15 febbraio 2008

LA VITA OLTRE MURI E RECINTI


Nella foto: Zè Rumao e Benedita sulla porta della loro tenda, in un accampamento di sem-terra nei pressi di San Benedito. (Se volete vederli bene in faccia dovete cliccare sulla foto). Questi accampamenti sono ancora il simbolo di una tenace lotta per la vita. Ora sembrano in via di esaurimento. Molte famiglie hanno ottenuto la terra, altrettante hanno trovato il posto di lavoro in attività diverse e abitano in qualche periferia. Nel frattempo la globalizzazione ha messo KO l'agricoltura tradizionale, traformandola in una estrazione di materie prime per l'industria e rendendola poco attraente per i giovani abbagliati dal fascino del consumismo. Ma c'è ancora gente per cui avere un pezzo di terra è un sogno, se non altro per avere un'alternativa alla vita che viene imposta alla mano d'opera nel mercato globale: vita che spesso non è degna nemmeno per i cani. In questo accampamento, che è ai margini della statale Itaberaì-Itapuranga, gli occupanti hanno in vista una fazenda che il governo sta espropriando nel comune di Itapuranga, poco lontano dal Rio Urù. Attualmente sono appena una decina di famiglie, ma ne stanno arrivando altre, perchè quella fazenda è grande e fa rinascere la speranza di un pezzo di terra anche in alcuni di coloro che si erano stancati di vivere nelle baracche.

Nel post precedente si parlava di chi "non ha mai fatto l'esperienza di quanto Dio lo ama". Non è il caso di Zè e Benedita: loro l'hanno fatta, questa esperienza, e Dio lo sentono ben presente nella loro vita. Anche se sono due vedovi che si sono messi insieme senza rituali, sono sereni. Affrontano da anni la vita precaria da accampati in attesa che il governo trovi per loro una terra su cui lavorare e vivere con la famiglia. Pazientemente, continuano a coltivare le loro verdure ed erbe medicinali nei secchi e bacinelle forati. A quanto pare tra i "poveri di Dio" e le istituzioni, per quanto sacre, c'è una distanza difficile da colmare. Si ignorano a vicenda. Zè Romao mi racconta, tuttavia, che è stato animatore di comunità nella sua parrocchia di origine, è amico di diversi preti e li ha aiutati nei corsi di preparazione al matrimonio e negli incontri. E' stato uno tra i fondatori del sindacato dei lavoratori rurali del suo paese. Non è uno sprovveduto! Mi rivela anche che ogni giovedì, nel piccolo accampamento, si riuniscono in preghiera. Naturalmente tra di loro c'è anche chi non vuole pregare, e Zè è convinto che Dio ami anche quelli, tanto uguale. Sono poveri che cercano mezzi per vivere! Zè Romao mi ha fatto impressione. I sem-terra accampati, per molti, sono come erano i samaritani per i giudei, ai tempo di Gesù: gente da evitare. Infatti nella comunità cattolica della cappella prossima all'accampamento, quando ho chiesto se visitavano di tanto in tanto gli accampati, mi hanno detto: "Non ci andiamo perchè sono tutti evangelici pentecostali"! Che non è vero, ma rende evidente, per chi non lo sapesse già, che ci sono muri ovunque: tra nazioni, ma anche tra un cortile e l'altro e, soprattutto, dentro ai cervelli e ai cuori.


Di fronte a un muro esistono solo tre scelte possibili: o stare da una parte, o dall'altra, o sedersi sul muro e stare a guardare. Non manca chi ritiene che stando seduti lì sopra possiamo essere da ambe le parti. Se fosse vero sarebbe una bella pensata, no? Gesù Cristo si trovava molto più in alto di tutti i nostri muri e fili spinati, ma per salvarci è sceso tra noi e si è messo dalla parte degli esclusi. Dì più: ha distrutto l'isolamento dei lebbrosi, dei ciechi, degli storpi, dei samaritani, galilei, pubblicani, peccatrici, indemoniati e via dicendo, vittime di pregiudizi ed esclusioni. E ha detto: "Il Padre mi ha inviato affinchè tutti abbiano la vita, e la vita in abbondanza". La storia di Zè Romao e della sua compagna, e la storia di Gesù, ci mostrano che per "scegliere la vita" bisogna saltare giù dal muro e scegliere da che parte stare.

Nel blog: http://www.bartimeo.nafoto.net
potete vedere altre immagini dell'accampamento.

