa Orientale. Anch’essa sostiene l’indissolubilità del matrimonio, ma in determinate circostanze, “per motivi pastorali e in considerazione dell’umana debolezza”, un secondo matrimonio è possibile. Questo secondo (o a volte terzo) matrimonio prevede una penitenza. Nel 1971 Joseph Ratzinger aveva accennato all’esempio della Chiesa orientale nel suo discorso di ringraziamento all’Accademia Cattolica di Bayern. Il Sinodo dei Vescovi di Roma del 1980 volle approfondire gli studi sul tema per la Chiesa di rito latino. Oggi l’ecumene sembra essere sulla linea della Chiesa Orientale. (…) Questa prassi della Chiesa Orientale era conosciuta anche al tempo del Concilio di Trento. E stranamente non subì alcuna condanna.

Un’altra possibile soluzione è agire secondo coscienza. Nell’assemblea austriaca “Dialogo per l’Austria” che si è tenuta dal 23 al 26 ottobre 1998 a Salisburgo, furono formulate alcune proposte, accolte poi con 233 voti su 269: “Le persone che, in base a una decisione di coscienza responsabile, e dopo attento esame - magari dopo un colloquio con un prete – volessero accostarsi alla comunione, meritano pieno rispetto. Per poter fornire adeguata guida e consiglio, i ministri incaricati devono essere adeguatamente preparati”. Al contempo i vescovi austriaci furono pregati di sostenere e tenere in considerazione il voto espresso nel Sinodo del 1980 sulla prassi della Chiesa Orientale. Nell’elaborazione della proposta del “Dialogo per l’Austria”, la Conferenza Episcopale Austriaca si era impegnata perché tale proposta venisse accettata a Roma, ma poi aveva riportato semplicemente le prescrizioni magisteriali romane. Nello stesso anno, invece, nella Diocesi di Bolzano e Bressanone fu pubblicata una dispensa a supporto dei preti che dovevano predicare alle coppie divorziate e risposate, redatta da un gruppo di esperti e dai vescovi della diocesi, dove si auspicava “che la decisione ultima in merito alla partecipazione all’Eucarestia venisse presa sempre secondo coscienza personale, previa conoscenza degli aspetti generali del problema, in maniera scrupolosa e informata”. Dove è chiaramente comprensibile la distanza tra le norme oggettive e la coscienza soggettiva.

(…) Purtroppo non si può trarre alcuna soluzione a livello di Chiesa universale da questa esperienza diocesana, ma questa presenta il problema in tutta la sua ampiezza e rivela il coraggio di sollecitare e persino di rendere concreta, attraverso tentativi condotti dalla Chiesa locale, una soluzione a livello di Chiesa universale.

In alcune parrocchie non si tratta solo di gestire l’acces-so ai sacramenti, ma ci si interroga anche in che modo il secondo matrimonio, convalido dal punto di vista canonico, possa ricevere la benedizione.

Nel 2006, l’allora ministro delle Finanze austriaco, dopo essersi sposato con rito civile in un vigneto della Bassa Austria (il matrimonio religioso non era possibile), chiese ed ottenne una benedizione dal parroco, previa informazione al vescovo competente.

Nelle comunità parrocchiali incontro spesso membri impegnati che sono divorziati e risposati. Una donna mi ha detto che intendeva impegnarsi nella preparazione al matrimonio in parrocchia, poiché, dopo la fine del suo primo matrimonio, e grazie alla nuova consapevolezza generata da una seconda relazione, era in grado di valutare meglio di altri le gioie e le sofferenze di un matrimonio. In alcune parrocchie non si fa più neanche lo sforzo di chiedere lo stato di famiglia ai padrini/madrine di battesimo (…).


Speriamo che la Chiesa smetta di precludersi minacciosamente queste realtà di vita. “L’uomo è la via della Chiesa”: questa frase di Giovanni Paolo II viene spesso citata, a ragione. Essa vincola tutti noi ad aiutare gli uomini a realizzarsi, in una Chiesa che sappia comprendere e curare, e lasciar vivere.

21 febbraio 2008

LA LUCE NON SI GUARDA




Abbiamo avuto un corso di esercizi spirituali in Diocesi. Tre giorni stupendi, con eccellenti meditazioni e molta pace. Domani completerò sei mesi dal mio arrivo qui, ed è già la seconda volta che la Diocesi fa gli esercizi. Il Vescovo Eugenio Rixen ci tiene molto alla spiritualità di chi lavora con lui...
Non ho avuto tempo di pensare al blog. Vi pubblico questa foto di un arcobaleno che lambisce l'estrema periferia di Itaberaì: simbolo di pace e armonia, che è ciò che abbiamo vissuto in questi giorni speciali.

Guidati da un bravo prete irlandese, abbiamo meditato sulla prima lettera di San Paolo ai Corinti. La Bibbia è una fonte di meditazioni. Libro stupendo che racconta il cammino di una parte dell'umanità alla scoperta dell'amore che Dio nutre per ogni uomo e donna. Come tutto ciò che è umano, anche la Bibbia è una storia di dense tenebre, interrotte quà e là da sprazzi di luce. In quegli squarci c'è la Parola di Dio. E' anche un libro pericoloso. Se lo leggi stupidamente pensando di trovarvi tutte le risposte, diventi un fanatico o un incredulo. Se lo leggi con la mentalità razionalista o positivista, sarai tentato di fare dell'umorismo di basso livello. Oggi sappiamo che il mondo e l'umanità esistono da milioni di anni, mentre la Bibbia abbraccia un tempo e uno spazio assai limitato - ma narra di un rapporto tra Dio e un popolo, che riguarda tutti gli altri popoli e noi. Se cerchi quegli sprazzi di luce che illuminano il buio della tua vita, trovi un Dio che dà un senso al tuo vivere. Se guardi la luce ti acceca. Se ti guardi intorno, la luce illumina il sentiero.

Alcuni giorni fa ho regalato la Bibbia a una donna che me l'aveva chiesta. Era la Divina, una signora che si è presentata così: "Accompagnata (senza matrimonio regolare), sessant'anni, ho tirato su alcuni figli che ora sono grandi, ho sempre pregato, vivo in un accampamento di senza-terra, ho sognato di imparare a leggere e ora ho realizzato il sogno. Ora vorrei una Bibbia e ho fede in Dio che riuscirò ad averla". Quando gliel'ho consegnata, l'ha rigirata a lungo con le mani tremanti e osservando ogni dettagli del dorso e della copertina, poi ha detto: "Padre, credo che questa notte non dormirò!" Ed io, dopo aver parlato con lei, sono certo che Divina ha vissuto la sua vita difficile sotto la luce di quel libro, anche prima di leggerlo. Perchè Dio parla anche in altri modi.