11 febbraio 2008

DALLA PARTE DELLA VITA, CONCRETAMENTE



Abbiamo iniziato la quaresima con celebrazioni eucaristiche e il rito delle ceneri, in città e nelle comunità rurali (CLICCA SULLA FOTO). Nella difesa della vita, tema della Campagna della Fraternità in Brasile, la lettura biblica e il rito simbolico sono importanti per motivare e dare una spinta: "non di solo pane vive l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio". La pratica, però, è molto più importante. Nella pratica le parole e i riti si misurano con le sfide della realtà concreta. E' questa che ci costringe ad avvicinare le persone e la loro situazione. Solo così si può davvero difendere e promuovere la vita. La pratica è più imperfetta dei principi astratti e più banale del rito, ma trasforma la realtà. Vedi il testo di Isaia, 1, 10-15: che se ne fa, il Signore, dei nostri principi sulla sacralità della vita e dei nostri culti spettacolari ("che bello, hai visto quanta gente c'era?") se non spezziamo il giogo degli oppressi e non li aiutiamo a fare l'esperienza di quanto Dio ama ciascun essere umano? Per moltissima gente i nostri enunciati sulla bellezza della vita - dono di Dio - sono una presa in giro.


Un giovanotto di trent'anni (chiamiamolo Anselmo, tanto per dargli un nome), mi dice piangendo e balbettando: "Padre, io voglio vivere ma non ci riesco più. Mi vanno tutte male: il lavoro, il matrimonio, la mia salute. Sono fallito in tutto. Leggo la Bibbia, e invece di trovarvi conforto e coraggio, mi pare che mi condanni". Per giunta, si è messo a bere ed è diventato alcoolatra. Così sta distruggendo anche la vita di sua madre, presso la quale si è rifugiato. In effetti sfoglio la Bibbia che sta leggendo, e vedo che ha sottolineato tutte le frasi che bollano come peccatore e rifiutato da Dio chi è ammalato e in miseria. Lui ha visto solo quelle. In questi casi avere una "Chàcara Paraìso" che lo può accogliere e sostenere con una vita in comunità e con l'accompagnamento di persone che gli facciano scoprire l'amore del Padre che lui non ha ancora conosciuto (come abbiamo noi in diocesi), è davvero un dono favoloso. "Per me era notte ed è tornato giorno" - mi ha proclamato sua madre: usando, senza saperlo, le parole della Liturgia della Veglia Pasquale.


Il Brasile è ricco di donne fantastiche. Le maestre dell'asilo San Francesco conoscono e riconoscono l'amore di Dio, ma avevano bisogno di un posto di lavoro per esprimere coi fatti la loro riconoscenza. Lo hanno trovato passando al concorso del Comune (quest'anno pare che non siano state tenute in considerazione le raccomandazioni). Domattina cominciano a lavorare. Stamane hanno fatto una riunione con la direttrice, presentandosi e riflettendo su un brano di Paolo ai Corinzi. Con tutto il sentimentalismo di cui sono capaci e che non manca di fascino(ormai pare che il sentimentalismo esista solo in Brasile), hanno ringraziato Dio bagnando le parole di calde e copiose lacrime, per aver dato loro la vocazione e l'opportunità concreta di dedicare la vita ai bambini di un quartiere carente. Ecco il canovaccio dei loro "detti": "Ringrazio il Signore, e sono certa che amerò questi bambini e avrò cura di loro come se fossero figli miei. Prego tutte voi, colleghe, di aiutarmi ad acquistare esperienza e a dare il meglio di me stessa". Una di loro, addirittura, ha dichiarato: "Sono sposata, ho due figli piccoli e non ho mai fatto l'esperienza di lavorare con bambini: ma li amo e sono sicura che li aiuterò a crescere bene". Per un quartiere così pieno di problemi familiari e occupazionali, poter affidare i figli ad una squadra di maestre così motivate è sicuramente una manna dal cielo.


Dobbiamo costruire due sale nuove per l'asilo San Francesco. L'edificio è tutto a pian terreno, fare un'aggiunta non è difficile. Non abbiamo ancora i calcoli precisi, ma a occhio e croce prevediamo 25 mila reali di spesa: circa 10 mila euro. Se qualcuno avesse la buona ispirazione di darci una mano, mandi una e-mail al mio indirizzo o mettetevi d'accordo tra di voi. Poi combineremo come fare arrivare l'offerta a Itaberai. So bene che di bisogni più gravi e urgenti ce ne sono tantissimi: anche in Italia (osserva il video in calce alla pagina). Per questo io chiedo senza insistenza e col timore di essere egoista. Ma quest'anno tra i bisognosi di un sostegno ci sono anche i piccoli di questa comunità, ed io non sto chiedendo per me stesso. Chiudo col pensiero che segue, e che ho preso in prestito dal solito "postino".


Pensiero del giorno: "Che tipo di Quaresima ci apprestiamo a vivere, lo potremo sapere ogni giorno confrontandoci, per esempio, seriamente con le letture che la liturgia ci propone. Che comunque essa non si possa risolvere in un cammino e in un atteggiamento intimista e solo spirituale ce lo mette quasi brutalmente davanti la profezia di Isaia che ci è dato di ascoltare oggi. Che, per chi ha il callo alla pratica religiosa, potrebbe scivolare via senza scalfirci neppure un po’: “Se toglierai di mezzo a te l'oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se offrirai il pane all’affamato, se sazierai chi è digiuno, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua oscurità sarà come il meriggio” (Is 58, 9-10). È questo che interessa al Signore, anche e soprattutto in un mondo globalizzato come il nostro, dove il problema dell’oppressione e della fame domina come mai prima d’ora. Di quali strumenti concreti ci doteremo, quali scelte compiremo per rispondere a questo appello di Dio? “Dopo ciò, Gesù uscì e vide un pubblicano di nome Levi seduto al banco delle imposte, e gli disse: Seguimi! Egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì” (Lc 5, 27-28). Tutti ci s’ha o ci s’ha avuto il nostro banchetto, che ci ha dato di che vivere, sicurezze e motivazioni (economiche, ideologiche, politiche, persino religiose) di basso o di dubbio profilo (senza che, necessariamente, lo sospettassimo), con cui tirare avanti. Ora Lui è qui (o forse è stato qui qualche tempo fa) e ci chiede (o ci ha chiesto) di mollare tutto, per fidarci solo della sua parola. Sapendo che la sua parola non è la musica di una sirena o di un pifferaio qualunque (meno che meno, dato che lì da voi si è già in campagna elettorale, quella del pifferaio di Arcore e dei suoi astuti compari), ma è qualcosa che cambia in primo luogo la nostra vita e solo in seconda battuta motiva e determina le nostre scelte. Diversamente ci sarebbe da diffidare. L’incontro con Gesù, se e quando avviene, impedisce che restiamo incollati ai nostri scranni, ci fa cogliere nel suo sguardo la condizione in cui giace l’umanità e ci trascina nel progetto di liberazione del Padre. Come pregava Dietrich Bonhoeffer nella sua prigionia: “Signore Gesù Cristo, tu fosti povero e misero, prigioniero e abbandonato come me. Tu conosci tutta l’infelicità degli uomini; tu rimani accanto a me, quando nessun uomo mi rimane accanto, tu non mi dimentichi e mi cerchi, tu vuoi che io ti riconosca e mi volga a te. Signore, odo il tuo richiamo e lo seguo, aiutami”.



Nel fotoblog: www.bartimeo.nafoto.net
continua la pubblicazione di fotografie scattate a Manaus.

7 febbraio 2008

FRATERNIDADE E DEFESA DA VIDA


Ieri sera, primo giorno di quaresima, la chiesa parrocchiale di Itaberaì era piena zeppa per il rito delle ceneri, come potete vedere nella foto. Ha presieduto la celebrazione Padre Severino. Maurizio ed io eravamo ciascuno in una comunità rurale a celebrare la stessa liturgia. Così abbiamo dato inizio alla quaresima e alla Campagna della Fraternità, dal cui tema ho preso il titolo....


Credo di avervi già spiegato nei giorni scorso che cos'è la Campagna della Fraternità in Brasile. ma un invito a un forte impegno comune dei cattolici per far convergere la preghiera, il digiuno e le elemosine della quaresima su un obiettivo concreto. Quest'anno tale obiettivo è la difesa della vita: tutte le vite minacciate. La "fraternità" non si può limitare a difendere i nascituri e a combattere l'eutanasia. La difesa della vita richiede impegno per offrire a tutti condizioni di vita dignitose e prospettive per il loro futuro, e cure per l'ambiente (aria - acqua e terra) la cui devastazione minaccia interi popoli.

Ora basta con le ciarle e godetevi l'inno della Campagna 2008, che potete ascoltare e leggere in questo video. (Ammesso che vi piaccia). Il testo, forse, non è proprio una canzone: ma come schema di omelia può andare.

4 febbraio 2008

AMAZZONIA: IL GRIDO DELLA FORESTA.


In primo piano un bradipo. Mentre risaliamo un affluente del Rio delle Amazzoni, donne e bambini che abitano su case galleggianti ai bordi della foresta ci inseguono con le loro barchette e accostano la nostra barcona da dieci posti ancora in movimento. Vogliono offrire ai turisti una foto ravvicinata di questo animale in cambio di una mancia. (La gente si inventa i mestieri.) Si aggrappano. La bestiola, contrariando il suo istinto naturale di restare immobile come un fagotto, si aggrappa anche lei: nel nostro mondo agitato nemmeno i bradipi riescono a stare fermi. Lo possiamo scegliere come simbolo dei popoli della foresta che alzano le braccia gridando: chiedono aiuto.

Cosa siamo andati a fare in Amazzonia? C'era una riunione di missionari italiani. Preti (sono ancora la maggioranza, ma stanno diminuendo in fretta e stanno aumentando molto, invece, i laici), laici e laiche, religiosi e religiose, tutti affiliati al CUM, il Centro Missionario sostenuto dalla CEI. Circa 125, da tutto il Brasile, con alcuni rappresentanti di Uruguai, Paraguai, Perù, Bolivia, Venezuela ed Equador, e tre inviati dall'Italia. Le voci più ascoltate sono state quella di Padre Claudio Perani, gesuita, e Soave Buscemi, laica biblista. Il tema dell'incontro è la difesa ambientale, e per questo è stato scelto come luogo Manaus, capitale dell'Amazzonia. Abbiamo cominciato da una frase del profeta Isaia: "La vita del mio popolo sarà lunga come quella degli alberi" (Is. 65, 22): essa evoca il legame tra la vita della foresta e quella dei popoli che la abitano. Abbiamo cercato di ascoltare il grido dei popoli della foresta, ma non solo. L'incontro è iniziato con una relazione di tutte le regioni del paese. Ovunque, gli scenari si assomigliano: la foresta che brucia, il cerrado sostituito da grandi monoculture a servizio del mercato globale, le campagne abbandonate, i periodo di siccità che si allungano e si fanno più violenti, i fiumi che si assottigliano (la TV ha mostrato in questi giorno il grande Rio San Francisco attraversato da giovani motociclisti in sella), le città che si gonfiano. Di conseguenza, la violenza urbana fuori controllo, l'emigrazione, il disfacimento delle famiglie, la corruzione che invade tutte le istituzioni e corrompe la democrazia riducendo l'informazione e la politica ad uno squallido intrattenimento, mentre comandano il mondo (e arricchiscono di fatto) la borsa e le banche. Che non danno a nessuno la soddisfazione di vivere bene e con dignità: nè i poveri nè i ricchi.

Vi trasmetterò ora alcuni pensieri che non sono un documento della riunione, ma le mie riflessioni e impressioni su quanto è stato presentato e detto. Primo: il grido della foresta amazzonica e del suo popolo è reale, e nello stesso tempo assume un potente significato simbolico: perchè essa è il polmone del mondo, ed è gravemente affetta da un cancro già diffuso in tutto il pianeta e che ha raggiunto l'Amazzonia per metastasi. "La vita del mio popolo sarà lunga come quella degli alberi": è una promessa e una minaccia. Quando sarà bruciato l'ultimo albero, la razza umana sarà già estinta. Vogliamo chiamarlo per nome, questo cancro? Non si chiama capitalismo? Ci fa paura dirlo, perchè viviamo di esso e il benessere di cui noi, pochi, godiamo ancora, è in gran parte un suo prodotto. Ma sta uccidendo la terra e ucciderà anche noi.

Secondo: ci sono speranze? Soluzioni concrete per salvare l'attuale modello di sviluppo, non ne sono uscite dal convegno. Non credo che ne usciranno nemmeno dai palazzi. Questi, forse, decideranno nuove strategie di "crescita economica", per arricchire più in fretta i finanzieri e le loro banche. Forse nuovi tipi di bombe, sempre più intelligenti, per uccidere "gli altri" senza subirne danni. Anche qualche nuova legge punitiva pseudo-cristiana per spaventare i drogati e le adolescenti prostituite e ingravidate: che si tengano per sè i loro problemi. Scrive Francesco Gesualdi, nel suo libro "Sobrietà" più volte citato nel nostro incontro: "Se volessimo offrire a tutti lo stile di vita americano ci occorrerebbero almeno 5 pianeti come questo". E ancora: "In Europa la velocità media attuale delle automobili è quella del tempo in cui si andava in carrozza".
La parte di Chiesa presente all'incontro vuole ascoltare, convertirsi e camminare con i poveri. Senza ritorni al passato. Crede che questa sia la soluzione. Afferma senza mezzi termini che siamo discepoli di Gesù Cristo, inviato dal Padre "afinchè tutti abbiano la vita, e la vita in abbondanza". Lui partì da Betlemme, e poi dalla Galilea: da umili pastori, pescatori, pubblicani, donne trascurate ed emarginate. Inventò il cammino delle beatitudini (beati i poveri in spirito, i poveri di Dio che non possiedono ricchezze e non le pretendono). Che siamo davanti a una scelta da fare: la vita o la morte, ci dicono i vescovi brasiliani rifacendosi alle parole della Bibbia. Noi vogliamo seguire l'invito "scegli, dunque, la vita", il motto biblico (Dt. 30, 19), che campeggia sul manifesto della Campagna della Fraternità 2008, proposto da loro.

Per questa porzione di Chiesa la strada della vita (senza miracoli economici o di altro genere) sono i poveri e il loro grido. Essi tentano di conservare le loro culture e modi di vivere, legati al loro ambiente naturale. I loro movimenti sociali e le loro piccole cooperative, società e attività economiche, la loro fede, il senso di comunità, le lotte per la difesa della foresta e del cerrado, la loro capacità di convivere tra culture e religioni diverse, sono atti di resistenza della vita e indicano cammini alternativi al capitalismo sfrenato e allo scontro tra culture e religioni. Una espressione chiave del nostro convegno è stata: "Camminare con il popolo" e non "per il popolo". E l'altra: "Seguire la via della sobrietà": consumare meno, aggredire meno l'ambiente, non puntare sulla crescita economica (secondo il modello capitalista) ma sulla vita modesta e relazioni sempre più umanizzate.
Io sono appena arrivato dall'Italia, e forse per questo ho seguito l'incontro con interesse ma senza osare pronunciarmi. Ciò che ho ascoltato mi ha, man mano, coinvolto. Il mio timore è che certe cose siano lontane dalla pratica. Che lo Spirito Santo ci aiuti ad essere fedeli a questa scelta assai impegnativa dei missionari italiani del CUM: che è più facile da dire che da fare.
PS - nel fotoblog www.bartimeo.nafoto.net pubblicherò, a puntate, alcune immagini dell'incontro e del passeggio sul Rio delle Amazzoni.

2 febbraio 2008

LASCIATECI GLI ZINGARI



Che cosa pensereste se qualcuno, al telefono, vi chiedesse: "Padre, una famiglia di zingari molto amici nostri si sono accampati in piazza: possiamo tenerli vicino a noi fino al 4 febbraio prossimo"? Dopo un lungo periodo passato in Italia, ricevere una telefonata del genere mi ha fatto un pò ridere! I buoni cittadini italiani li vogliono il più lontano possibile dalle loro case. Naturalmente non è perchè i brasiliani sono santi e gli italiani sono dei diavoli. La differenza sta nel contesto.

Sono appena tornato dall'incontro nazionale dei preti italiani a Manaus, in Amazzonia, ma non ho ancora pronto il materiale per informarvi a questo riguardo. Vi offro, invece, la fotografia di gruppo che ho scattato con gli zingari domenica scorsa prima della messa, nella borgata di Santa Rita: a una trentina di chilometri da Itaberaì. Si sono accampati nella piazza del paese, che è una vasta spianata erbosa recintata che circonda la chiesina del luogo. Lo spazio che hanno occupato è di proprietà della chiesa: ecco il motivo della telefonata. Gli zingari sono probabili discendenti di veri zingari europei (loro affermano di avere origini egiziane), che hanno conservato la tradizione del nomadismo. Per il resto sono brasilianizzati. Di cognome sono "Silva", uno dei più comuni in Brasile....Mantengono ottime relazioni con la gente e sono accolti come amici. Non so nulla del loro lavoro. Li conosco da molto tempo, ma non so quasi nulla del loro modo di vivere e di pensare. Ricordo solo di avere celebrato pure un battesimo tra loro. Mi hanno detto: "Anche don Eligio veniva sempre a parlare, era una dei nostri". Domenica i loro ragazzi (mezza dozzina) hanno partecipato alla messa dal principio alla fine. Il fatto più evidente è che tra la gente umile di un villaggio di campagna e gli zingari non ci sono difficoltà ad identificarsi e accettarsi come si è, e questo io lo considero un dono che Dio ha fatto ai poveri: la ricchezza di umanità. Ci ricorda il Gesù del Vangelo, che era respinto dalle persone che avevano una reputazione o posizione da difendere, mentre tra i piccoli era "dei nostri".

"La pietra scartata dai costruttori è diventata pietra angolare", ci insegnano le Scritture. Gesù ama sempre venire tra noi entrando per le porte secondarie.

PS: nel fotoblog, www.bartimeo.nafoto.net altre immagini degli zingari.

24 gennaio 2008

SCEGLI, DUNQUE, LA VITA


Da lunedì prossimo fino a venerdì, don Maurizio ed io siamo a Manaus, capitale dell'Amazzonia (vedi foto). C'è l'incontro dei "missionari" italiani in Brasile: laici e laiche, preti, frati e suore. E' una riunione "nazionale" che si fa ogni tre anni, e a cui partecipano pure alcuni inviati del CUM di Verona (Centro Unione Missionaria) che coordina per conto della CEI lo scambio tra Italia e diversi paesi e continenti. Per noi questi incontri sono utili e attraenti soprattutto per rivedersi tra amici. Sono occasione, però, anche per la nostra formazione e l'approfondimento di temi importanti e urgenti. Quest'anno, ad esempio, si studierà la questione ecologica e ambientale. Non poteva esserci argomento più adeguato di questo per un convegno in Amazzonia!

Prima di partire faremo l'incontro delle Comunità di Itaberaì in preparazione alla quaresima. Ogni anno i vescovi brasiliani assegnano alle diocesi e parrocchie un tema sociale per dare alla quaresima una motivazione di solidarietà. Si chiama CAMPAGNA DELLA FRATERNITA' ed esiste dal 1964, secondo anno del Concilio Vaticano II. Quest'anno hanno fissato questo tema: Fraternità e difesa della vita - "scegli, dunque, la vita!" (Quest'ultima frase rimanda alla lettura del Deuteronomio, cap.30). E' un invito a guardare in faccia i pericoli e le minacce alla vita che sono in atto oggi. Non per farci disperare, ma per scuoterci e indurci a fare qualcosa. L'elenco dei fattori di morte del nostro tempo è assai lungo: crisi della famiglia, instabilità del lavoro, disorganizzazione dei servizi sanitari e della scuola, esclusione sociale, pregiudizi razziali e contro i poveri, violenza del traffico, violenza urbana, criminalità e traffico di droga, alcoolismo, e poi....inquinamento ambientale e spreco di acqua ed energia. Non siamo in grado di fare cose grandi, ma possiamo essere molto utili con le piccole: ridurre i danni ambientali, aiutare alcune persone a liberarsi dalle dipendenze di alcool e droga, distogliere bambini dalla malavita.

Non approfondirò l'argomento perchè in questo momento non vi può interessare: la vostra attenzione è concentrata sui guai italiani, che non sono pochi. I rifiuti a cielo aperto in campania e la mafia che non li lascia smaltire, i potenti corrotti, le pretestuose polemiche tra scienza e fede (quando io studiavo al liceo queste questioni erano già considerate superate), il pericolo incombente di una recessione mondiale, la caduta del governo. E ancora l'asprezza e arroganza dei discorsi e degli atteggiamenti. Una signora di Maserno mi scrive che domenica, nel carnevale locale, presenteranno un carro allegorico dei baci perugina e aggiunge: "Dillo con un bacio" - sarebbe molto meglio dire le cose con affetto che con odio. Adesso la gente sembra tutta inpazzita". Sono d'accordo. I Fioretti di San Francesco, bellissimo libro antico che tutti dovrebbero leggere, ricordano che il Santo, ad imitazione di Gesù, risolveva le questioni più spinose con la dolcezza, invece che con la severità. L'arroganza provoca arroganza. E' una escalation come quella delle armi. "Chi semina vento raccoglie tempesta".

Nel video una panoramica della foresta Amazzonica. In situazione di emergenza: ne bruciano decine di migliaia di chilometri quadrati ogni anno! Per osservarlo bene dovete passarlo tutto e poi fare il replay: così corre via veloce. Il video è collegato con altri che illustrano l'emergenza Amazzonia, ma i commenti sono in portoghese.


21 gennaio 2008

DELLA SERIE: COME E' PICCOLO IL MONDO



Alto, coi baffi, seduto a destra nella foto. E' padre Jacques Hahusseau, chiamato dai brasiliani padre Tiago. Prete diocesano a Cahors (sud della Francia), si offrì come missionario in Brasile e il vescovo lo affidò alla Mission de France, che lo inviò alla Diocesi di Goiàs (1980, circa). Fu parroco di Jussara dopo don Arrigo Malavolti. In quella parrocchia soffrì minacce di morte per la sua solidarietà ai lavoratori rurali e senza terra, tanto da provocare perfino un intervento dell'Ambasciatore Francese. Nel 1987 fu traferito a Itaberaì assieme a me, e vi rimase quasi cinque anni. Nel 92 i superiori della Mission de France, da cui dipendeva, lo spostarono a Volta Redonda, zona industriale nei pressi di Rio de Janeiro, per fare pastorale operaia. Dieci anni più tardi lo richiamarono in Francia, e lo assegnarono a una parrocchia nella periferia di Parigi, a pochi passi dalla Disneylandia francese. Quest'anno, avendo terminato il contratto con la Mission de France e dovendo rientrare in Diocesi di Cahors, il suo Vescovo (rispondendo a un appello dei Vescovi dell'Amazzonia brasiliana che chiedono preti) gli ha offerto di fare il missionario a Boa Vista, capitale dello Stato brasiliano di Roraima nel nord del Brasile. Lui ha subito accettato ed ora abita là. Giovedì scorso, trovandosi in Goiàs per un Corso di Esercizi Spirituali, è passato da noi per rivisitare la sua antica parrocchia ed ha pranzato con noi nella casa parrocchiale. Rivederlo, è stata per me una grande gioia.


Il giovane al centro della foto è Edimar, un nostro parrocchiano. La sua storia si intreccia con quella di Padre Tiago. Partito da Itaberaì in cerca di lavoro, come tanti, alcuni anni fa arrivò a Parigi come clandestino e dopo qualche giorno fu arrestato. Sfiorò l'espulsione. Fu salvato in extremis dal suo ex-parroco Padre Tiago che, trovandosi in servizio a Parigi e avendo saputo della sua complicata situazione da una telefonata ricevuta dai familiari dal Brasile, riuscì a rintracciarlo e a metterlo in regola e poi lo aiutò a trovare lavoro. In regola per modo di dire: infatti Edimar, assieme ad altri di Itaberaì, ha lavorato per diversi anni in Francia con documenti da operaio edile portoghese. Fino a sollevarsi economicamente e tornare a casa in buone condizioni. Ora abita di nuovo tra noi. Appena ha avuto notizia del passaggio di Padre Tiago è venuto a fare visita a chi gli è stato vicino nei momenti più difficili.


Sono piccole storie di come il mondo è diventato piccolo. Nella nostra testa ci sono ancora i confini nazionali e la gente grida: "Questo è il mio paese". Le esigenze della vita e della sopravvivenza, però, non rispettano frontiere. Le ricchezze e il benessere sono concentrati in poche regioni e città del mondo, mentre la popolazione è aumentata di miliardi in poche decine di anni. Non si è fatta propaganda per anni della "deregulation"? Ebbene, ora il mercato del lavoro e, di conseguenza, il movimento dei popoli, non hanno più regole. Milioni di persone scoprono di essere in un vicolo cieco e vanno a cercare una via d'uscita un pò a caso, dove sanno e dove capita. Fortunati quelli che incontrano, al momento giusto, una persona come Padre Tiago, in grado di dare una mano a risolvere situazioni complicate. Sono convinto che moltissimi la incontrano, perchè di solidarietà ne esiste ancora: ma quanti sono quelli che, invece, cadono vittime di assassini, torturatori, trafficanti di schiavi e schiave o di organi, e perfino delle nostre leggi anti-terrorismo?

Nel video: cartone animato sul tema dell'ostilità e della solidarietà. Titolo: "uccelli stupidi".